A 100 giorni dal via, la guerra Usa-Iran alza i costi sicurezza e la pressione sulla Fifa
A poco più di 100 giorni dal calcio d’inizio della Coppa del Mondo 2026, l’evento rischia di diventare (anche) un caso economico: la crisi tra Stati Uniti e Iran esplosa dopo i raid congiunti USA-Israele che, secondo più ricostruzioni, hanno portato all’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei aggiunge un livello di rischio che si traduce in costi operativi, piani di sicurezza e incertezza regolatoria.
Il punto non è solo se l’Iran giocherà: è quanto può “costare” a FIFA e ai comitati locali gestire un torneo già complesso (48 squadre, tre Paesi ospitanti) con un partecipante in pieno shock geopolitico.
L’incognita Iran: rischio ritiro, ma FIFA prende tempo
Il presidente della federazione iraniana, Mehdi Taj, ha apertamente messo in dubbio la partecipazione della nazionale, parlando di un orizzonte che rende “improbabile” pensare al Mondiale come se nulla fosse.
Dall’altra parte, FIFA per ora resta sulla linea del “monitoriamo gli sviluppi”, con l’obiettivo dichiarato di avere un torneo sicuro e con tutti i partecipanti.
Per l’economia dell’evento, questa sospensione è già un problema: finché lo scenario resta aperto, aumentano i costi di pianificazione (security, logistica, staff) e cresce il rischio di “inefficienze” last minute su ticketing, hospitality e mobilità delle delegazioni.
Visti e accesso: l’effetto moltiplicatore del travel ban
C’è poi la variabile visti. Le restrizioni d’ingresso negli USA per cittadini di alcuni Paesi tra cui l’Iran prevedono eccezioni per atleti e staff, ma l’esperienza degli ultimi mesi ha già mostrato frizioni: Teheran aveva minacciato o annunciato il boicottaggio del sorteggio per problemi di visto a dirigenti, e il tema “accesso” resta una miccia per tifosi e funzionari.
Qui l’impatto economico è diretto: meno tifosi in viaggio significa pressione sui ricavi “matchday” (biglietteria, consumi in stadio, turismo), mentre controlli più stringenti e processi consolari più lenti spingono in alto i costi organizzativi e la probabilità di contenziosi (rimborsi, pacchetti viaggio, servizi premium). Non a caso, FIFA ha già dovuto costruire strumenti e procedure dedicate al tema ingresso/identità per i grandi eventi, ma l’ultima parola resta ai governi.
Sicurezza: il “vero” costo che può gonfiarsi
Se l’Iran scenderà in campo, l’asticella della sicurezza salirà comunque: partite e sedi logistiche diventano potenziali catalizzatori di tensioni (anche tra comunità della diaspora), con effetti su perimetri di controllo, presenza forze dell’ordine, piani anti-disordine e cyber-security.
Dal punto di vista economico, significa tre cose:
- budget più alti per “event security”;
- contratti e assicurazioni più costosi (premi e clausole);
- governance più rigida (policy, accreditamenti, gestione proteste).
È la classica spirale che trasforma una voce “di contorno” in una linea di costo capace di comprimere i margini del grande evento soprattutto quando le città ospitanti devono rendicontare spese e risultati.
Il nodo reputazionale: sponsor, governance FIFA e “Peace Prize”
Sul fronte immagine, la crisi riaccende i riflettori sul rapporto tra Gianni Infantino e Donald Trump. Al sorteggio di Washington, la FIFA ha consegnato a Trump il nuovo “FIFA Peace Prize Football Unites the World”, scelta che aveva già sollevato critiche e interrogativi sulla neutralità dell’istituzione.
Ora, con gli USA coinvolti direttamente nell’escalation, il rischio per FIFA e partner commerciali è che la narrazione del torneo si sposti dal campo alla politica. Per gli sponsor è un problema di “brand safety”: non tanto perché lo sport non abbia mai convissuto con la geopolitica, ma perché un torneo ospitato da un Paese in conflitto aperto con un partecipante rende più fragile la promessa commerciale di “evento globale inclusivo”.
Calendario e impatto pratico: dove gioca l’Iran e perché conta
L’Iran è stato sorteggiato nel Gruppo G con Belgio, Nuova Zelanda ed Egitto; le partite sono previste tra California e Seattle.
Questo conta perché alcune città soprattutto Los Angeles ospitano comunità iraniane molto numerose: un fattore che può amplificare affluenza, visibilità e (di riflesso) necessità di gestione ordine pubblico.
La conclusione, oggi, è una sola: anche se il pallone non si ferma, la crisi USA-Iran ha già aperto un costo “invisibile” fatto di incertezza, pianificazione ridondante e rischio reputazionale. E per un torneo che vive di diritti TV, sponsor globali e fiducia dei mercati, l’incertezza è la variabile più cara.

