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"Berlusconi non voleva il Milan. Il mago disse che portava iella"

"Nel 1982 Berlusconi fu preso dalla smania di comprare l’Inter. Come imprenditore televisivo aveva avuto una grande intuizione: il mondo del calcio è un immenso bacino di pubblico; ogni tifoso è un potenziale consumatore; ogni consumatore è un potenziale utente televisivo. Gli ingranaggi del pallone e quelli della tv si sarebbero sincronizzati alla perfezione, mettendo in moto una poderosa macchina da soldi. Il ragionamento filava tranne che per un particolare: “Se sei milanista – gli feci notare – perché non compri il Milan?”. E lui: “Purtroppo non posso. Il mio mago mi ha detto che mi porterebbe sfortuna”.

Lo scrive Vittorio Dotti, ex avvocato della Finivest nel libro ‘L’avvocato del Diavolo’ edito da Chiarelettere. E aggiunge: "Come molti grandi imprenditori (notissimo il caso di Gianni Agnelli), anche Silvio si era procurato un chiaroveggente di fiducia che mi disse chiamarsi Moro. Berlusconi si era consultato con lui e Moro era stato molto chiaro: il Milan portava iella, guai ad acquistarlo. A Silvio dispiacque parecchio: era di famiglia rossonera e aveva sempre tifato per il Diavolo. Anni dopo avrebbe dischiarato: “Il Milan ce l’ho nel sangue e per me è sacro”. Eppure, a causa di quella profezia, aveva deciso di buttarsi sull’Inter".

Dotti ricorda: "Andai con lui (Berlusconi, ndr) a trovare il presidente nerazzurro Ivanoe Fraizzoli, un imprenditore tessile, meneghino di vecchio stampo, cortese e riservato, successore di Angelo Moratti e patron della Beneamata fin dal 1968. Aveva il suo ufficio in via Carducci dove ci accolse con una certa curiosità. Berlusconi gli parlò dei suoi progetti, voleva acquistare la squadra, era disposto a pagare bene. Fraizzoli tentennò: con due scudetti vinti in quasi 15 anni, la sua gestione non era stata esaltante. Il vecchio presidente dai capelli bianchi sentiva di aver fatto il suo tempo: di lì a pochi mesi avrebbe passato le consegne ad Ernesto Pellegrini. Vendere a Berlusconi sarebbe stata un’opzione più vantaggiosa, ma disse di no. Fu una questione di fede. Affidare l’Inter a un noto milanista era una di quelle cose che non si potevano fare. Non rientrava nella mentalità di Fraizzoli, ben diversa da quella di Silvio".

E racconta: "Il suo consiglio finale non fu diverso dalla mia prima osservazione: “Berlusconi, ma perché non compera il suo Milan?”"

L’ex avvocato della Fininvest racconta dei non milanisti nel gruppo di allora. A partire da Galliani: "Come tutti i brianzoli, aveva in avversione le squadre milanesi e tifava per la Juve. (…). Michele Persechini, il cuoco di fiducia di Silvio, era di provata fede nerazzurra e lo stesso valeva per l’autista personale, Nino. All’elenco andava forse aggiunto Paolo Berlusconi (il fratello, ndr), di cui correva voce che fosse nerazzurro fin dall’infanzia, e che tuttavia, per amore del quieto vivere familiare, si era affrettato a seguire l’esempio di Galliani e aveva clamorosamente cambiato casacca".

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