C’è una storia che torna oggi più attuale che mai. E riguarda Roberto Baggio.
Tra il 2010 e il 2013, l’ex Pallone d’Oro guidò il Settore Tecnico della FIGC con un obiettivo chiaro: rifondare il calcio italiano dalle basi. Non una semplice riforma, ma una visione strutturale, costruita in un documento di oltre 900 pagine.
Un progetto completo: formazione dei giovani, metodologia, identità tecnica. Tutto già scritto.
Eppure, quel piano non fu mai davvero preso in considerazione dai vertici federali.
Deluso, Baggio si dimise nel 2013.
Un anno dopo arrivò il Mondiale in Brasile. E da lì, il declino.
Tre Mondiali mancati. Un’anomalia storica per una nazionale che ha vinto quattro volte la Coppa del Mondo.
L’unica parentesi luminosa è stata UEFA Euro 2020, con Roberto Mancini e Gianluca Vialli: una squadra che sembrava ritrovare identità, spirito e gioco.
Ma finita quella stagione, il sistema è tornato sui suoi passi.
E il paradosso resta: nomi come Paolo Maldini, Alessandro Del Piero e lo stesso Baggio sono fuori dai processi decisionali.
Non per mancanza di competenze, ma per una struttura che fatica ad aprirsi.
Oggi, mentre l’Italia paga il prezzo di anni senza visione, quella domanda torna inevitabile:
e se quel piano fosse stato ascoltato?
