Maldini e Leonardo hanno incontrato Guardiola, la Figc deve fare i conti con una richiesta da circa 20 milioni e il tecnico vuole capire se interrompere il periodo di pausa. Sono ostacoli reali, ma l’Italia deve continuare a provarci.
La Serie A concede agli Under 21 italiani l’1,9% dei minuti: serve cambiare metodo, non solo il nome
Paolo Maldini e Leonardo sono andati a Barcellona per convincere Pep Guardiola. Maldini aveva chiamato prima Carlo Ancelotti, perché la nuova direzione tecnica ha deciso di partire dagli allenatori considerati migliori al mondo. Pep chiede molto, forse troppo per le possibilità della Figc. La domanda, però, se rivoltiamo la clessidra, deve essere un’altra: quanto ci è già costato rimanere fermi mentre tutto intorno cambia?
Comprensibile chi pensa che la Nazionale debba avere per forza un allenatore italiano. Comprensibili la tradizione, il senso di appartenenza e l’idea che una squadra nazionale debba rappresentare il Paese anche in panchina. Adesso però dobbiamo andare avanti.
L’Italia ha ottimi allenatori e continua a produrre tecnici apprezzati anche fuori dai propri confini. Tra i migliori ci sono però anche uomini come Antonio Conte, Luciano Spalletti, Roberto De Zerbi e Francesco Farioli, che hanno scelto di lavorare all’estero, confrontarsi con altri campionati e conoscere culture calcistiche differenti. Non sono partiti perché la scuola italiana non avesse più nulla da offrire, ma perché anche chi possiede una preparazione solida ha bisogno di misurarsi con metodi nuovi. Se i nostri allenatori crescono aprendosi al mondo, non si capisce perché la Nazionale debba considerare quella stessa apertura una minaccia.
Per rispondere a Bonfiglio, quindi, sì: abbiamo allenatori capaci. Il calcio italiano, però, è saturo delle proprie idee. Continuiamo a cercare internamente la soluzione a una crisi prodotta prevalentemente dalle nostre solite abitudini, dalla nostra formazione e dal modo in cui trattiamo il talento e lo sport. L’Italia ha mancato tre Mondiali consecutivi e non partecipa al torneo dal 2014. Il vuoto arriverà almeno fino al 2030. Sedici anni per una Nazionale che ne ha vinti quattro non rappresentano un incidente. Rappresentano il fallimento ripetuto di un sistema. “Errare è umano, perseverare è diabolico“, ci direbbero se ci guardassero dall’esterno.
A descrivere la distanza accumulata dal calcio italiano bastano i numeri raccolti dalla Figc. In Serie A, il 67,9% dei minuti viene giocato da calciatori che non possono essere convocati in Nazionale. Gli Under 21 italiani ricevono appena l’1,9%, il penultimo dato tra cinquanta campionati analizzati. La velocità media della palla è di 7,6 metri al secondo, contro i 10,4 della Champions League. Siamo ultimi tra i cinque principali tornei europei per dribbling e aggressività nel pressing.
Il ritardo si vede anche nel modo in cui il calcio italiano interpreta il gioco. Continuiamo a proteggerci, a considerare il rischio tecnico quasi una colpa e a trattare il possesso, il dribbling e l’uno contro uno come lussi da concedersi con il contagocce. Per cambiare davvero serve qualcuno che arrivi da un’altra scuola, porti abitudini diverse e non sia legato agli stessi equilibri che da anni condizionano il nostro calcio.
Per non parlare del fatto che molte Nazionali hanno già superato da tempo l’idea di un’identità chiusa e incontaminata. La Francia ha costruito una parte enorme della propria forza attraverso una società multiculturale. Olanda e Inghilterra hanno accolto nelle proprie selezioni generazioni, origini e culture calcistiche differenti. Altre federazioni hanno lavorato direttamente sui giocatori della diaspora, nati e cresciuti altrove ma legati al Paese dei genitori o dei nonni. Il Marocco ne è l’esempio più evidente. Nel 2022 ha raggiunto la semifinale mondiale con 14 giocatori su 26 nati fuori dal Paese. Quattro anni dopo è arrivato ai quarti con 19 convocati nati all’estero, soprattutto in Francia, Spagna, Belgio, Germania e Olanda. Nel mezzo ha vinto anche la Coppa d’Africa. Non ha rinunciato alla propria identità. Ha trasformato esperienze, scuole e metodi diversi in una forza marocchina.
Questo non si chiama snaturarsi. Si chiama aprirsi al resto del mondo per continuare a essere se stessi. Una Nazionale rappresenta un Paese anche quando sa raccogliere ciò che i suoi figli hanno imparato altrove. Vale per i calciatori e può valere anche per l’allenatore. Un ct straniero non renderebbe l’Italia meno italiana. Potrebbe aiutarla a riscoprire ciò che oggi non riesce più a vedere da sola. Potrebbe costruire quella miscela di culture che permette a un’idea importata di diventare unica. Fabrizio De André tradusse e riscrisse Georges Brassens, trasformando brani come Il gorilla e Morire per delle idee in canzoni entrate nella cultura italiana. Imparare dagli altri non gli tolse una voce. Lo aiutò a renderla immortale. Picasso guardò a Cézanne e all’arte africana per arrivare al cubismo. Lo stesso Guardiola ha costruito la propria idea di calcio sulla lezione dell’olandese Johan Cruyff, l’uomo che cambiò per sempre il Barcellona. Nessuno di loro ha perso la propria voce imparando dagli altri. L’ha resa più forte, riconoscibile e capace di andare oltre i confini da cui era partita.
Così si fa quando arrivi in basso: ti aggrappi a qualcosa che ancora non ti appartiene. Dal fondo bisogna avere l’umiltà di guardare in alto, imparare e anche copiare, per trasformare quell’idea in qualcosa di tuo. Spagna e Francia hanno costruito scuole riconoscibili, dato più spazio ai giovani e collegato i vivai alla Nazionale maggiore. Noi continuiamo a celebrare le vittorie delle selezioni giovanili e poi lasciamo quei ragazzi fuori dalle prime squadre.
Maldini, ecco, Maldini è già un primo passo che rappresenta questa apertura. È italianissimo nei modi, nell’eleganza e nel modo di intendere la responsabilità. Ha scelto di farsi affiancare da un brasiliano competente come Leonardo e ha cercato Ancelotti e Guardiola. Guarda lontano senza rinnegare ciò che è.
I soldi contano. Venti milioni a stagione sono una richiesta enorme e la Figc deve trattare, cercare sponsor e costruire un’operazione sostenibile. Guardiola non garantisce un Mondiale e nessun assegno compra automaticamente una rivoluzione. Rinunciare in partenza significherebbe usare i conti come alibi per non cambiare.
Dopo tre fallimenti con allenatori italiani, tutto sarebbe accettabile meno la difesa automatica dell’allenatore italiano. Non perché i nostri tecnici valgano meno, ma perché il sistema ha bisogno di una prospettiva che oggi non riesce più a produrre da solo.
Bisogna provare a convincere Guardiola. Altrimenti, da questo momento in poi, qualsiasi altra scelta sarebbe accettata meno e guardata con sospetto. Non perché gli allenatori italiani non valgano, ma perché bisogna accettare che finora abbiamo fallito proprio con allenatori tutti italiani. Serve un bagno di umiltà. Bisogna imparare a cadere, accettare un aiuto e rialzarsi con qualcosa che prima non ci apparteneva. Guardiola sarebbe il nome migliore per cominciare, cambiare prospettiva e tornare a guardare lontano.
Già questo sarebbe un risultato. “Piutost che nient, l’è mej piutost” dicono a Milano. E magari, poi, Guardiola anche indirettamente potrebbe aiutarci anche a tornare a salutare tutti, di nuovo, dal tetto del mondo.

