La Commissione indipendente della Premier League ha accertato gravi violazioni finanziarie del Manchester City nell’arco di nove stagioni. Il club ha presentato appello, mentre resta ancora da stabilire la sanzione. Ad Affaritaliani parla l’avvocato Felice Raimondo, esperto di diritto sportivo.
Manchester City, cosa rischia dopo il verdetto della Premier League: l’analisi di Felice Raimondo
La Commissione indipendente della Premier League ha ritenuto il Manchester City responsabile di gravi violazioni delle regole finanziarie commesse tra le stagioni 2009/10 e 2017/18, oltre che della maggior parte delle contestazioni relative alla mancata collaborazione con l’indagine. Al centro della decisione ci sono i cosiddetti “sham contracts” e un sistema di finanziamenti che, secondo la Commissione, avrebbe consentito di gonfiare artificialmente i ricavi e ridurre i costi dichiarati.
La sanzione non è stata ancora stabilita e sarà discussa separatamente. Nel frattempo il Manchester City ha presentato appello, aprendo un nuovo capitolo di un procedimento destinato ad avere conseguenze non soltanto per il club inglese, ma anche sul dibattito intorno al Fair Play Finanziario e alle regole economiche del calcio.
Affaritaliani ne ha parlato con Felice Raimondo, avvocato, esperto di diritto sportivo e di Fair Play Finanziario e autore di cinque libri sul tema. Dalle violazioni accertate alle possibili sanzioni, fino all’immunità diplomatica del presidente Khaldoon Al Mubarak e al rapporto sempre più complesso tra grandi proprietà e sostenibilità finanziaria: ecco l’intervista.
L’Intervista all’Avvocato Felice Raimondo, esperto di diritto sportivo e di Fair Play Finanziario
Partiamo dall’inizio: in maniera semplice, che cosa ha ritenuto provato la Commissione e perché il Manchester City è stato dichiarato responsabile di queste violazioni?
“Il 25 settembre 2026 una commissione indipendente della Premier League ha dichiarato il Manchester City colpevole di 114 delle 115 accuse formulate nel febbraio 2023, al termine di un’udienza di 42 giorni e dell’esame di migliaia di documenti. Il cuore della decisione, pubblicata integralmente il 29 settembre, è un meccanismo che la Commissione stessa battezza “Disguised Funding Scheme”: tra il 2009/10 e il 2017/18 il City avrebbe dichiarato a bilancio ricavi da sponsorizzazione, provenienti da società legate ad Abu Dhabi, per quasi 950 milioni di sterline, quando in realtà gli sponsor ne versarono poco più di 119. La differenza, oltre 830 milioni di sterline, veniva versata di nascosto dallo stesso fondo del proprietario, l’Abu Dhabi United Group, e camuffata da ricavo commerciale genuino. A questo si aggiungono accuse di compensi non dichiarati a giocatori e allenatori, violazioni delle regole di sostenibilità finanziaria UEFA e Premier League, e 35 capi d’accusa per mancata collaborazione con le indagini tra il 2018 e il 2023. L’unica accusa non provata riguarda un singolo episodio di presunta non cooperazione, non la sostanza finanziaria del caso.”
Quali sono, secondo lei, i fatti più gravi emersi dalla decisione? Che cosa significa concretamente parlare di “sham contracts” e di ricavi gonfiati?
“Il meccanismo, in concreto, funzionava così: il club firmava con lo sponsor un contratto che indicava un canone molto alto (quella che la Commissione chiama “Recorded Sponsorship Fee”), ma lo sponsor si impegnava davvero a versare solo una frazione ridotta di quella cifra (la “Base Sum”). Il resto, la “Tagged Sum”, arrivava comunque nelle casse del club, ma proveniva dal proprietario, non dallo sponsor nominale. È una distinzione tutt’altro che formale. Le regole di sostenibilità finanziaria, infatti, limitano le perdite operative ma non impediscono a un proprietario di immettere capitale proprio nel club; impediscono però di presentare quel capitale come se fosse un ricavo commerciale, perché altrimenti il tetto alle perdite diventerebbe aggirabile da chiunque disponga di risorse private sufficienti. Un episodio ricostruito nella decisione rende bene l’idea: a fine maggio 2013, a pochi giorni dalla chiusura dell’esercizio, il club si accorge di un buco contabile di circa 20 milioni di sterline che avrebbe fatto sforare i parametri UEFA. Nel giro di pochi giorni, senza nemmeno interpellare gli sponsor coinvolti, vengono generati accordi retroattivi che attribuiscono loro nuovi impegni di pagamento costruiti su misura per colmare esattamente quella cifra. A questo si aggiunge un elemento altrettanto grave: la Commissione ha accertato che alcuni testimoni chiamati dal club abbiano reso, scientemente, testimonianza falsa su aspetti rilevanti del procedimento. “
Adesso cosa rischia concretamente il Manchester City? Multa, penalizzazione, retrocessione: si può arrivare anche alla revoca dei titoli conquistati in quegli anni?
“Nessuna sanzione è stata ancora decisa: sarà oggetto di un’udienza separata della stessa commissione e ancora non è stata calendarizzata. Le tempistiche sono incerte e imprevedibili. Verosimilmente dovrà prima passare in giudicato il verdetto di pochi giorni fa, appellabile a sé stante e già impugnato dal club. Poi, una volta fissato il merito, si passerà a discutere della sanzione. Il regolamento della Premier League attribuisce alla commissione un ventaglio ampio di strumenti, cumulabili tra loro: ammonizione, multa senza tetto massimo, sospensione di dirigenti o tesserati, sospensione dalle partite, deduzione di punti, ripetizione di una gara, risarcimento danni, fino alla raccomandazione di espellere il club dalla lega, quest’ultima però subordinata a una Special Resolution che richiede il voto favorevole di 15 club su 20. Per coerenza con i precedenti e la gravità delle violazioni, si può ipotizzare una deduzione di decine di punti su una singola stagione, oppure meno punti ma su più stagioni e una forte sanzione pecuniaria. Quel che è certo, è che la sanzione dovrà essere afflittiva, proporzionata agli illeciti commessi e adeguata al destinatario che, ricordiamolo, non avrebbe problemi a pagare multe. Quanto alla revoca dei titoli, il regolamento della Premier League non la prevede come sanzione autonoma: l’elenco delle misure a disposizione della commissione (ammonizione, multa, sospensioni, deduzione di punti, ripetizione di una gara, espulsione, risarcimento, penalità condizionate) non la contempla. Potrebbe in teoria prodursi solo come effetto indiretto di una deduzione di punti applicata retroattivamente a una stagione già conclusa, così da ribaltarne la classifica finale: un meccanismo che il regolamento non esclude testualmente, ma che non risulta mai utilizzato in un caso di questa scala, e che considero impraticabile per le conseguenze a catena che comporterebbe sulle competizioni già chiuse. La retrocessione diretta, applicata invece alla stagione in corso o a quella immediatamente successiva alla sanzione, resta lo scenario più severo realisticamente ipotizzabile.”
Nel calcio abbiamo mai visto un caso paragonabile per dimensioni e gravità oppure quello del Manchester City è sostanzialmente senza precedenti?
“Gli unici termini di paragone nel calcio inglese recente sono le deduzioni di punti inflitte a Everton (dieci punti, ridotti a sei in appello, più altri due per una seconda violazione) e Nottingham Forest (quattro punti), entrambe per sforamento del tetto alle perdite in un singolo triennio contabile. Il caso City, invece, è di un ordine di grandezza diverso: 114 violazioni accertate su quasi un decennio di condotta sostanziale, più altri cinque anni di presunta ostruzione delle indagini, con un impianto probatorio (7.000 pagine di trascrizioni, mezzo milione di documenti) che non ha equivalenti nella storia del campionato inglese. Il precedente più vicino, per tipologia di condotta e perfino per il soggetto coinvolto, resta il caso UEFA conclusosi nel 2020 con l’esclusione del City dalle coppe europee, poi integralmente annullata in appello dal Tribunale Arbitrale dello Sport per un difetto di prova sullo standard richiesto. Un esito che oggi, con il regolamento della Premier League, non è replicabile: la via del CAS, infatti, è qui espressamente esclusa.”
In queste ore si parla molto anche dell’immunità diplomatica nel Regno Unito del presidente Khaldoon Al Mubarak. Che rilevanza può avere concretamente? Potrebbe incidere su eventuali procedimenti civili o penali oppure non ha nulla a che vedere con il procedimento sportivo contro il City?
“L’immunità diplomatica nel Regno Unito sarebbe legata al suo ruolo istituzionale negli Emirati Arabi Uniti, non alla carica calcistica. Ciò posto, le fonti pubbliche disponibili restano generiche sulla natura esatta di questa immunità (se piena, equiparabile a quella di un agente diplomatico, o funzionale e più circoscritta) ma concordano su un punto che reputo decisivo per la Sua domanda: il procedimento della Premier League non è un giudizio dello Stato britannico, bensì un arbitrato contrattuale privato tra il club e gli altri membri della lega, cui il City ha aderito sottoscrivendo il regolamento. L’immunità personale di un dirigente, per quanto reale, non si estende al club come soggetto giuridico autonomo, che resta pienamente parte del procedimento sportivo a prescindere dallo status del proprio presidente. Dove quell’immunità potrebbe effettivamente incidere è su un piano diverso: eventuali azioni civili o penali promosse nel Regno Unito contro Al Mubarak come persona fisica, ad esempio se i club che valutano un’azione di risarcimento danni decidessero di coinvolgerlo personalmente come convenuto. In quel caso lo scudo diplomatico potrebbe davvero costituire un ostacolo processuale. Ma si tratta di un fronte distinto e, al momento, soltanto ipotetico.”
Il Manchester City ha appena presentato appello. Quanto può cambiare ancora questa vicenda? Possiamo considerare ormai accertati questi fatti oppure bisogna attendere l’esito definitivo del procedimento?
“Il City ha depositato formalmente l’atto di appello il 1° ottobre, definendolo un ricorso “comprehensive” fondato su “errori materiali di diritto, di principio e di fatto” che renderebbero la decisione “unsafe”, e rivendicando di possedere “prove inconfutabili” a proprio favore. Secondo le regole applicabili, l’udienza d’appello dovrebbe tenersi entro dodici settimane dal deposito, con decisione attesa entro trenta giorni dalla sua conclusione. È bene però essere precisi sulla portata di questo passaggio: l’appello previsto dal regolamento della Premier League non è un nuovo processo, ma un riesame delle prove già raccolte davanti alla prima commissione, con ammissione di nuove prove solo in casi circoscritti. Significa che i fatti accertati nella decisione – la ricostruzione dello schema, le cifre stagione per stagione, la testimonianza giudicata falsa – restano oggi un giudizio di merito già interamente motivato su quaranta pagine, non un’accusa provvisoria. Può essere corretto, ridimensionato in singoli capi, ma un ribaltamento integrale, nel perimetro ristretto di questo riesame, lo ritengo altamente improbabile. Un dato ulteriore merita attenzione: le decisioni dell’Appeal Board sono finali e non impugnabili davanti al Tribunale Arbitrale dello Sport, a differenza di quanto accadde nel 2020 con la UEFA. Resta soltanto un controllo residuale interno alla stessa Premier League, limitato a vizi di procedura tassativi (difetto di giurisdizione, frode, errore procedurale grave, irragionevolezza manifesta) e non a un nuovo esame del merito. In definitiva, quindi, bisognerà attendere altri due giudizi per definire le condotte contestate. Poi si passerà all’esame delle sanzioni, che avranno un iter analogo (quindi con tre giudizi dentro il perimetro sportivo delle regole della Premier League). Per questo motivo le tempistiche dovrebbero essere ancora abbastanza lunghe.”
Questo caso cosa ci dice sul Fair Play Finanziario e sulle regole economiche del calcio? Sono strumenti realmente efficaci oppure casi di questo tipo mostrano che esistono ancora troppi margini per aggirarle?
“Direi che il caso restituisce un’immagine a due facce. Da un lato dimostra che il sistema, pur lentamente, è in grado di accertare e documentare pubblicamente condotte di questa complessità: la decisione della Commissione è un documento di quaranta pagine, con tabelle stagione per stagione e un livello di dettaglio che nessuna fonte giornalistica aveva mai potuto offrire prima. Dall’altro, i tempi raccontano una storia meno rassicurante: diciassette anni separano la prima stagione contestata dal verdetto di colpevolezza, e la sanzione deve ancora arrivare. Un effetto deterrente che si manifesta solo a distanza di quasi due decenni perde gran parte della propria funzione, perché il vantaggio competitivo accumulato nel frattempo (quattro titoli di Premier League, una Champions League, sedici partecipazioni europee consecutive) non è più reversibile. Va anche ricordato che il caso non nacque da un controllo endogeno della UEFA, che nel 2014 si era accontentata di un patteggiamento, ma dalla fuga di documenti di Football Leaks nel 2018: senza quella fonte esterna, probabilmente la vicenda non sarebbe mai stata riaperta. Sul piano regolamentare, la risposta è comunque arrivata: la UEFA ha sostituito il vecchio sistema con le Football Sustainability Regulations nel 2022, e la Premier League ha introdotto nel 2021 – rafforzandole nel 2024 – le Associated Party Transactions Rules, che impongono oggi una valutazione indipendente al valore di mercato per ogni transazione con una parte correlata al club, proprietario incluso. Questo è esattamente il meccanismo che il City avrebbe aggirato. Ciò detto, che restino comunque terreno di contenzioso lo dimostra il fatto che lo stesso City abbia già ottenuto, nell’ottobre 2024, una vittoria in arbitrato contro quelle regole per violazione del diritto della concorrenza britannico.”
Allargando il discorso: tra proprietà miliardarie, fondi sovrani, sponsorizzazioni e interessi economici sempre più grandi, quanto è diventato difficile controllare il rapporto tra soldi e calcio? Un caso come quello del City rischia di mettere in discussione la credibilità dell’intero sistema?
“Il caso City si inserisce in una tendenza che riguarda ormai diversi club di vertice europei, le cui proprietà sono riconducibili, direttamente o indirettamente, a fondi sovrani o a individui che ricoprono al tempo stesso cariche di governo. Il nodo strutturale è proprio questo: le regole di sostenibilità finanziaria nascono per impedire che un proprietario compri il successo sportivo con risorse esterne al fatturato del club, ma faticano a distinguere un ricavo commerciale genuino da un conferimento di capitale mascherato quando il proprietario stesso è, di fatto, parte correlata di un numero potenzialmente illimitato di sponsor. Un caso di questa scala – con 114 violazioni accertate su quasi un decennio – mette alla prova la credibilità dell’intero impianto regolatorio del calcio europeo, non solo quella del club coinvolto. Se la sanzione finale dovesse risultare sproporzionatamente lieve rispetto alla gravità accertata, o arrivare con un ritardo tale da renderla sportivamente irrilevante, il danno reputazionale ricadrebbe sull’intero sistema inglese, con possibili riflessi anche sul valore del prossimo ciclo di diritti televisivi. Il fatto che il caso sia comunque arrivato a un accertamento pubblico e documentato con un dettaglio senza precedenti resta, a mio parere, un segnale che il sistema conserva una capacità di controllo reale per quanto lenta, e per quanto la sua efficacia dipenderà in larga parte dalla sanzione che sceglierà nelle prossime settimane.”


