La squadra di Allegri crolla nel momento decisivo: ora Genoa e Cagliari valgono più di una stagione
Quando la partita finisce, il momento del Milan si può raccontare con una parola che ruoto attorno a un concetto: rumore. Quello della petizione “Furlani Fuera”, arrivata a circa 25mila firme. Quello della Curva Sud radunata davanti al cancello 15 prima del fischio d’inizio, con uno striscione impossibile da fraintendere: “Furlani vattene”.
Poi il rumore delle luci. Quelle dei telefonini, accesi dalla Sud in assenza delle solite bandiere e delle coreografie tradizionali, con un messaggio netto: “G.F. OUT”. Traduzione non difficile: Giorgio Furlani out. La stessa linea dello striscione esposto fuori dallo stadio, portata dentro San Siro con un linguaggio diverso.
C’è stato anche il rumore del pallone che ha superato Maignan. Un colpo secco, poi un altro, poi un altro ancora. Tre volte. Il rumore assordante dei fischi. Prima alla squadra, incapace di reagire. Poi a Leao, bersaglio più visibile della frustrazione di San Siro.
E Dopo il 3-0, al 51’, è arrivato il rumore più forte: il silenzio. La Curva Sud si è svuotata e ha lasciato San Siro. Una scena rara, quasi impensabile in uno stadio che negli ultimi anni ha vissuto di sold out, record di presenze e attaccamento viscerale. Un silenzio che urlava più dei fischi.
La partita, poi, ha avuto anche il rumore della speranza. In sette minuti il Milan ha accorciato le distanze e ha sfiorato il pareggio e ha quasi riaperto una gara che sembrava finita. Ma la reazione è arrivata tardi, troppo tardi per cancellare il resto.
Questo rumore adesso raggiunge Milanello. È il rumore di una frattura profonda tra società, squadra e tifosi. Da una parte una dirigenza contestata, dall’altra alcuni giocatori che sembrano già con le valigie pronte. In mezzo un popolo rossonero che non accetta più questa deriva e chiede una cosa semplice: tornare a competere, tornare a vincere, non parlare solo di conti.
Dentro la contestazione c’è anche l’eco di un nome: Paolo Maldini. Il coro lanciato verso la tribuna autorità non è stato nostalgia. È stato un messaggio politico, sportivo, identitario. Un modo per dire che una parte del tifo non riconosce più il Milan che vede oggi.
La Champions resta il crocevia. Non solo per salvare una stagione partita con ambizioni alte e finita dentro una crisi senza fine. Serve per non perdere terreno, soldi, credibilità e futuro. Ma serve anche per provare a ricucire una frattura che ormai non è più solo sportiva. Il Milan fa rumore, tantissimo. Ma da settimane non sente più la musica.
Milan – Atalanta: la partita
L’Atalanta passa 3-2 a San Siro, colpisce tre volte con Ederson, Zappacosta e Raspadori e lascia ai rossoneri soltanto una reazione tardiva, arrivata con Pavlovic e Nkunku quando la partita sembrava già scappata.
Il Milan rimane a 67 punti, come la Roma che lo aggancia, e resta quarto solo per gli scontri diretti. La Juventus è terza a 68, il Como è sesto a 65. A due giornate dalla fine, con Genoa e Cagliari ancora da affrontare, la Champions sarebbe ancora nelle mani dei rossoneri. Ma questo Milan dà la sensazione di poter crollare da un momento all’altro e con chiunque.
Allegri ha cambiato parecchio. De Winter al posto dello squalificato Tomori, Leao titolare dopo il forfait di Pulisic, Gimenez dal primo minuto, Loftus-Cheek preferito a Fofana, Ricci in mezzo e Bartesaghi ancora a sinistra. Palladino ha risposto con De Ketelaere sulla trequarti, Krstovic davanti e una squadra subito più ordinata, più leggibile, più pronta a colpire.
L’approccio al match aveva illuso San Siro. Gimenez ha impegnato Carnesecchi dopo pochi secondi, poi Rabiot ha colpito il palo esterno con una conclusione violenta. Il Milan sembrava vivo, aggressivo, dentro la partita. Al 7’ però l’Atalanta è passata. De Ketelaere ha messo un pallone basso in area, Raspadori ha lottato con De Winter, la palla è rimasta lì ed Ederson l’ha piazzata all’angolo. Primo tiro, primo gol.
Il Milan non si è spento subito, Leao è sbattuto contro le maglie dell’Atalanta, Gimenez non è riuscito a proteggere palloni utili, sulle fasce è mancata spinta. Dall’altra parte la Dea sapeva cosa fare: De Ketelaere largo, Ederson tra le linee, movimenti puliti e il campo occupato meglio.
Alla mezzora è arrivato il secondo gol. Ancora De Ketelaere, stavolta per Krstovic, bravo a premiare l’inserimento di Zappacosta. Difesa rossonera aperta, Maignan battuto, San Siro gelato. Il Milan ha avuto con Leao la palla per rientrare, ma il portoghese ha sbagliato davanti a Carnesecchi. Un errore pesante, accolto dagli ennesimi fischi di una parte dello stadio.
Allegri ha provato a cambiare subito dopo l’intervallo. Dentro Nkunku, fuori Loftus-Cheek, tridente con Gimenez e Leao. La scossa non è arrivata. Al 51’ Ricci e Leao hanno perso palla in uscita e l’Atalanta ha chiuso la partita con Raspadori. Sullo 0-3 la Curva Sud ha lasciato lo stadio. Da quel momento la partita è diventata quasi irreale, con il Milan a inseguire nel silenzio assordante di San Siro e l’Atalanta padrona del campo.
Nel finale c’è stata una spinta di orgoglio: Pavlovic ha accorciato, poi Nkunku ha segnato su rigore nel recupero e Füllkrug ha sfiorato il 3-3 di testa. Troppo tardi. La reazione c’è stata quando la partita era già compromessa e non cancella la fotografia della serata: il Milan ha preso tre gol in casa in una gara che pesava come una finale.
Milan, girone di ritorno disastroso. Le parole di mister Allegri e di Tare
Dopo il derby vinto, quando qualcuno aveva rimesso in piedi persino discorsi più ambiziosi, ma il Milan ha rallentato in modo vetiginoso. Nelle ultime sei partite sono arrivate quattro sconfitte. Da allora Allegri ha fatto 7 punti in 8 giornate, media vicina alla retrocessione. In questo periodo il Milan è quartultimo. Solo Verona, Pisa e Lecce hanno fatto peggio.
Dopo la partita Allegri ha provato a tenere la linea. “Una buona partita per 10 minuti, poi alla prima occasione abbiamo preso gol e ci siamo disuniti”. Il tecnico ha difeso Leao e spostato il peso sulle ultime due gare: “Non è un problema di Leao e di nessun singolo, la priorità è la squadra. Rafa ha avuto situazioni favorevoli ma è un momento così…”. Poi il passaggio sulla Champions: “È inutile parlare di quello che è successo finora, non lo possiamo cambiare. Ora dobbiamo solo concentrarci su Genova. La Champions a rischio? Ho sempre detto e ridetto che non era in una botte di ferro…”.
Allegri ha aggiunto anche una frase che fotografa il tentativo di trovare almeno un appiglio: “Abbiamo ripreso a fare gol, è un buon segnale”. Il problema è che quei due gol sono arrivati dopo lo 0-3, dentro una reazione più d’orgoglio che altro. Il Milan ha segnato, sì. Ma ha perso ancora.
Anche Igli Tare è andato davanti ai microfoni. Una scelta non scontata, in una serata così. “Ho analizzato col mister la partita dopo il 90’. Dobbiamo restare concentrati sulle ultime due partite. La reazione in spogliatoio è stata quella giusta, ora dalle parole dobbiamo passare ai fatti. Magari andremo in ritiro qualche giorno prima del Genoa”. Il dirigente ha poi parlato ai tifosi: “È mancata la tensione giusta. Dobbiamo prenderci le nostre responsabilità. I tifosi meritano un’altra squadra”.
Il ritiro, anche solo evocato, dice molto del momento. Genoa-Milan diventa una partita da dentro o fuori, almeno sul piano emotivo. Poi ci sarà il Cagliari. Due gare, sei punti, una Champions da difendere e un ambiente ormai esploso.
Il Milan può ancora mettere una pezza a una stagione diventata irriconoscibile, ma San Siro ha già dato il suo verdetto: così non basta più.

