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Mondiali 2026, Brasile: Neymar in campo dopo 980 giorni. Le lacrime di O’Ney, icona fragile che ha fatto innamorare una generazione

Il numero 10 è entrato al 76’ nel 3-0 contro la Scozia. È il suo quarto Mondiale, come Pelé, Cafu e Djalma Santos

Mondiali 2026, Brasile: Neymar in campo dopo 980 giorni. Le lacrime di O’Ney, icona fragile che ha fatto innamorare una generazione
Neymar Brasile, Mondiali 2026 (Foto Ipa)

Neymar è rientrato con il Brasile 980 giorni dopo l’ultima partita. Al fischio finale ha pianto: per O’Ney è il quarto Mondiale della carriera. L’icona di una generazione intera in tutta la sua fragilità

O’Ney ha avuto nei piedi i numeri e l’immaginario del predestinato. Poi c’è l’altra faccia della medaglia: la fragilità del campione brasiliano

Neymar è rientrato con il Brasile 980 giorni dopo l’ultima partita. Al fischio finale ha pianto: per O’Ney è il quarto Mondiale della carriera. L’icona di un’intera generazione è tornata nel posto che più le appartiene, con tutta la sua fragilità.

Neymar è tornato a indossare la maglia del Brasile dopo 980 giorni. Carlo Ancelotti lo ha mandato in campo al 76’ della partita vinta 3-0 contro la Scozia, con il passaggio alla seconda fase già in tasca e il pubblico brasiliano pronto ad alzarsi per il suo numero 10. L’ultima volta era stata il 18 ottobre 2023, in Uruguay-Brasile. Neymar uscì all’intervallo dopo la rottura del legamento crociato anteriore e del menisco del ginocchio sinistro. Da quel giorno è cominciato il calvario degli ultimi anni: l’intervento, il recupero, nuovi stop muscolari, settimane senza continuità e il dubbio che la Nazionale fosse diventata solo un dolce ricordo.

Poi è arrivata la convocazione. La gioia quando Carlo Ancelotti ha pronunciato il suo nome. O’Ney è rientrato nel suo habitat naturale: la maglia verdeoro, il numero 10, un Paese intero che lo acclama. Ieri sera ha giocato i primi minuti del suo Mondiale. Al fischio finale si è emozionato e ha pianto anche negli spogliatoi, dopo aver ritrovato il sogno del ritorno che inseguiva da quasi tre anni.

“È un momento di gratitudine. Ringrazio Dio per avermi dato la possibilità di rivivere questa esperienza. È passato tanto tempo dall’ultima volta che ho giocato nella Nazionale brasiliana. Sono stato fuori per molto tempo, quindi è una squadra diversa. Ma sono molto felice di aver potuto giocare di nuovo in un Mondiale e di aver difeso la Nazionale brasiliana dopo tanti anni”, ha dichiarato. Per Neymar è il quarto Mondiale dopo 2014, 2018 e 2022. Entra così nell’élite di Pelé, Cafu e Djalma Santos, tre nomi che in Brasile hanno fatto la storia.

Neymar è ancora il miglior marcatore della storia della Seleção, con 79 gol. Ha superato Pelé nel settembre 2023, con una doppietta alla Bolivia nelle qualificazioni al Mondiale. Quel record gli ha consegnato un posto di diritto nella storia del Brasile, anche senza quella Coppa del Mondo che il Paese aspetta dal 2002. Il Mondiale gli è sempre sfuggito. Nel 2014, la ginocchiata di Zúñiga nei quarti contro la Colombia gli provocò la frattura di una vertebra. Pochi giorni dopo arrivò il 7-1 della Germania nel Mondiale di casa. Il Mineirazo. Nel 2018 il torneo russo finì contro il Belgio. Nel 2022 segnò nei supplementari contro la Croazia, poi il Brasile uscì ai rigori.

Il genio e l’identità brasiliana, dai numeri in campo al Carnevale di Rio: perché Neymar resta un’icona del Brasile

Se c’è una cosa, nel mondo del calcio, che si è anche solo lontanamente avvicinata al livello di Leo Messi e Cristiano Ronaldo, quella cosa ha un nome preciso: Neymar da Silva Santos Júnior, al secolo Neymar Jr.
O’Ney ha avuto nei piedi i numeri e l’immaginario del predestinato. Poi c’è stata l’altra faccia della medaglia: la fragilità di un campione brasiliano, quella malinconia sregolata che in Brasile chiamano saudade. Una nostalgia dolce e inquieta, fatta di talento, desiderio, eccessi e mancanze, che sembra accompagnare molti fuoriclasse verdeoro e che finisce per influenzare anche ciò che un fenomeno fa in campo.

Nato il 5 febbraio 1992 a Mogi das Cruzes, figlio di Neymar Santos Sr. e Nadine Gonçalves, Neymar è cresciuto con il padre sempre vicino alla sua carriera e con la sorella Rafaella al centro della sua vita privata. Anche quel legame è diventato racconto pop: per anni il compleanno di Rafaella, l’11 marzo, è stato accostato alle assenze di O’Ney tra infortuni, squalifiche e stop nel periodo del Carnevale.

Il rapporto con il Carnevale di Rio, le feste e la vita brasiliana è diventato uno dei capitoli più discussi della sua immagine pubblica. Neymar è stato fotografato al Carnevale mentre era fermo per infortunio, poi nel 2020 annunciò che non sarebbe andato per evitare nuove polemiche. Anche nel ritorno al Santos, nel 2025, la sua presenza alle feste brasiliane ha riacceso critiche dopo uno stop fisico.

Neymar si è portato dietro per anni tutto questo: il talento che incanta, il fisico che lo abbandona, la voglia di vivere che per molti diventa colpa. In Brasile certe cose hanno un peso diverso. Il calcio, la musica, la famiglia, la festa e la malinconia finiscono spesso nello stesso romanzo. O’Ney non è mai stato solo un fenomeno in campo: è stato un’icona amatissima e discussa, capace di trasformare ogni dribbling, ogni assenza e ogni lacrima in una storia più grande di una partita.

Neymar ha sempre diviso perché ha sempre occupato lo spazio di una stella. I suoi dribbling hanno fatto innamorare una generazione cresciuta su YouTube, highlights, finte impossibili e giocate da FIFA Street. Per tanti ragazzi è stato l’ultimo brasiliano capace di sembrare davvero brasiliano anche nel calcio industriale europeo: sorridente, tecnico, teatrale, imprevedibile, a volte irritante, spesso irresistibile.

Prima dell’icona c’era il bambino del Santos, cresciuto tra dribbling, sorrisi, elastici e colpi di tacco. Nel 2011 portò il club alla Copa Libertadores, un trofeo che al Santos mancava dai tempi di Pelé. In quegli anni Neymar diventò un fenomeno globale, l’unico davvero paragonabile in patria a O Rei, almeno per impatto, immaginario e aspettative. Da lì arrivò anche il soprannome O’Ney. Un modo per dire: non è Pelé, ma può fare qualcosa che assomiglia a ciò che ha fatto lui.

Il salto al Barcellona nel 2013 fu la consacrazione definitiva. Neymar entrò in uno dei tridenti offensivi più famosi e più forti degli ultimi vent’anni, e non solo. Con Messi e Suarez formò la MSN, vinse la Champions League 2014-15, due Liga, tre Coppe del Re e il Mondiale per club. In quella squadra Neymar non era una comparsa: decideva le partite, saltava due, tre, quattro difensori, apriva spazi e segnava tanto, in Spagna e nelle notti europee. Nel 2017 arrivò il trasferimento al Paris Saint-Germain per 222 milioni di euro, la cifra che ha cambiato per sempre il modo di concepire il calciomercato. A Parigi ha vinto campionati e coppe nazionali, ha portato il PSG alla finale di Champions del 2020, ma ha anche visto crescere attorno a sé la narrazione degli infortuni, delle feste, dei viaggi e delle assenze.

La vita privata, però, e questo molti se lo dimenticano, non gli ha impedito di costruire un palmarès enorme. Con il Santos ha vinto Copa do Brasil, Libertadores e Recopa Sudamericana. Con il Barcellona ha conquistato Champions, Liga, Coppe del Re e Mondiale per club. Con il PSG ha riempito la bacheca francese e ha giocato una finale di Champions. Con il Brasile ha vinto l’oro olimpico a Rio 2016, l’argento a Londra 2012 e la Confederations Cup 2013. Ha segnato oltre 440 gol tra club e Nazionale, con le maglie di Santos, Barcellona, Paris Saint-Germain, Al Hilal e Brasile. Con la Seleção è arrivato a 79 reti, più di Pelé, diventando il miglior marcatore della storia verdeoro. È uno dei pochi calciatori capaci di superare quota cento gol con tre club diversi: Santos, Barcellona e PSG.

Nelle ore della partita con la Scozia è circolata anche la profezia surreale della veggente brasiliana Bahiana: “Un ufo gigante rapirà Neymar e Vinicius Jr nella partita tra Brasile e Scozia, il giorno 24 di giugno una nave aliena invaderà lo stadio di Miami”. Nessun alieno si è portato via O’Ney. Semmai, quella navicella immaginaria ha restituito al mondo del calcio un alieno fragile, uno che non poteva mancare proprio qui: sul palcoscenico che più gli appartiene, ai Mondiali 2026. Perché Neymar, con tutto quello che è stato e tutto quello che non è riuscito a diventare, resta così come si direbbe in un famoso film: “troppo strano per vivere e troppo raro per morire”.

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