Quarant’anni dopo l’Azteca, l’Argentina ritrova la maglia bianca dell’Inghilterra. Diego Armando Maradona è ancora nei cori e nei cuori, Messi corre verso quella che potrebbe essere la sua ultima finale mondiale e gli inglesi provano a chiudere un’attesa cominciata nel 1966. Tra le due nazionali resta l’ombra di una guerra, due gol immortali e una rivalità che il tempo non ha mai davvero consumato
La maglia blu, la vendetta di Diego e il sogno inglese che da sessant’anni aspetta di tornare a casa
Il 22 giugno 1986, allo stadio Azteca di Città del Messico, Diego Armando Maradona segnò due gol all’Inghilterra in quattro minuti. Il primo con la mano. Il secondo attraversando il campo, saltando gli inglesi uno dopo l’altro, fino a superare Peter Shilton e depositare il pallone in rete. Un furto e un’opera d’arte. L’inganno più umano e il gesto più vicino al divino nello spazio di una sola partita.
Quarant’anni dopo, l’Argentina indosserà ancora la maglia blu scuro. La stessa tonalità scelta nel 1986 e utilizzata anche nel 1998, quando l’Albiceleste eliminò nuovamente gli inglesi ai rigori dopo il 2-2 di Saint-Étienne. Lionel Scaloni ha ridimensionato la scaramanzia, ma persino Thomas Tuchel ha ammesso che, al posto degli argentini, avrebbe fatto lo stesso. Le maglie non segnano i gol e non vincono le partite. Alcune, però, custodiscono ciò che un popolo non vuole dimenticare.
Un anno prima della guerra, Argentina e Inghilterra si erano scambiate le maglie su un palco. L’8 marzo 1981, allo stadio del Vélez Sarsfield di Buenos Aires, Freddie Mercury indossò la numero 10 argentina e Maradona posò accanto ai Queen con una maglia raffigurante la Union Jack. Diego salì sul palco e presentò Another One Bites the Dust. La scaletta del concerto terminava con God Save the Queen. Dodici mesi dopo, quelle due bandiere non sarebbero più state un gioco.
Il 2 aprile 1982, la dittatura militare guidata da Leopoldo Galtieri occupò le isole controllate dal Regno Unito e rivendicate dall’Argentina. Londra rispose inviando la propria flotta nel Sud Atlantico. Il conflitto durò 74 giorni e terminò il 14 giugno con la resa argentina. Morirono 649 argentini, 255 britannici e tre abitanti delle isole. La sconfitta costrinse Galtieri alle dimissioni e accelerò la fine della dittatura. L’Argentina sarebbe tornata alla democrazia nel dicembre 1983, con l’insediamento di Raúl Alfonsín. La disputa sulla sovranità non si è mai chiusa.
Molti dei soldati argentini erano ragazzi di leva, mandati al fronte da un regime che aveva raccontato al Paese una guerra diversa da quella che si stava combattendo. Anche i calciatori arrivati in Europa per il Mondiale del 1982 scoprirono sui giornali spagnoli quanto fossero lontani i bollettini della propaganda dalla realtà. Maradona lo avrebbe ricordato così: “Eravamo convinti che stessimo vincendo il conflitto, ma sulle testate spagnole leggemmo quello che stava realmente accadendo: era una catastrofe per il Paese e un colpo durissimo per noi”. Quattro anni dopo, ai quarti del Mondiale messicano, il tabellone mise davanti a Maradona proprio l’Inghilterra. Diego disse che quella partita valeva più di una qualificazione: “Certo, prima della partita avevamo detto che il calcio non aveva a che fare con quella guerra. Ma sapevamo che avevano ucciso lì un sacco di ragazzi come uccellini. E quindi la nostra era una vendetta”.
La Mano de Dios diventò così anche una risposta politica. Maradona ingannò l’arbitro, Shilton e l’Inghilterra. Subito dopo segnò un gol che non aveva bisogno di ingannare nessuno. Partì dalla propria metà campo e arrivò fino alla porta inglese. La FIFA lo avrebbe poi riconosciuto come Gol del secolo. L’Argentina vinse 2-1, conquistò il Mondiale e affidò a Diego un ruolo che superava il calcio. Maradona aveva trasformato una sconfitta militare in una vittoria popolare, provvisoria e simbolica, ma abbastanza forte da durare quarant’anni e forse per sempre.
Messi ha ereditato quella maglia, la stessa, con lo stesso numero alle spalle. Diego era ribellione, provocazione, rabbia. Leo ha costruito il proprio mito sottovoce, quasi chiedendo scusa ogni volta che il pallone gli obbediva. Per anni l’Argentina gli ha rimproverato di non assomigliare abbastanza al suo predecessore. Poi sono arrivate la Copa América, la Finalissima e il Mondiale del 2022. Messi ha smesso di inseguire Diego.
L’Inghilterra porta con sé un’altra forma di nostalgia. Ha vinto il suo unico Mondiale nel 1966 e da allora non è più tornata in finale. Ha perso le semifinali del 1990 e del 2018, ha visto sfumare due Europei consecutivi e continua a cantare Football’s Coming Home, il verso nato nel 1996 da trent’anni di delusioni diventati ormai sessanta.
Anche gli inglesi affidano alle canzoni ciò che il campo continua a rimandare. Three Lions promette da trent’anni che il calcio tornerà a casa. Hey Jude accompagna Jude Bellingham dagli spalti, mentre Wonderwall è diventata uno dei canti delle vittorie inglesi. Sono canzoni meno ferite di quelle argentine, ma raccontano la stessa necessità: credere che questa volta possa finire diversamente. Questa generazione ha abbastanza talento per mantenere quella promessa. Harry Kane e Jude Bellingham sono arrivati alla semifinale con sei gol ciascuno. Kane porta la fascia e il mestiere di chi ha attraversato quasi tutte le sconfitte recenti. Bellingham ha l’età, il talento e la sfrontatezza di chi non vuole ereditare soltanto il dolore. Attorno ci sono Declan Rice, Bukayo Saka e una rosa costruita per arrivare fino in fondo.
Alla vigilia, i giornali inglesi si sono concentrati sul botta e risposta tra Thomas Tuchel e Jude Bellingham dopo il 2-1 alla Norvegia. Il commissario tecnico aveva criticato la prestazione, il centrocampista aveva risposto con evidente fastidio. Harry Kane ha poi escluso divisioni nello spogliatoio e difeso entrambi. Nel 2002 fu David Beckham a restituire agli inglesi una piccola parte del dolore, segnando su rigore l’1-0 che contribuì all’eliminazione argentina nella fase a gironi. Prima erano arrivati il 1986 e il 1998. Ogni generazione ha ricevuto la propria Inghilterra-Argentina, insieme ai fantasmi lasciati dalla precedente.
Le isole oggi
Ma sulle isole quella storia ha un altro nome. A Stanley si chiamano Falklands e gli abitanti si definiscono prima di tutto Falkland Islanders. Nel referendum del 2013, il 99,8% dei votanti scelse di restare un territorio britannico d’oltremare. Buenos Aires non riconobbe il risultato, perché considera quella comunità il prodotto dell’occupazione britannica iniziata nel 1833. Per chi è nato e cresciuto nell’arcipelago, invece, quelle isole sono casa. Molte famiglie vivono lì da otto o nove generazioni.
Oggi nelle Falklands vivono poco più di 3.600 persone, in gran parte raccolte attorno a Stanley. Parlano inglese, eleggono una propria Assemblea e amministrano direttamente gli affari interni. La comunità è diventata più varia: accanto agli isolani di origine britannica ci sono residenti arrivati da Sant’Elena, dal Cile, dalle Filippine e da decine di altri Paesi. Il censimento del 2021 mostra che il 76% della popolazione si riconosce in un’identità falklandese, britannica o in entrambe. Per loro il 1982 non rappresenta una guerra perduta da vendicare attraverso il calcio. È l’anno dell’invasione argentina, dell’occupazione e del ritorno delle forze britanniche. La stessa guerra ha quindi lasciato due memorie opposte: in Argentina è diventata una ferita nazionale; sulle isole ha rafforzato un’identità britannica che gli abitanti continuano a rivendicare.
Sarà ancora Inghilterra-Argentina, e persino il nome delle isole cambia a seconda della bandiera da cui vengono guardate.
Per Buenos Aires sono le Malvinas, ereditate dalla Spagna dopo l’indipendenza e occupate illegittimamente dai britannici nel 1833.
Per Londra sono le Falkland, amministrate dal Regno Unito e abitate da una popolazione che rivendica il diritto di scegliere il proprio futuro.
Malvinas o Falkland, dunque. Due nomi, due ricostruzioni della stessa terra. Novanta minuti, forse centoventi, per decidere quale memoria sopravvivrà all’altra.

