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Sono stato un ragazzo del secondo anello di San Siro. Il tempo, Baresi e noi

L’estremo saluto a Franco Baresi diventa l’occasione per ripercorrere una parte della propria giovinezza, tra San Siro, il secondo anello e la memoria di un calcio vissuto come appartenenza. Davanti alla basilica di Sant’Ambrogio, tra maglie rossonere di epoche diverse e racconti dei tifosi, riaffiorano il mito del Capitano, la sua quasi infallibilità e la consapevolezza dolceamara del tempo che passa.

Sono stato un ragazzo del secondo anello di San Siro. Il tempo, Baresi e noi

Oggi sono andato al funerale di Franco Baresi. Davanti alla basilica di Sant’Ambrogio, la piazza sembrava una specie di album vivente della memoria rossonera. Mi sono silenziosamente mescolato a centinaia di milanisti, molti dei quali indossavano maglie appartenenti a epoche diverse: colori sbiaditi, stemmi cambiati, sponsor dimenticati, nomi che bastavano da soli a riaprire una stagione, una partita, una domenica lontana. C’erano striscioni e gruppi di tifosi capaci di raccontare, con la sola presenza, gli ultimi decenni di storia di questa squadra gloriosa.

Sono stato un ragazzo del secondo anello di San Siro. Il tempo, Baresi e noi
Sono stato un ragazzo del secondo anello di San Siro. Il tempo, Baresi e noi
Sono stato un ragazzo del secondo anello di San Siro. Il tempo, Baresi e noi
Sono stato un ragazzo del secondo anello di San Siro. Il tempo, Baresi e noi
Sono stato un ragazzo del secondo anello di San Siro. Il tempo, Baresi e noi
Sono stato un ragazzo del secondo anello di San Siro. Il tempo, Baresi e noi
Sono stato un ragazzo del secondo anello di San Siro. Il tempo, Baresi e noi
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Sono stato un ragazzo del secondo anello di San Siro. Il tempo, Baresi e noi
Sono stato un ragazzo del secondo anello di San Siro. Il tempo, Baresi e noi

Una realtà dalla quale mi sono allontanato

Occhi lucidi, abbracci. Insomma, una famiglia. Una famiglia dalla quale, da parecchio tempo, mi sono allontanato. Non per una decisione improvvisa, ma per quella lenta erosione delle passioni che arriva con gli anni. Le cose non finiscono sempre in un istante: spesso si consumano, si fanno più opache, smettono di occupare il centro della vita e si spostano ai margini, dove continuano comunque a respirare.

Eppure anch’io sono appartenuto a quella famiglia. Per anni ho seguito il Milan a San Siro, dal secondo anello, con il sole o sotto la pioggia battente, quando quello stadio mi sembrava il più grande del mondo e una partita poteva decidere l’umore di un’intera settimana.

Ho visto giocare Gianni Rivera nella sua ultima stagione, quello della stella. Allora non potevo sapere che un giorno quel ricordo avrebbe assunto la consistenza fragile e preziosa delle cose irripetibili. Da giovani pensiamo che tutto sia destinato a tornare: le partite, le stagioni, gli amici, perfino noi stessi. Poi il tempo ci insegna il contrario. Non restituisce nulla. Al massimo concede qualche improvvisa riapparizione.

Il Capitano e il senso antico dell’appartenenza

Per questo non potevo mancare all’ultimo saluto a Franco Baresi, che è stato anche il mio capitano. Un atleta magnifico, non soltanto per il talento, ma per il senso quasi antico dell’appartenenza, per la classe, la dedizione, la fedeltà a una maglia che allora sembrava ancora qualcosa di più di un contratto.

Baresi dava l’impressione di essere destinato a restare uguale, come certi monumenti o certi simboli che crediamo sottratti al tempo. Invece anche i capitani invecchiano, anche gli eroi diventano ricordi, anche le presenze più solide finiscono per lasciarci soli davanti a ciò che hanno rappresentato.

Quando un attaccante avversario avanzava verso di lui con il pallone tra i piedi, si provava una sensazione difficile da spiegare: la certezza tranquilla di sapere già come sarebbe finita. Baresi avrebbe aspettato il momento giusto, letto il movimento, intuito l’intenzione prima ancora che diventasse gesto. Un passo, un anticipo, un tocco pulito, e il pericolo si dissolveva con la naturalezza delle cose inevitabili.

Non c’era ansia, quasi mai. C’era fiducia. La stessa che si ripone in qualcuno che conosce il proprio mestiere così bene da farlo sembrare semplice.

E proprio per questo, nelle rarissime occasioni in cui Franco sbagliava, il sentimento non era la delusione, ma qualcosa di più profondo: sorpresa, incredulità, perfino stupore. Come se per un istante si fosse incrinata una fondamentale legge della natura. Come se il tempo avesse saltato un battito e ci avesse ricordato che anche i più grandi, persino quelli che abbiamo creduto infallibili, restano uomini.

Il rumore lontano dello stadio

Mentre ascoltavo distrattamente le persone intorno a me rievocare partite, interventi, vittorie e aneddoti legati al Capitano, le loro voci si sono lentamente confuse. Non sentivo più soltanto loro.

Sentivo il rumore di San Siro, le scale di cemento fatte di corsa, il brusio prima del fischio d’inizio, le radioline accese, le domeniche d’inverno, la sensazione di avere ancora moltissimo tempo davanti.

In pochi istanti ho rivisto in rewind un frammento della mia giovinezza. Non una sequenza ordinata, ma lampi: volti, gradinate, colori, attese. E insieme a quelle immagini è tornato anche il ragazzo che ero, stupidamente convinto che i propri idoli, le proprie passioni e perfino la propria vita fossero destinati a durare per sempre.

Il tempo in cui lo abbiamo amato

L’effetto, c’era da aspettarselo, è stato dolceamaro. Dolce per ciò che è stato. Amaro per la certezza che non potrà più essere. Perché a volte non piangiamo soltanto chi se ne va. Piangiamo anche il tempo in cui lo abbiamo amato, insieme a quella parte di noi che ci lascia insieme a lui.

Grazie, Franco.

Foto di Luca Varani