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Ma Albertini e Tavecchio sono in grado? Di Ernesto Vergani

Il nocciolo della vicenda della Federcalcio è la governance. L’hanno detto molti, da Mario Sconcerti del Corriere della Sera al presidente dell’AS Roma, James Pallotta. Il calcio italiano fallisce come fenomeno di sistema, culturale, economico, sportivo. Sia in Italia che all’estero. E alla base di tale insuccesso c’è il modello di governance.
Sono ben sette le componenti della FIGC: Lega nazionale professionisti serie A, Lega professionisti serie B, Lega italiana calcio professionisti, Lega nazionale dilettanti, Associazione italiana calciatori, Associazione italiana allenatori calcio, Associazione italiana arbitri. Le decisioni vanno prese all'unanimità. Come se in un’azienda che oggi deve affrontare il mercato globalizzato, le decisioni fossero prese insieme da tutti gli stakeholders: proprietà, dirigenti, dipendenti, giudici.
Risultato: l’immobilismo. O peggio il compromesso tra persone in alcuni casi con capacità culturali, politiche, manageriali, relazionali coltivate sul campo, raccolte qua e là attraverso corsi, consulenti ed esperti vari. Le sfide principali sono tante: gli stadi, la sicurezza, la cultura sportiva, il settore giovanile. Si pensi a come il Regno Unito ha sconfitto gli hooligans. A come la Germania ha pianificato nel dettaglio il progetto, partito col mondiale casalingo del 2006 con Jürgen Klinsmann, culminato con la vittoria di Brasile 2014 con Joachim Löw.
Il primo candidato alla presidenza della FIGC, Carlo Tavecchio, presidente della componente dei dilettanti, forte del 51% dei voti dei dilettanti e della Lega Pro, persiste nella candidatura alla presidenza. Ciò nonostante i due incredibili scivoloni (“OptÌ Pobà è venuto qua che prima mangiava banane”; “Prima pensavo che le donne nel calcio fossero handicappate”). E nonostante la disapprovazione della Fifa e dell’Uefa. Quest’ultima ha ricordato che le federazioni che a essa aderiscono hanno sottoscritto la risoluzione “European Football United Against Racism”.

È evidente che oggi, nel mondo della comunicazione globale e di Internet, le parole sono pietre. Come è ovvio che il razzismo è un fenomeno tanto inaccettabile quanto diffuso. Lo sa bene chi frequenta i campi di calcio dei campionati giovanili. Ma è anche vero che in certi casi, durante partite di quei campionati, alcuni giovani calciatori di colore hanno un atteggiamento provocatorio, gettano benzina sul fuoco, cercano la rissa agonistica.
L’alternativa è Demetrio Albertini. Il secondo candidato ha prontamente approfittato delle gaffe di Tavecchio (“Prendiamo posizioni chiare su lotta alle discriminazioni”, ha twittato). I calciatori, con sacrificio e merito, possono ottenere fama e soldi. A volte dimostrano di essere poco consapevoli dei loro limiti. Basti pensare alla retorica di Cesare Prandelli e di Gianluigi Buffon a Brasile 2014 (“Giochiamo per la nazione”). Sicuro che 60 milioni di italiani deleghino a Buffon e a Prandelli la rappresentatività dell’idea di nazione?
Siamo certi che Albertini abbia una formazione sistemica, culturale, economico, manageriale per essere all’altezza del compito? Perché non azzerare tutto, eleggere una presidenza con l’unico compito urgentissimo di definire una nuova governance e subito dopo scegliere veri manager per risollevare le sorti del calcio italiano, magari partendo da una semplice politica di benchmarking?

Il calcio è importante (anche economicamente) per l’Italia. Quindi sorprende che il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, interpellato sulla questione, abbia delegato (“Sul calcio mi sento rappresentato da quello che dirà il presidente del Coni, Giovanni Malagò”).

Ernesto Vergani
 

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