Premier League fuori scala, Bundesliga più solida: il calcio europeo cresce ma continua a spendere troppo
Il calcio europeo non ha un problema di ricavi. Ne ha uno di costi. Le cinque grandi leghe hanno chiuso la stagione 2024/25 con circa 26,5 miliardi di euro di fatturato complessivo, una cifra che conferma la forza industriale del pallone. Ma dietro la crescita resta un equilibrio fragile: le spese superano i 27 miliardi e solo un campionato, la Bundesliga, riesce davvero a chiudere in utile.
La Premier League resta il campionato dominante. I club inglesi arrivano a 9,4 miliardi di ricavi, spinti soprattutto dai diritti tv, che valgono circa 3,9 miliardi, e dai ricavi commerciali, pari a 2,7 miliardi. È un modello enorme, capace di attrarre sponsor, pubblico globale e investimenti. Ma anche il più esposto sul lato dei costi: la Premier spende circa 10,1 miliardi, con il personale che da solo pesa per 5,1 miliardi.
La Bundesliga è molto più lontana per dimensione, ma più solida nei conti. Il campionato tedesco genera 5,1 miliardi di ricavi, con una struttura più equilibrata tra diritti tv, attività commerciali e gestione dei calciatori. I costi arrivano a 4,8 miliardi: +242 milioni. Tra le grandi leghe europee è l’unica a presentare un saldo positivo.
La Liga si ferma a 4,7 miliardi di ricavi e chiude praticamente in pareggio, con una perdita aggregata di appena 3 milioni. Il campionato spagnolo ha costi complessivi per 4,5 miliardi, inferiori a quelli della Bundesliga e molto distanti dalla Premier. Il sistema resta concentrato attorno ai grandi marchi, ma sul piano economico mostra una disciplina che oggi molte altre leghe non hanno.
La Serie A vale circa 4 miliardi di euro. I diritti tv portano 1,5 miliardi, i ricavi commerciali 800 milioni, la gestione dei calciatori circa 1 miliardo. Il problema è che i costi salgono a 4,2 miliardi, con il personale a quota 1,9 miliardi e ammortamenti e svalutazioni per 1,2 miliardi. Il risultato netto resta negativo per 349 milioni.
Il dato italiano fotografa una difficoltà ormai strutturale. La Serie A cresce, ma non abbastanza per tenere il passo delle spese. Incassa meno della Premier e della Bundesliga, ha meno forza commerciale dei campionati più ricchi e continua a dipendere molto dalla gestione dei calciatori. Le plusvalenze e il mercato aiutano, ma non bastano a costruire un equilibrio stabile.
La Ligue 1 è il campionato più piccolo tra le top 5 per ricavi, con 3 miliardi, e chiude con una perdita di 466 milioni. Pesa il minor valore dei diritti tv, fermi a circa 700 milioni, e una struttura di costi che resta alta rispetto alla dimensione del fatturato. Anche qui il problema non è solo quanto entra, ma quanto resta.
Il paradosso più evidente riguarda proprio la Premier League. È il campionato che incassa di più, ma anche quello che perde di più in valore assoluto: 892 milioni di rosso aggregato. La sua forza economica permette investimenti enormi, ma non garantisce automaticamente sostenibilità. I ricavi record coprono una parte della corsa, non tutta.
Il calcio europeo resta quindi diviso in due. Da una parte c’è chi cresce grazie a diritti tv, sponsor, stadi e brand globali. Dall’altra c’è una struttura di costi sempre più difficile da contenere, con stipendi e cartellini che continuano a pesare sui bilanci. Il risultato è un settore ricchissimo, ma spesso incapace di trasformare il fatturato in utile.
Per la Serie A, non basta inseguire la Premier sul mercato o sperare in una nuova stagione europea positiva. Servono ricavi commerciali più forti, stadi moderni, maggiore controllo dei costi e una gestione meno dipendente dalle operazioni sui calciatori.
Il calcio italiano muove ancora miliardi, ma il confronto con le altre leghe mostra quanto sia sottile la linea tra crescita e fragilità.

