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Energia, lo shale gas lascia sperare l’Ue. Ma l’oro nero ha troppi lati oscuri

Lo shale gas potrebbe rendere l’Europa energeticamente indipendente. Gli ambientalisti protestano contro i danni alla natura, la Russia viene accusata di foraggiare le proteste, mentre Washington di fare gli interessi delle sue multinazionali. Intanto negli Usa si profila già una bolla speculativa, mentre in Ue tutti, tranne Polonia e Inghilterra, aspettano di capire come muoversi. L’analisi

La minaccia della Russia di chiudere i rubinetti dal gas e lo stop a South Stream hanno ricordato all’Europa quanto sia fragile dal punto di vista energetico. L’Unione importa la maggior parte del gas e del petrolio che gli servono ed entro il 2030, secondo le stime, la bolletta energetica europea arriverà a 500 miliardi di euro.

In questo panorama il fraking giunge come una speranza inaspettata. La possibilità di estrarre petrolio e gas dalle rocce scistose attraverso la fratturazione idraulica, potrebbe alleggerire la dipendenza del Vecchio continente dai Paesi esportatori di idrocarburi. Secondo le stime nel sottosuolo ci sarebbe l’80% delle risorse presenti in Nord America. E proprio gli Usa stanno vivendo un incredibile boom del fracking, che potrebbe portare il Paese a diventare un esportatore di petrolio entro la fine del decennio.

L’idea di una Europa autosufficiente dal gas russo o dal petrolio mediorientale è un’utopia per tutti i governi. Significa avere energia a buon mercato per le industrie e nessun problema di approvvigionamento. Ci sono molti ‘però’ sulla strada promessa del fraking.

Prima di tutto i risvolti ambientali. Il fraking estrae il petrolio dal sottosuolo frantumando le rocce scistose attraverso l’immissione di acqua e prodotti chimici ad alta pressione. Questo mix può provocare l’inquinamento delle falde acquifere, piccole scosse di terremoto e anche perdite di metano in atmosfera che causano un aggravarsi dell’effetto serra. Negli Usa, dove la densità abitativa è bassa, è un rischio che alcuni si permettono di correre. In Europa invece l’inquinamento di una falda potrebbe avere effetti catastrofici dal punto di vista economico e della salute.

La Commissione europea ha sollevato questa ed altre preoccupazioni in un report, ma ha deciso di non legiferare a riguardo, lasciando libertà agli Stati membri di comportarsi come ritengono opportuno. Come conseguenza oggi solo l’Inghilterra e la Polonia stanno cercando attivamente i giacimenti, mentre in molti stati, come la Germania e la Francia, le licenze sono state sospese.

Il consumo di gas naturale ha avuto un incremento del 40% negli ultimi dieci anni. I Paesi con le maggiori riserve sono la Russia, con il 23%, l’Iran, con il 16%, il Qatar, con il 12 e solo in quinta posizione gli Usa con il 5%. Ma se si guarda ai giacimenti di shale gas la Cina è il primo paese della classifica, con il 15%, seguito dall’Argentina, con l’11% dall’Algeria, con il 10 e dagli Usa, con il 9%. L’Europa, nel suo insieme, sarebbe appena sotto gli Stati Uniti.

Il dibattito ora è soprattutto politico. In Inghilterra nel 2011 c’è stata una moratoria di 18 mesi dopo che nel nord del Paese gli abitanti di un villaggio avevano sentito la terra tremare sotto i piedi a causa di alcune perforazioni. In Bulgaria il governo ha messo al bando il fraking nel 2012 dopo le proteste degli abitanti. Un deputato ha accusato Mosca di finanziare le proteste di chi lotta contro questa tecnica estrattiva. D’altra parte in molti accusano gli Usa di voler portare il fraking in Europa solo per aprire nuovi mercati ai colossi petroliferi statunitensi.

Il vero problema, per chi deve investire in questa nuova tecnologia, è l’imprevedibilità del settore. Per aprire un pozzo servono ingenti risorse economiche e i giacimenti possono esaurirsi nel giro di pochi anni. I costi alti richiedono che il prezzo dell’energia sia sostenuto e in questo momento il greggio è in caduta libera. Negli Stati Uniti c’è già chi intravede una bolla speculativa e alcuni colossi del settore, come Bp, si sono già tirati fuori dal mercato.