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Hans Kundnani: “Berlino non è in grado di imporsi come potenza guida”

Hans Kundnani: “Berlino non è in grado di imporsi come potenza guida”
Kundani ape
“Non ci sarà un’Europa tedesca. La Germania semplicemente non è in grado di porsi come leader europeo per ragioni strutturali che hanno a che fare con le dimensioni del paese e con la limitatezza delle sue risorse”. L’intervista di Affaritaliani.it ad Hans Kundnani, esperto di politica estera tedesca, il cui libro, L’Europa secondo Berlino, è da poco stato tradotto in italiano

Di Giulia Marani

Non ci sarà un’Europa tedesca. La ‘questione’ del primo Novecento sembra essere tornata d’attualità, seppure in una versione soft, tutta giocata sul terreno dell’economia, nella quale a contrapporsi al potere di Berlino non sono gli eserciti delle altre potenze europee ma le economie deboli del sud. Ma Angela Merkel non è Bismarck – né Hitler, nonostante le provocazioni cartellonistiche dei manifestanti nelle strade di Atene e le boutades di certa stampa europea – e la Germania del 2015 non è in grado di assumere una vera leadership sul continente. È la tesi dello storico Hans Kundnani, ricercatore nella sede berlinese del German Marshall Fund ed esperto di politica estera tedesca, che Affaritaliani.it ha intervistato per l’uscita del suo libro L’Europa secondo Berlino (Le Monnier).

Professor Kundnani, lei ha scritto un libro sul ruolo della Germania nella crisi dell’euro, ma per spiegarla parte da un periodo cruciale della storia tedesca, quello tra il 1871 e il 1914. La storia può aiutarci a capire la situazione attuale?
“Secondo me, nonostante si tenda a pensare il contrario, guardare al passato può essere utilissimo per trovare delle chiavi di lettura utili a comprendere la situazione attuale. Oggi la Germania ha un ruolo semi-egemonico in Europa: si trova al centro del continente, per via della sua posizione geografica e della sua forza economica, ma non è in grado di imporsi come potenza guida. Questo concetto, la semi-egemonia, è stato usato per la prima volta dallo storico Ludwig Dehio per descrivere la Germania negli anni che vanno dall’unificazione alla Prima Guerra Mondiale. Con questo non voglio paragonare Angela Merkel a Bismarck, come ha fatto per esempio il quotidiano Bild Zeitung all’inizio della crisi greca, ma è innegabile che esista un parallelismo. La ‘questione tedesca’ dell’inizio del secolo breve sta riemergendo, seppure su un piano geo-economico”.

Pensa che la Germania soffra nuovamente di una ‘sindrome di accerchiamento’?
“All’inizio del Novecento, uno dei problemi era proprio questa sorta di dialettica dell’accerchiamento. La Germania era troppo grande per garantire un adeguato bilanciamento dei poteri in Europa, e al tempo stesso non lo era abbastanza per assumere un ruolo egemone. Questa situazione ha portato gli altri stati a stringere alleanze tra loro e a riunirsi in una coalizione anti-tedesca, con il risultato di far crescere ulteriormente il timore dei tedeschi. Mi sono chiesto se esistesse un equivalente geo-economico di quel fenomeno, e ho notato che, a partire dal 2005 e dalla famosa promessa di Mario Draghi di ‘fare tutto il necessario per salvare l’euro’, diversi economisti tedeschi hanno cominciato a temere che la Banca Centrale Europea avesse voltato le spalle al modello tedesco per abbracciare un modello più latino e che questo potesse rappresentare un pericolo sul lungo periodo. Nel  2012, quando ho scritto il libro, sembrava che l’Italia di Mario Monti, la Francia di Hollande e la Spagna di Rajoy fossero pronte a riunire le forze. Con l’arrivo al potere di Syriza in Grecia le cose sono in parte cambiate”.

Nonostante la sua Mittellage – la sua posizione al centro dell’Europa – e la sua forza economica, non pensa che la Germania assumerà una leadership reale. Non può o non vuole?
“Dipende da che cosa intendiamo con il termine leadership. Di fatto, la leadership tedesca che gli altri paesi europei vorrebbero spesso non coincide con l’idea che ne hanno i tedeschi. Se parliamo di egemonia, direi che la Germania semplicemente non è in grado di porsi come leader europeo per ragioni strutturali che hanno a che fare con le dimensioni del paese e con la limitatezza delle sue risorse. Un vero egemone, per esempio, sarebbe in grado di gestire un moderato aumento dell’inflazione, mentre l’economia tedesca è troppo fragile e troppo basata sull’esportazione”.

Nel libro si parla proprio di “Exportnationalismus”, di un nazionalismo dell’export. Crede che in Germania il modello economico nazionale sia percepito come migliore rispetto ad altri?
“Sì, senz’altro. La legittimità della definizione di Exportnationalismus è oggetto di dibattito, può essere quindi che io stia attribuendo all’export un ruolo troppo importante nell’identità nazionale. È chiaro, però, che i tedeschi vedano la loro economia come un modello a livello europeo, e che anche per gli altri paesi l’economia tedesca sia un modello da seguire, attuando riforme che vanno in quella direzione. Ma gli altri paesi – la Francia, la Spagna, l’Italia – non possono diventare ‘come la Germania’, perché sono strutturalmente diversi. Se per assurdo ci riuscissero, questo avrebbe effetti disastrosi: il surplus commerciale tedesco non sarebbe gestibile se riguardasse tutto il continente”.

Pensa che al contrario la Germania dovrebbe varare una sorta di ‘piano Marshall’ per garantire la ripresa dei paesi ‘periferici’?
“Mi piacerebbe molto, ma non mi sembra un’ipotesi realistica. Fin dal principio della crisi, gli altri paesi hanno sperato in una risposta forte da parte della Germania, incluso probabilmente un programma massiccio di investimenti, ma sono passati cinque anni dall’inizio della crisi dell’euro, ed è ormai chiaro che questo non succederà”.

In che modo evolverà la crisi dell’euro?
“Credo che continuerà nel breve periodo, senza che ci siano novità sostanziali rispetto agli ultimi cinque anni. Forse si parlerà ancora della Grecia, magari per un nuovo bailout. Non credo che, con l’approccio attuale, sia possibile far ripartire l’economia dell’Eurozona riducendo la disoccupazione. Questo tipo di immobilismo potrebbe aiutare i partiti populisti a diventare ancora più forti nei paesi ‘periferici’, che soffrono maggiormente gli effetti della crisi. Spero che ci sia un cambio di strategia, oppure che due o più leader europei riescano a riunire le forze per imporre alla Germania una politica diversa, meno rigida, e questo prima che un partito estremista riesca a prendere il potere in un paese europeo più grande della Grecia. Penso, per esempio, al Front National in Francia”.