Jean Claude Juncker è stato scelto per le sue doti di equilibrista. Nella nuova Commissione dovrà essere in grado di mediare tra le posizioni del rigore e quelle della crescita, tra la flessibilità e l’austerity. Un compito difficile, che non è riuscito al portoghese Manuel Barroso, ma che l’ex premier del Lussemburgo potrebbe portare a compimento.
Uno degli elementi cruciali sarà il famoso piano da 300 miliardi di euro che Juncker ha intenzione di mettere in campo con l’anno nuovo. Ancora non è dato sapere come l’Unione europea reperirà le risorse. Certo è che non saranno fatti altri debiti, come vuole la politica d’austerity imposta da Berlino. I soldi, secondo le previsioni della Commissione, dovranno essere investiti in progetti che creino lavoro e sviluppo; probabilmente saranno spesi per infrastrutture tecnologiche, energetiche e di trasporto.
L’obiettivo principale del nuovo governo europeo d’altronde è la crescita economica e la riduzione della disoccupazione. I numeri parlano chiaro: a parte il Regno Unito il resto d’Europa galleggia o sta lentamente affondando nella recessione e deflazione. A dare una mano a Juncker è Mario Draghi che, nonostante le resistenze tedesche interne al board della Bce, sta mettendo in campo misure ‘straordinarie’ destinate a sostenere la crescita e creare inflazione. Draghi però non può risolvere da solo i problemi dell’Ue: ad approvare le riforme strutturali dovranno essere i governi nazionali.
Già martedì la Commissione Affari economici e monetari renderà pubbliche le previsioni economiche d’autunno. Un rapporto importante per verificare lo stato di salute delle economie e delle finanze pubbliche dei Paesi membri. Un dossier dettagliato con l’aggiornamento dei dati sul deficit e sul debito. L’Italia suda freddo e non è detto che nei prossimi mesi non venga aperta una procedura di infrazione per squilibri macroeconomici, deficit eccessivo in primis.
Sullo sfondo di questi grattacapi da contabili ed euro-burocrati si staglia come una montagna il disfacimento sociale dell’Europa. Scampato il pericolo dell’indipendenza scozzese, il 9 novembre si affronterà il referendum in Catalogna. Intanto il premier inglese Cameron conferma che nel 2017 si terrà una consultazione per decidere i futuri rapporti Uk-Ue. Problemi che si vanno sommando all’euroscetticismo strisciante, che in Francia e in Gran Bretagna potrebbe imporsi. Marine Le Pen e Nigel Farage sono oggi dei leader che potrebbero aspirare a diventare capi di governo.

