“I confini di Israele possono essere i confini degli Stati Uniti d’Europa. I cittadini d’Israele possono essere i cittadini degli Stati Uniti d’Europa, della Comunità Europea. La difesa, la sicurezza d’Israele possono coincidere con quelle di altri trecento milioni di persone”. Così scriveva Marco Panella sul Jerusalem Post il 18 ottobre 1988 lanciando per la prima volta la proposta di adesione di Israele all’Unione europea. Alla base, la convinzione che solo questa potesse essere la via per raggiungere un accordo di pace che il mondo cerca da quasi settant’anni.
Da allora, molti politici israeliani e italiani, tra cui Shimon Peres e Silvio Berlusconi, si sono dichiarati favorevoli alla proposta ma la situazione è rimasta di fatto congelata. Israele non ha mai bussato alla porta dell’Unione Europea e, di conseguenza, l’Europa non l’ha mai aperta.
Anche se il governo di Gerusalemme non ha tuttora una posizione ufficiale, venti europeisti soffiano dall’interno del Paese. Secondo un sondaggio condotto dalla Ben Gurion University a giugno 2011, l’81% degli israeliani vorrebbe l’ingresso del Paese nell’Unione. “C’è una forte dissonanza tra la ‘non-posizione’ del governo e la chiara volontà dei cittadini d’Israele”, dice il professor David Newman, presidente del comitato direttivo del Centro per lo studio della politica e della società europea della Ben Gurion University. Anche se, a ben vedere, “in quell’81% ci sono soprattutto studenti che vedono nell’Europa un’interessante meta di viaggio e studio”. Ben lontano dunque da motivazioni politiche.
“Ci sono due ragioni fondamentali per cui l’ingresso di Israele nell’Unione Europea non è nemmeno ipotizzabile”, continua Newman. “La prima è che non è parte del continente europeo e per quanto ci sia una vicinanza culturale ci sono anche forti e innegabili differenze. La seconda riguarda i confini dello Stato e i territori occupati dopo il 1967”. La West Bank e le alture del Golan non sono riconosciute dell’Europa come facenti parte di Israele e questo porrebbe non pochi problemi su quali dovrebbero essere i confini dell’eventuale Stato membro.
I territori oltre la Green Line sono stati recentemente un’importante questione di discussione tra l’Unione Europea e Israele a proposito della partecipazione di quest’ultimo al programma di ricerca Horizon 2020. Le linee guida europee hanno imposto una condizione imprescindibile: nessun finanziamento comunitario dovrà andare a enti israeliani ubicati nei Territori Occupati. Dopo mesi di tira e molla diplomatico Israele ha accettato le linee guida, riconoscendo per la prima volta la politica europea nei confronti degli insediamenti. Un avvicinamento? “Un atto obbligato”, commenta il professor Newman, “rifiutare avrebbe significato un peggioramento dei rapporti con l’Unione”. E rinunciare a Horizon 2020, che potrebbe portare centinaia di milioni di euro nelle casse di istituti di ricerca e imprese high-tech israeliani.
La proposta radicale di un’Europa che faccia da paciere dell’area mediorientale è indebolita anche da un’altra ragione: “Il partner occidentale di Israele sono gli americani. E Israele non permetterà mai all’Unione Europea di occupare il loro ruolo”, sottolinea David Newman. Gli Stati Uniti d’Europa sono ottimi vicini di casa ma gli amici sono altri Stati Uniti. Quelli d’America.
Sara Zolanetta scritto con Francesco Morstabilini
