Ad inizio marzo Jean Claude Juncker ha aperto il dibattito sul tema dell’esercito unico europeo. La sua non è stata una vera proposta, quanto piuttosto un passaggio all’interno di un discorso più ampio. Ma tanto è bastato perché i politici si schierassero pro o contro l’idea di creare delle forze armate europee.
I più grandi sostenitori sono certamente la Germania e la Francia, con l’Italia che ha nicchiato sulla questione. La Merkel è interessata all’argomento, ma ha sottolineato che è un progetto da leggere in una ottica di lungo periodo. Il premier Valls dal canto suo ha voluto rimarcare come sia sempre stata la Francia ad intervenire in contesti di crisi, come quelli africani, al posto dell’Ue. Ecco allora che dall’Eliseo vedrebbero di buon occhio una condivisione delle responsabilità, e anche dei costi.
Ma al fronte del sì si contrappone quello del no, con in testa la Gran Bretagna. Il suo è un no profondo, viscerale, che dipende da due fattori. Primo, l’esercito britannico è il migliore in Europa e Londra non ha intenzione di depotenziarlo. Secondo, Cameron sta guidando il Paese verso una revisione del rapporto con Bruxelles e non ha certo intenzione di avvallare nuovi processi di integrazione.
C’è poi la questione dei Paesi dell’est. Dalla Polonia alla Repubblica ceca, fino alla Romania, il coro dei no è unanime. Con la Russia alle porte le capitali ex sovietiche vedono nell’ombrello della Nato una rassicurazione che non vogliono perdere, né depotenziare. Un esercito europeo non sarebbe mai forte come la Nato, meglio allora lasciare all’Alleanza atlantica il compito di difendere i confini.

