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La carta europea delle lingue minoritarie

La carta europea delle lingue minoritarie
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In Francia i riflettori sono puntati sulla Carta Europea delle lingue regionali e minoritarie, la cui ratifica sarà votata dal Parlamento al termine di un iter durato circa quindici anni. Nel 1999, un primo tentativo fu bloccato dal Consiglio Costituzionale. Adottato nel 1992 ed entrato in vigore nel 1998, questo documento – che si propone di tutelare le lingue che siano parlate in aree circoscritte geograficamente e che siano diverse dalla lingua ufficiale dello stato – è già stato ratificato dalla maggior parte dei paesi europei. Tra gli stati che lo hanno firmato ma non ratificato fino a pochissimo tempo fa figurava, oltre alla Francia, anche l’Italia. Assenze pesanti, o addirittura paradossali se si pensa che l’approvazione del trattato è una delle condizioni poste ai paesi candidati all’ingresso nell’Unione.

Di Giulia Marani

Dalle sonorità celtiche del bretone alla musicalità mediterranea del corso, dall’alsaziano all’occitano, fino ai dialetti creoli della Réunion o delle Antille, la Francia ipercentralizzata non parla soltanto il francese. Le lingue regionali sarebbero più di 75, tra Francia metropolitana e dipartimenti d’oltremare. Alcune di esse sono parlate da centinaia di migliaia di persone, insegnate nelle scuole e addirittura utilizzate dai media locali, senza per questo godere di uno statuto giuridico ben definito. La questione, che pure non è nuova, è ritornata prepotentemente alla ribalta negli ultimi giorni, quando il parlamento transalpino ha annunciato la ripresa delle discussioni in vista di una possibile ratifica della Carta Europea delle lingue regionali e minoritarie, rimasta pendente dal 1999.

Il trattato, che si propone come fine il riconoscimento e la tutela delle lingue che siano “usate tradizionalmente sul territorio di uno Stato dai cittadini di detto Stato che formano un gruppo numericamente inferiore al resto della popolazione dello Stato” e diverse dalla lingua ufficiale, ad esclusione dei dialetti e degli idiomi dei migranti, esiste dal 1992.  Si tratta di un documento a geometria variabile, poiché ogni stato firmatario può decidere quali articoli sottoscrivere, compatibilmente con le proprie leggi nazionali, ferma restando l’obbligatorietà di alcuni articoli fondamentali. Inoltre, ogni stato deve specificare nel proprio strumento di ratifica a quali lingue regionali si applicheranno le forme di tutela previste dal documento, e quale livello di protezione sarà attribuito a ognuna di queste lingue.  

Nel corso degli anni, la Carta è stata firmata da 33 stati membri del Consiglio d’Europa su 47. Tra questi, soltanto 25 l’hanno ratificata. Tra i paesi che hanno firmato il trattato e hanno lasciato passare lunghi anni prima di ratificarlo troviamo, oltre alla Francia, anche l’Italia. Due assenze pesanti, trattandosi di due membri fondatori, e non prive di un elemento paradossale, dal momento che l’approvazione e la ratifica della Carta vengono espressamente richieste ai paesi  che intendano candidarsi all’ingresso nell’Unione Europea.

Nonostante la firma nel maggio del 1999, la ratifica della Carta europea delle lingue regionali in Francia fu bloccata dalla Corte Costituzionale, che rilevò problemi di compatibilità con il testo della Costituzione. L’articolo 2, infatti, recita lapidario che “La lingua della Repubblica è il francese”.

Inserita nella lista delle 60 “promesse” elettorali di Hollande durante la campagna per le presidenziali del 2012, la questione relativa alla ratifica della Carta è stata rimessa all’ordine del giorno dal primo ministro Ayrault, in seguito alle pressioni di diversi parlamentari, provenienti per lo più da regioni nelle quali l’uso delle lingue locali è molto vivo, come la Bretagna o la Corsica. Secondo i più maliziosi, questo risveglio d’interesse avrebbe molto a che vedere con il malcontento espresso negli ultimi mesi da alcune realtà regionali, in particolare con l’ira funesta dei berretti rossi bretoni.

L’esito della consultazione non è scontato. Poiché un’eventuale ratifica della Carta implica una modifica alla Costituzione, è necessario che i quattro quinti dei deputati votino a favore, e le resistenze sono molteplici. Se i socialisti dovrebbero sostenere la Carta in ranghi abbastanza compatti, l’opposizione più forte arriva da destra, dalle file dell’UMP. Henri Guaino, già consigliere speciale di Nicolas Sarkozy, ha dichiarato di voler difendere “l’eccezione francese”, evitando il ritorno “ai principati e al feudalesimo di stampo medievale”. Anche il Front National, nella persona di Marion Maréchal-Le Pen, ha evocato il “rischio di balcanizzazione” connesso alla valorizzazione degli idiomi regionali. L’estrema sinistra non appare compatta: se alcuni parlamentari sostengono il progetto di ratifica della Carta, il leader del Front de gauche Jean-Luc Mélenchon preferirebbe non modificare la situazione attuale.

Nel frattempo, che cosa succede in Italia? Come la Francia, anche l’Italia ha sottoscritto la Carta europea, il 27 giugno 2000, senza però giungere a una ratifica in tempi brevi. Rispetto all’ordinamento francese, però, quello del nostro paese offriva già alcune forme di tutela alle lingue minoritarie, come stabilito dall’articolo 6 della Costituzione – “la Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche” – e dalla legge nazionale 482 del 1999.

Nel 2012, le celebrazioni indette per il ventesimo anniversario del trattato hanno contribuito a riaccendere i riflettori sul tema, in patria e a Bruxelles. Durante un convegno organizzato per l’occasione, il portavoce della ong di rappresentanza delle minoranze presso l’Ue ha tenuto a richiamare il Governo Italiano, chiedendo un intervento tempestivo sulla questione. Nel marzo dello stesso anno, la diffusione di un comunicato stampa, pubblicato sul sito del Governo, ha dato un sollievo illusorio ai sostenitori delle lingue regionali, lasciando credere che si fosse giunti ad una ratifica della Carta europea. In realtà, si trattava soltanto dell’approvazione del disegno di legge di ratifica della stessa Carta, come precisato in un successivo comunicato. L’erroneo annuncio è bastato, comunque, a mostrare quanto la faccenda sia controversa, seppure poco mediatizzata, suscitando reazioni vivaci su più fronti, dai portavoce di gruppi linguistici minoritari insediati sul territorio italiano a personalità politiche locali. Per quanto riguarda il tenore dei commenti, si va dal plauso incondizionato alla soddisfazione mitigata dalla consapevolezza dell’enorme ritardo rispetto ad altri paesi, fino alle recriminazioni per il trattamento riservato ad alcune lingue, come il sardo o il friulano, alle quali sarebbe stato attribuito un livello di protezione inferiore a quello desiderato. Altre lingue, come per esempio il piemontese, sarebbero state estromesse. Il decreto di ratifica è stato presentato alla Camera il 15 marzo 2013, l’approvazione è stata comunicata il 17 dicembre 2013.