Inviare armamenti all’Ucraina sarebbe una “conseguenza logica” dell’ingerenza russa nell’est del Paese. A dirlo è stato il ministro degli Esteri lituano, Linas Linkevicius. La posizione di Vilnius è ancora isolata, ma cresce il numero di Paesi che, anche se non così apertamente, vorrebbe supportare l’esercito regolare di Kiev inviando armi e sistemi di difesa. In prima linea ci sono gli Stati baltici e la Polonia, che da sempre guardano con sospetto al confine orientale.
Il punto è che Mosca sta inviando ingenti quantitativi di rifornimenti ai separatisti attraverso convogli ‘umanitari’, l’ultimo dei quali ha oltrepassato il confine appena qualche giorno fa. Armi pesanti e leggere. Ma anche i micidiali tank T-80, la cui corazza resiste ai colpi dell’artiglieria ucraina. Droni, mine, sistemi di telecomunicazione e di disturbo dei segnali nemici. I soldati regolari ucraini si battono invece con armamenti vecchi di vent’anni, hanno poche munizioni, ricambi per gli automezzi e gasolio.
Gli Stati Uniti stanno pensando di inviare armi a Kiev (per un valore di un miliardo di dollari), ma si scontrano con la contrarietà assoluta di paesi come la Francia e la Germania. Oggi la Merkel è volata proprio a Washington per cercare una via pacifica alla crisi nell’est Europa. Il timore di Berlino, tutt’altro che infondato, è che Mosca possa rispondere in maniera violenta ad un invio di armi.
La Nato intanto ha deciso di creare sei basi di pronto intervento con 30 mila uomini pronti ad imbracciare le armi in meno di 48 ore. I Paesi interessanti sono quelli dell’ex blocco sovietico: Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Romania. Come risposta Mosca ha richiamato i riservisti.
Federica Mogherini ha detto che l’Europa non vuole armare Kiev. Il suo ruolo è però particolarmente defilato in questa crisi, segno che quando i giochi si fanno seri ad intervenire sono ancora i capi di Stato nazionali. L’Unione europea ha esteso le sanzioni ad altre personalità russe e separatiste, interventi che però sono stati congelati fino a settimana prossima, nella speranza che mercoledì si trovi una soluzione al conflitto.

