Di Tommaso Cinquemani
europa@affaritaliani.it
“Serve un piano Marshall europeo per investire in infrastrutture e ricerca. Solo così l’economia del Vecchio continente potrà ripartire”. Roberta Angelilli, deputata del Ncd e vicepresidente del Parlamento europeo, ha le idee chiare su come l’Europa dovrebbe affrontare la crisi. Con una intervista ad Affaritaliani.it spiega: “Ci sono 140 miliardi di euro di fondi europei che però l’Italia non riesce a sfruttare per la mancanza di una strategia e di troppa burocrazia”. E se l’Europa non sembra ancora aver trovato una exit strategy dalla crisi economica, su quella dei Marò, che vede Angelilli in prima linea, c’è un cambio di passo: “Grazie alle pressioni europee l’India ha capito che deve rispettare le regole internazionali”.
Onorevole Angelilli, in quale modo l’Europa dovrebbe cercare di coniugare il rigore dei conti, necessario come ha anche sottolineato il Presidente Napolitano durante il suo discorso a Strasburgo, e una crescita che porti sviluppo e lavoro?
“Il Parlamento europeo in più occasioni ha dichiarato che il rigore a tutti i costi rischia di creare un corto circuito. Per questo abbiamo chiesto di far partire un piano di investimenti per creare una serie di grandi opere di importanza comunitaria e per investire nella ricerca”.
C’è sempre il problema di reperire le risorse. Dove si trovano i soldi?
“I soldi ci sono. Si potrebbero utilizzare i fondi comunitari partiti con la nuova programmazione a gennaio o quelli della Banca europea degli investimenti. Serve un piano Marshall europeo con la supervisione della Commissione. Questo servirebbe a rilanciare l’economia e l’occupazione”.
L’Italia ha dei limiti ben precisi di spesa pubblica, concordati proprio con l’Europa. E’ un vicolo cieco?
“Serve flessibilità al patto di stabilità per quegli investimenti strategici che rappresentano un valore aggiunto dal punto di vista europeo”.
Il fatto che in Europa esista una dualità tra Paesi ‘virtuosi’ e ‘spendaccioni’ non porta il Parlamento ad uno stallo sulle decisioni da prendere?
“Non ci sono Paesi completamente fuori dalla crisi economica. Siamo 28 Stati, con esigenze differenti, ma con un obiettivo unico: crescere e produrre benessere. Se l’Italia decide di mettere veramente a frutto i fondi europei a disposizione possiamo investire e crescere. Questo elemento viene spesso considerato un fatto secondario, ma stiamo parlando di 140 miliardi di euro, rispetto ai quali però non c’è una strategia adeguata”.
Da parte del governo italiano?
“Negli ultimi anni c’è stato un recupero. Però il sistema italiano purtroppo è molto burocratico. C’è una sovrapposizione di livelli decisionali per cui non sempre si riesce ad affrontare la programmazione in maniera efficace. Serve una strategia che permetta una massima accessibilità a questi fondi da parte di Comuni e imprese”.
Quest’anno per la prima volta verrà indicato dal Parlamento il presidente della Commissione Ue. Il Ppe non ha ancora deciso su quale candidato puntare. Per ora sono stati fatti due nomi, quello di Christine Lagarde e Jean-Claude Juncker, persone che rappresentano le posizioni dell’austerità. Che cosa ne pensa di questi due candidati?
“Il dibattito è ancora in corso ed è prematuro esprimere oggi un giudizio del genere. Il dato rivoluzionario è però il fatto che il Parlamento potrà indicare il presidente della Commissione, che poi è un organo che decide moltissimo. Questo servirà anche ad accorciare le distanze tra cittadini e istituzioni”.
E ridurre la portata dell’euroscetticismo?
“Certo, l’euroscetticismo è figlio di una lontananza tra istituzioni e cittadini che crea disaffezione”.
Quando si parla di euroscetticismo spesso si parla di moneta unica. Uno dei temi al centro del dibattito all’Europarlamento è quello sull’Unione bancaria, come stanno andando le trattative?
“Come Parlamento vorremmo la massima vigilanza sulle banche perché non si dovranno mai più ripetere gli scandali che si sono verificati in passato. Dobbiamo separare le banche commerciali da quelle d’affari e fare piazza pulita dei titoli tossici. E il cittadino non dovrà mai più sborsare un euro per pagare i crack degli istituti di credito. Le banche devono tornare ad essere degli strumenti al servizio dello sviluppo”.
Rispetto alla questione dei Marò l’Europa si sta muovendo in maniera coesa?
“Finalmente sì. Dopo l’arresto dei due militari il Parlamento chiese, con una risoluzione nel maggio del 2011, un maggiore impegno dell’Europa. Ma la posizione della Commissione fu di basso profilo: hanno seguito la vicenda, ma con cautela”.
Le cose oggi sono cambiate?
“Sì, grazie alla compattezza della posizione italiane e grazie anche al sostegno internazionale e alla minaccia della pena di morte. Il presidente Barroso ha detto che l’India si deve assumente delle responsabilità chiare, altrimenti ci saranno delle ripercussioni da parte dell’Ue. Parole che hanno poi determinato in questi giorni la maretta che si respira in India. Anche a New Delhi si stanno rendendo conto della necessità di rispettare le regole internazionali”.
La campagna elettorale per le elezioni europee è ormai iniziata, sulle tematiche europee che cosa vi distingue da Forza Italia?
“In verità sono più le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono. Sull’Europa c’è una posizione molto ampia tra tutti i partiti che siedono a Bruxelles. La voce unanime è che l’Europa, così com’è, non va. La necessità di cambiamento è sentita dal Ncd, da FI, dal Pd. La flessibilità del patto o la lotta all’euro-burocrazia, ad esempio, ci accomuna tutti”.
