“Dobbiamo creare un sistema unificato di asilo”, ha detto Francois Hollande dopo il vertice con la cancelliera tedesca Angela Merkel. “Ma l’Italia e la Grecia devono immediatamente costruire i centri di identificazione” per distinguere tra i migranti che hanno diritto di richiedere il permesso d’asilo e quelli che invece non lo hanno.
Sta in queste due dichiarazioni il nodo della questione immigrazione che l’Europa non è ancora stata in grado di sciogliere. Ed è a causa delle contraddizioni interne al sistema di accoglienze europeo (o alla sua assenza) che si può facilmente prevedere come l’Italia ritarderà il più possibile la costruzione dei centri.
Per capire perché il governo non vuole identificare i migranti bisogna fare un passo indietro. Secondo le regole di DublinoII i cittadini extracomunitari che arrivano in Europa in maniera illegale devono essere identificati nello Stato di primo approdo (in questo caso Italia e Grecia) per determinare se abbiano o meno diritto a richiedere l’asilo politico.
Per afgani, siriani e iracheni lo status di rifugiato è quasi automatico, ma i tempi per sbrigare le formalità sono molto lunghi. Nel frattempo devono rimanere nello Stato di approdo. Per tutti gli altri la concessione dello status di rifugiato deve essere determinata dalla situazione specifica e i tempi si allungano. Per chi non ha diritto all’asilo c’è l’espulsione. Ma il ritorno in patria è possibile solo per quei migranti il cui Stato di origine ha firmato accordi bilaterali con Roma (o Atene) e molti governi si rifiutano di riprendersi i loro cittadini, a meno di una contropartita economica. In ogni caso i migranti devono restare nello Stato di primo approdo per tutto il tempo necessario a determinare il loro futuro.
L’Italia, come la Grecia, è restia a costruire i centri perché non vuole identificare i migranti, col rischio poi di doverseli accollare per anni, ma preferisce che questi fuggano al nord, verso la Germania, la Francia o la Gran Bretagna. Per questo Hollande e Merkel hanno così insistito nel richiedere all’Italia di costruire i centri di accoglienza.
Certo, sul piatto hanno promesso un sistema di solidarietà europeo, che non può prescindere dal sapere di quali e quanti profughi si sta parlando. Ma nessuno sa con quali tempistiche eventuali meccanismi di redistribuzione saranno messi in piedi. E vista come è fallita l’ultima proposta europea difficilmente Roma o Atene accetteranno sulla fiducia le promesse dei due Paesi. Soprattutto quando ci sono Stati che proprio non ne vogliono sapere di aprire le loro porte di casa agli stranieri.
