Di Giulia Marani
Lo scorso 27 febbraio, mentre il resto del mondo aveva gli occhi puntati sulle piazze di Kiev e sugli aeroporti della Crimea, la Moldavia ha compiuto quello che potrebbe rivelarsi un passo decisivo per la sua storia, ottenendo che le porte dello spazio Schengen si aprissero ai suoi cittadini. Il parlamento europeo ha votato con larga maggioranza a favore dell’abrogazione dei visti, provvedimento che permetterà ai cittadini della piccola repubblica dell’ex blocco sovietico schiacciata tra la Romania e l’Ucraina di viaggiare per un massimo di 90 giorni all’interno dell’Unione Europea.
Tra le principali motivazioni addotte, gli sforzi messi in atto dalla Moldavia negli ultimi anni e lo slancio nell’attuare riforme difficili, in un paese che ha un PIL tra i più bassi del continente e si regge sull’equilibrio, talvolta instabile, tra una maggioranza rumenofona e una minoranza di lingua russa. Il commissario europeo Cecilia Malmström ha definito questa apertura “un passo tangibile nella direzione di un legame più stretto e un’integrazione economica con l’Unione Europea”. I ministri degli esteri di Francia e Germania, Laurent Fabius e Frank-Walter Steinmeier, hanno espresso la loro soddisfazione per l’esito della votazione e fatto sapere che effettueranno al più presto una visita congiunta a Chisinau. Il 3 marzo, il segretario di Stato USA John Kerry ha incontrato il premier moldavo Lurie Leanca, al quale ha promesso un aumento degli aiuti economici e assicurato il sostegno statunitense al percorso europeo della Moldavia. A lungo dimenticato dalla diplomazia occidentale, questo paese di 4 milioni di abitanti sul confine tra l’area di influenza russa e l’Europa assume oggi un’importanza strategica.
La decisione di Bruxelles di liberalizzare i visti si inscrive in un lungo processo di avvicinamento, cominciato con la “rivoluzione lilla” del 2009, che però ha visto Bruxelles opporre un pesante silenzio alle ambizioni europeiste dei manifestanti. Lo scorso novembre, in occasione del vertice di Vilnius, la Moldavia ha siglato, insieme alla Georgia, un accordo con l’Unione Europea che porterà alla creazione di una DCFTA (Deep and Comprehensive Free Trade Area) e consentirà ai due paesi di fare qualche passo in più verso l’Europa, svincolandosi almeno parzialmente dall’orbita russa. Le ritorsioni da parte di Mosca non si sono fatte attendere, con il blocco delle importazioni di vino moldavo e le minacce di interrompere la fornitura di energia.
La dipendenza della Moldavia dal gas russo, insieme alla presenza di una forte minoranza di lingua russa, pari a un terzo della popolazione e maggioritaria in Transnistria, rappresenta la principale leva utilizzata dalla Russia per mantenere Chisinau legata a sé, fin dallo scioglimento del blocco sovietico. Per ovviare alla dipendenza energetica, è in programma la costruzione di un gasdotto che colleghi Iasi, in Romania, a Ungheni, in Moldavia, garantendo una seconda fonte di approvvigionamento e riducendo i rischi di rialzo dei prezzi.
La seconda arma importante nelle mani di Putin è la Transnistria, territorio dalla situazione geopolitica problematica, ufficialmente appartenente alla Repubblica Moldava ma di fatto indipendente. Abitata da una popolazione principalmente russofona, la striscia di terra compresa tra il fiume Nistro e l’Ucraina è sede di una divisione dell’armata russa. Con il suo status particolare e il suo forte legame con la Russia, la piccola repubblica autoproclamatasi tale può rappresentare un freno alle ambizioni europee della Moldavia. A questo proposito, rimane d’attualità la frase pronunciata lo scorso autunno dal vice premier russo Dmitri Rogozin: “Il treno moldavo verso l’UE potrebbe perdere dei vagoni in Transnistria”.

