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Affari Europei
Ue-Usa, un accordo da sette milioni di posti di lavoro

Di Tommaso Cinquemani
europa@affaritaliani.it

Mercoledì Obama sarà a Bruxelles per incontrare i leader europei e i vertici delle istituzioni comunitarie. Nell'agenda molta carne al fuoco, a partire dalla crisi in Ucraina che continua a tenere banco oltreoceano e gli strascichi dello scandalo intercettazioni dell'Nsa. Ma il dossier più importante ha una sigla oscura: TTIP. Il Transatlantic Trade and Investment Partnership è un trattato di libero scambio che ha lo scopo di liberalizzare il flusso di merci e servizi tra le due sponde dell'Atlantico, anche per quanto riguarda il settore degli investimenti. Gli Stati Uniti, un mercato da più di 300 milioni di consumatori e l'Europa, circa 500 milioni, diventeranno un unico mercato in cui merci e servizi potranno circolare praticamente senza restrizioni.

Si tratta di un accordo importantissimo, di cui si discute dagli anni Novanta, e che se andasse in porto porterebbe benefici a tutte e due le economie. Secondo  il Centre for Economic Policy Research si creerebbero sette milioni di posti di lavoro in tutta Europa, con un incremento del Pil statunitense di 95 miliardi di euro e quello Europeo di 119 miliardi. A conti fatti significa che nelle tasche delle famiglie italiane entrerebbero 545 euro in più all'anno. Non poco visto il periodo di magra in cui versa la nostra economia. Ma c'è di più: le liberalizzazioni darebbero una sferzata all'economia addormentata, spingendo le nostre aziende ad investire per poter competere con quelle americane.

Il TTIP permetterebbe non solo di abbattere gli ultimi dazi doganali (5.2% per l'Ue e 3.05% per gli Usa) , ma abbatterebbe anche le barriere non tariffarie.  Per spiegare in maniera efficace i benefici derivanti dal Trattato, i funzionari della Commissione, contattati da Affaritaliani.it, ricorrono ad un esempio: se oggi una fabbrica di auto vuole vendere negli Usa le proprie vetture deve ripetere tutti i controlli fatti in Europa. Deve perciò distruggere alcune autovetture per i crash test, deve sottoporre i materiali ad analisi, seguire regolamenti simili a quelli europei, ma non identici. Questo significa costi aggiuntivi, affrontabili da grandi aziende, ma non dalle Pmi di cui l'Europa è fatta.

Secondo i dati pubblicati da Eurostat in vista dell'incontro gli Stati Uniti rimangono il primo partner commerciali dell'Europa. Tuttavia, c'è un lento declino che va avanti dall'inizio del 2000. Mentre nel 2002 gli Usa rappresentavano il 28% delle esportazioni europee e il 20% delle importazioni, nel 2013 queste percentuali sono scese rispettivamente al 17% e 12%. La Germania e l'Inghilterra rappresentano i due primi partner commerciali, mentre l'Italia si ferma al terzo posto con la Francia (27 miliardi di esportazioni, con un surplus di 15 miliardi).

Ci sono però una serie di nodi politici e tecnicismi da affrontare. Obama dovrà convincere i francesi a rinunciare alla 'eccezione culturale', una clausola che ha lo scopo di proteggere il mercato culturale europeo (ad esempio il cinema nostrano dalle major di Hollywood). Gli Stati europei hanno poi paura che l'apertura dei mercati renda commerciabili carni trattate con ormoni della crescita e bestiame  allevato non tenendo conto degli stretti regolamenti comunitari, adottati per tutelare i consumatori. D'altra parte gli Usa sono riluttanti ad aprire alle azienda europee  gli appalti pubblici, un settore da centinaia di miliardi di euro che fino ad oggi ha avuto il monopolio Usa.

Oltre ad Obama per gli Stati uniti prenderanno parte all'incontro il segretario di Stato, John Kerry, il Consigliere per la sicurezza nazionale, Susan Rice, il responsabile del commercio Michael B. Froman. Per l'Europa i due Presidenti, José Manuel Barroso e Herman Van Rompuy, l'Alto rappresentante Catherine Ashton, il commissario per il commercio Karel De Gucht e poi i due rispettivi ambasciatori.

 

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