Quarant’anni fa nasceva a Roma Alessandro Borghi. Dallo stuntman quasi per caso a Suburra, da Claudio Caligari a Stefano Cucchi: una carriera costruita senza perdere quell’accento, quella fisicità e quella ruvida impronta romana che lo hanno reso immediatamente riconoscibile. E forse, a guardarlo oggi, sembra difficile immaginare che all’inizio l’attore non volesse farlo affatto. Cresciuto all’Eur, figlio di un impiegato e di una cuoca, entra nel mondo del cinema da una porta laterale: quella degli stuntman. È un amico a portarlo sui set per qualche lavoro occasionale. Poi arriva un provino, quasi per caso, e il percorso cambia direzione.
Da Caligari a Suburra, Roma gli cambia la vita
Dopo le prime apparizioni televisive, la svolta porta due firme pesantemente legate all’immaginario romano. Nel 2015 Borghi è protagonista di Non essere cattivo, l’ultimo film di Claudio Caligari, e nello stesso anno interpreta Aureliano Adami in Suburra di Stefano Sollima.
Da quel momento quella faccia dura, apparentemente costruita per interpretare criminali e uomini ai margini, comincia però a rivelare molte più sfumature. Arrivano Fortunata, Napoli velata, Il primo re, Le otto montagne e numerosi altri lavori.
Il passaggio forse più delicato arriva nel 2018 con Sulla mia pelle, dove interpreta Stefano Cucchi. Per quel ruolo trasforma radicalmente il proprio corpo e nel 2019 conquista il David di Donatello come miglior attore protagonista.
Senza nessun stereotipo
Borghi appartiene a una generazione di attori romani molto diversa da quella della commedia classica. Niente macchietta, niente romanità esibita come souvenir. Roma, nel suo caso, resta soprattutto nel modo di parlare, nei tempi, nella fisicità, persino in una certa diffidenza verso l’eleganza troppo levigata.
E forse proprio questa è stata la sua forza: essere diventato internazionale senza dover smettere di sembrare romano.

