C’era un giorno, nell’antica Roma, in cui era meglio non sposarsi, non dichiarare guerra e possibilmente non prendere decisioni troppo importanti. Quel giorno era il 24 agosto, quando si celebrava il Mundus Patet, letteralmente “il mondo è aperto”.
Il “mundus” era una cavità rituale sotterranea, descritta dalle fonti antiche come una sorta di pozzo o ambiente ipogeo legato alla sfera dei defunti e alle divinità infernali. Secondo la tradizione veniva tenuto chiuso da una pietra e aperto soltanto in tre occasioni durante l’anno: 24 agosto, 5 ottobre e 8 novembre.
Quando Roma lasciava tornare i morti
Per i Romani quelle non erano date qualsiasi. Quando il mundus veniva aperto, il confine tra la città dei vivi e il regno sotterraneo si faceva simbolicamente permeabile. I Manes, gli spiriti degli antenati, potevano tornare nel mondo terreno e ricongiungersi idealmente con i discendenti. La tradizione collegava il rito anche ai cicli agricoli e alla protezione della comunità e dei raccolti.
Non era esattamente l’Halloween della Roma antica, anche se il paragone viene spesso utilizzato per rendere immediata l’idea. Per i Romani il rapporto con i morti aveva un valore religioso molto più profondo: gli antenati facevano parte della famiglia anche dopo la morte e dovevano essere rispettati, ricordati e, soprattutto, non irritati.
Un giorno in cui Roma rallentava
Le giornate del Mundus Patet erano considerate dies religiosi, ovvero giorni sottoposti a particolari limitazioni. Secondo le testimonianze antiche venivano evitati matrimoni e importanti attività pubbliche e militari. Era come se Roma, normalmente frenetica anche duemila anni fa, per qualche ora riconoscesse la presenza di un altro mondo sotto i suoi piedi.
Sull’esatta collocazione del mundus le fonti non sono concordi. Alcune tradizioni lo collegano al Palatino, altre al Comitium e al mito stesso della fondazione della città. Plutarco raccontava infatti di una fossa nella quale i primi abitanti avrebbero gettato primizie e una manciata della terra dalla quale provenivano. Gli studiosi moderni, però, distinguono spesso questa cavità fondativa dal mundus Cereris legato alle giornate del Mundus Patet.
Il 24 agosto, Roma aveva una porta sull’aldilà
Il fascino del Mundus Patet sta proprio qui: nella capacità degli antichi Romani di immaginare la città non soltanto come strade, templi e palazzi, ma come un organismo costruito sopra un universo invisibile.
Il 24 agosto, dunque, Roma apriva simbolicamente una porta sotto terra. Per qualche ora vivi e morti tornavano a condividere la stessa città. E per una civiltà che aveva fatto dell’eternità quasi un programma politico, forse non poteva esserci rito più romano.

