Meloni in difficoltà. Ecco perché il governo non ha più il vento in poppa

Gli errori di Meloni? I compromessi col passato e l'allineamento al mainstream europeo

L'analisi di Alessandro Amadori*
Politica

Governo, gli errori di Giorgia Meloni in questi primi mesi alla guida del Paese

Dopo un finale di 2022 con il vento demoscopico in poppa, il 2023 appena iniziato sembra presentare alcune prime difficoltà a Giorgia Meloni e al suo governo. E’ ancora presto per parlare di fine della luna di miele, ma qualche segnale di perplessità nell’opinione pubblica si comincia effettivamente a cogliere. Per quali ragioni? Forse per un comportamento decisionale spiazzante o per aver preso provvedimenti troppo netti, troppo forti? No, sicuramente non per questo.

Anzi, i motivi sono in buona misura il contrario di quanto suggerito nella domanda appena formulata. Se qualche perplessità si sta manifestando a livello demoscopico, è perché sulle grandi tematiche del momento la linea adottata da Giorgia Meloni, e dall’intero governo, si sta mostrando molto cauta e ancora senza una nuova e percepibile visione di Paese. E’ vero che alcune decisioni dal valore simbolico sono state prese, anche mettendo in conto il fatto di risultare divisivi (è il caso della normativa sui rave party). E’ vero che si è comunicato all’opinione pubblica di voler attuare un cambiamento di rotta rispetto ai governi precedenti, su alcune tematiche di tipo valoriale. Ed è anche vero che sulla “postura” dell’Italia in ambito internazionale, la cosa più saggia che Giorgia Meloni potesse fare era di mettersi in continuità con i governi precedenti.

Però è altrettanto vero che, su altre questioni oggi molto sentite dall’opinione pubblica, la strategia sinora adottata dal governo Meloni sembra essere  quella di cercare semplicemente una linea di compromesso col passato. Nella politica economica, questo governo non si discosta molto da quella che è stata l’impostazione generale data da Mario Draghi. Anche con qualche rischio di impopolarità, come potrebbe succedere con la mancata prosecuzione del ribasso delle accise (con i conseguenti effetti sulla percezione dell’inflazione e del potere di acquisto delle famiglie). Su questo aspetto in particolare si può anche osservare che la comunicazione del provvedimento poteva essere più efficace. Il video che Giorgia Meloni ha fatto, smentendo di aver promesso l’abbassamento delle accise in campagna elettorale, in qualche misura ha generato l’effetto paradosso tipico della smentita (come si dice in comunicazione politica, fare una smentita significa in realtà comunicare due volte la stessa notizia).

E anche la decisione di aumentare il tetto della flat tax, e parallelamente di rimodulare al ribasso il reddito di cittadinanza, andava meglio sostenuta sul piano della sottostante finalità economica. Senza dimenticare il percorso piuttosto erratico con cui si è prima proposta di alzare molto il limite del pagamento in contanti, per poi fare comunque una significativa marcia indietro.

Nella politica di contrasto dell’immigrazione clandestina, la postura assunta è un po’ una via di mezzo fra quella della “tolleranza” dei due governi precedenti e quella di una linea di vera contrapposizione rispetto alle politiche degli scorsi tre anni. Anche nel rapporto con l’Europa e con l’establishment finanziario mondiale, la carica di “cambiamento” che Giorgia Meloni aveva saputo evocare in campagna elettorale ha ceduto il passo a un atteggiamento di molto maggiore allineamento e di piena sintonizzazione con il mainstream europeo.

Da un lato, tutto questo è positivo in termini di riduzione dei motivi di resistenza preconcetta nei confronti del governo di centrodestra da poco insediatosi. E’ cioè positivo in termini di ricerca della “legittimazione” sul piano internazionale. Ma, dall’altro, questo posizionamento sulla linea di mezzeria potrebbe portare, nei prossimi mesi, a una percezione, da parte dell’elettorato di riferimento del centro-destra, di troppo marcata “normalizzazione”.

Giorgia Meloni e il suo governo, se vogliono mantenere per tutto il 2023 il consenso raggiunto alla fine del 2022, devono trovare un nuovo punto di equilibrio fra l’esigenza di non destabilizzare in alcun modo il posizionamento internazionale dell’Italia, e di non mettere in pericolo la sua stabilità finanziaria, e quella altrettanto importante di non deludere rispetto ad aspettative di cambiamento che erano state molto forti durante la campagna elettorale. Ci riusciranno? Lo vedremo nei prossimi mesi, sostanzialmente entro la fine di luglio. Quando saranno passati nove mesi dalla formazione del governo, e la sua gestazione demoscopica sarà davvero terminata. 

*politologo e sondaggista

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