Il mare del Lazio continua a essere sotto assedio. Non da una singola minaccia, ma da un mosaico di illegalità che, sommate, raccontano un ecosistema fragile e un territorio dove gli abusi restano strutturali. È quanto emerge dal report Mare Monstrum 2026 di Legambiente, che fotografa scarichi illegali, depurazione insufficiente, rifiuti abbandonati, olii e acque portuali come i principali reati contro il mare regionale. «La qualità delle acque dipende prima di tutto da questo», spiegano dall’associazione: la minaccia numero uno non è un fenomeno episodico, ma un sistema che continua a riprodursi.
Nella classifica nazionale degli illeciti ambientali, che comprende inquinamento, cementificazione, pesca illegale e violazioni delle aree protette, il Lazio si piazza al sesto posto, migliorando di una posizione rispetto all’anno precedente. Ma nella categoria specifica dell’inquinamento marino resta stabilmente tra le regioni più colpite, subito dopo Campania, Puglia e Calabria. Un segnale che conferma la pressione costante sulle coste laziali, nonostante un apparente calo dei reati.
Il quadro delle violazioni
Nel 2025, il Lazio ha registrato 693 reati legati all’inquinamento, mentre a livello nazionale il totale è arrivato a 7.317, pari al 35,7% di tutti i reati ambientali. Un dato in flessione del 7,7% rispetto al 2024, ma che Legambiente invita a leggere con cautela: i controlli sono diminuiti del 19,8%, scesi a 750.828. Meno verifiche, meno reati accertati. Non necessariamente meno illegalità.
Il report elenca numeri che restituiscono la dimensione del fenomeno: 8.397 persone denunciate, 86 misure cautelari, 2.452 sequestri penali, 4.624 illeciti amministrativi e 4.548 sanzioni, per un valore complessivo vicino ai 146 milioni di euro. Una macchina repressiva che lavora, ma che non riesce a invertire la tendenza.
Il quadro nazionale
Il quadro nazionale mostra un calo complessivo dei reati ambientali: 20.490 nel 2025, il 20,4% in meno rispetto al 2024. Ma la geografia delle illegalità resta immutata. In testa ci sono le quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa – Campania, Puglia, Sicilia e Calabria – che da sole concentrano il 53,6% dei reati. La Campania guida con 4.002 violazioni, seguita da Puglia (2.599), Sicilia (2.448) e Calabria (1.929). Al quinto posto la Liguria, in forte crescita, poi il Lazio con 1.443 reati, Sardegna e Toscana.
Negli ultimi 26 anni, dal 1999 a oggi, sono stati accertati 483.195 reati ambientali, più della metà concentrati nelle regioni dove le organizzazioni criminali hanno storicamente messo radici.
Inquinamento, cemento, pesca illegale
Nel 2025 l’inquinamento è diventato la principale minaccia per il mare, superando il ciclo illegale del cemento, che conta 6.189 reati. Seguono la pesca illegale (4.338) e le violazioni del Codice della navigazione (2.646). Proprio la pesca di frodo mostra un dato impressionante: gli attrezzi sequestrati sono aumentati del 52,7%, arrivando a 11.243. Un salto che indica un’attività sempre più aggressiva e organizzata.
Le richieste di Legambiente
Di fronte a questo scenario, Legambiente chiede un cambio di passo: più controlli, più risorse, più repressione. Serve rafforzare il Sistema Nazionale di Protezione Ambientale, completare la rete di depurazione, investire nel riuso delle acque reflue, applicare una tolleranza zero contro l’abusivismo edilizio e l’occupazione illegale del demanio. Tra le proposte: il ritorno operativo dei prefetti nelle demolizioni, 150 milioni l’anno per gli abbattimenti, nuove sanzioni penali per i funzionari omissivi, stop agli scarichi oltre le 12 miglia, norme più severe contro la pesca illegale.


