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Palazzi & Potere
''Con il Covid più richieste di chirurgia plastica e medicina estetica''

Abbiamo incontrato la dottoressa Barbara Cagli MD, PhD, Specialista in Chirurgia Plastica, Ricostruttiva ed Estetica, Referente Chirurgo Plastico della Breast Unit dell'Università Campus Bio Medico di Roma.

Spesso si pensa ai chirurghi plastici come medici che sono alle prese con le frivolezze e i capricci delle donne. In realtà non è così. Tu sei una chirurga plastica con una lunga esperienza nella ricostruzione mammaria nelle pazienti che hanno subito mastectomie e ancora oggi te ne occupi al Campus Bio Medico di Roma. Ci racconti in che modo questo tuo essere medico di pazienti oncologiche, alternato a donne che invece vengono da te per altre esigenze, rallentare il tempo, difetti più o meno evidenti, si coniuga?

Il bello della mia professione è che unisce due facce della stessa medaglia. Una paziente oncologica obiettivamente vive una realtà molto dura e difficile. Delle volte anche un deficit estetico, realmente presente, può essere una fonte di grandissima frustrazione per noi donne. Io dico sempre che a volte anche quello che è un difetto estetico condiziona la nostra vita di relazione. È impressionante vedere delle ragazze con un seno molto piccolo, ad esempio, che, nel momento in cui correggi il seno, tornano alla visita e hanno una modifica globale del loro atteggiamento: le spalle tirate su, sorridono, sono solari, perché a volte un deficit estetico diventa qualcosa di più profondo, crea un disagio interiore. È chiaro che la paziente oncologica per me è una ricchezza, c’è sempre qualcosa da imparare su ogni storia che si condivide. Però il mio lavoro è d’aiuto sia per un problema così importante, quindi la chirurgia ricostruttiva, che per un problema estetico.

Sei una professionista in un settore non facile, pieno di colleghi uomini, sei una moglie e una mamma di due bambine. È stato uno svantaggio essere donna? E come riesci a conciliare tutti gli aspetti del tuo essere donna?

Indubbiamente la chirurgia è stata sempre un ambiente maschile, negli ultimi anni però noi donne ci siamo fatte valere anche in questo settore. La vera chiave di volta è stata quella di capire che noi donne dobbiamo fare il nostro lavoro mantenendo la nostra femminilità. Capire questo è stato un surplus, perché le abilità tecniche si sono abbinate anche a un sentire, a una capacità umana che è più attenta e questo fa sì che le pazienti siano molto più a loro agio e più accolte.  Forse la maternità è stata un vantaggio, un completamento di un percorso umano, e io non potrei immaginarmi senza le mie figlie e il mio essere madre e moglie. A livello di vita quotidiana non è una professione che si concilia bene con la vita familiare, perché sai quando entri in ospedale ma non sai quando esci. Il telefono non lo puoi mai spegnere. In questa fase di lockdown con la didattica a distanza essendo anche sposata con un medico, le mie figlie sono le uniche che hanno i genitori entrambi non presenti in casa. Questo fa sì che si creino dei meccanismi di compensazione. La piccola, per esempio, già dall’anno scorso, ora ha cinque anni e mezzo, aveva già imparato a utilizzare tutti i tablet, i cellulari. Ci si unisce reciprocamente. Il bilancio lo faremo più avanti, io, le mie bambine e mio marito.

C’è qualcosa di speciale nel rapporto tra una chirurga plastica e una paziente oncologica. In che modo si è evoluta, nel corso dei lustri, la ricostruzione mammaria? Ci dai qualche accenno di storia della chirurgia plastica negli interventi al seno?

La chirurgia ricostruttiva è poco conosciuta, ma pensate che la prima ricostruzione mammaria con una tecnica molto famosa, si chiama tecnica del latissimus dorsi, che è il lembo gran dorsale che è il muscolo più grande del nostro corpo, risale a molto tempo fa.  Questa tecnica fu descritta addirittura nel secolo scorso da Iginio Tanzini, un bravissimo chirurgo. La chirurgia ricostruttiva ha radici molto lontane. Il lembo frontale, che è un’altra tecnica ricostruttiva molto utilizzata, ha origini antichissime, sembra addirittura al tempo degli Egizi. Per molti anni, la chirurgia ricostruttiva è stata vista con grande diffidenza, soprattutto si diceva che faceva tornare il tumore. Adesso finalmente l’Oms ha riconosciuto la ricostruzione come parte integrante del trattamento del tumore della mammella. Ora, dove la donna è curata nei centri specializzati, la figura del chirurgo plastico non può mancare. Noi dobbiamo aiutare e agevolare la donna a vivere questo percorso e non lo ostacoliamo minimamente. Quindi abbiamo sfatato questo mito per cui la ricostruzione sia dannosa, anzi le curve di sopravvivenza, la qualità della vita, sono aumentate.  

Sempre più spesso si vedono volti, ma anche corpi, esasperati dalla chirurgia: labbra grandissime, zigomi esageratamente prominenti, seni sproporzionati su corpi esili. La bellezza sta assumendo contorni grotteschi. A tuo avviso, perché ci si sta abituando e si sta amando una bellezza artificiale, lontana dalla naturalezza, palesemente inautentica?

Questo è un problema della nostra società, questa omologazione a tutti i costi, richieste un po’ sopra le righe. Il mio lavoro è variabile, è soggettivo, ognuno di noi ha uno stile e un gusto che trasmette anche nel suo modo di lavorare. Ovviamente c’è modo e modo di fare chirurgia plastica e anche la chirurgia estetica va fatta bene. La vera chirurgia estetica non è quella delle esasperazioni, ma quella che dona femminilità per rendere più bella qualcosa che madre natura c’ha dato con dei piccoli difetti. Tutto quello che vediamo di esagerato, soprattutto nell’ambito dello spettacolo, è qualcosa, a mio avviso, di  mal fatto. La chirurgia estetica ben fatta è quella che fa stare meglio i pazienti e chi li vede li giudica più belli di prima non sformati come spesso vediamo in televisione.

Una chirurga plastica e medico estetico, come te, ha una sua idea di bellezza e un suo senso etico e lo impiega nella cura dei suoi pazienti?

Io ritengo che l’etica non debba mai mancare. Il giuramento di Ippocrate secondo me vale per qualunque cosa facciamo. Mi sento di compiere un atto medico per qualsiasi cosa faccio, anche il filler dell’acido ialuronico lo affronto con la stessa dignità e serietà con le quali faccio un intervento di chirurgia ricostruttiva. Dispiace vedere che c’è stata una grandissima commercializzazione di tutto ciò che è legato all’effimero e ai soldi.  Si creano una esasperazione e un lavoro non sempre corretto. Bisogna assolutamente avere la serietà e il senso critico e saper dire anche no a delle richieste che non sono in linea con la propria professionalità. Bisogna lavorare con la scienza e la coscienza. Questo è un capitolo che rispecchia un quadro di grande superficialità della nostra società attuale.

Anche gli uomini ricorrono alla medicina estetica. Che tipo di uomini arrivano da te e quali interventi richiedono?

Sì, moltissimi uomini, perché, come sono attenti alla forma fisica del proprio corpo, sono anche attenti alla cura del volto. Sono pazienti in aumento e soprattutto sulla medicina estetica quindi richiedono i trattamenti che vengono chiaramente adeguati a un volto maschile: tossina botulinica, acido ialuronico, con gli stessi prodotti che usiamo per le donne. Quello che varia molto è la quantità dei prodotti, perché la muscolatura maschile ha una resistenza maggiore e quindi a volte ad esempio per la tossina botulinica si ha bisogno di dosi maggiori rispetto a quelle di un volto femminile.  Poi tutto quello che riguarda il rimodellamento corporeo, il trattamento del seno che si chiama ginecomastia, oppure le maniglie dell’amore. Sono tantissimi gli interventi, soprattutto della parte del tronco, dell’addome, fianchi e seno.

Che legame c’è tra psicologia e chirurgia plastica e medicina estetica?

È un legame molto forte. La prima visita è fondamentale, perché è importante cercare di capire chi hai davanti. Molto spesso vengono pazienti con d elle richieste che non corrispondono a un vero disagio o un vero difetto. Quindi è fondamentale anche essere un po’ interpreti del pensiero, se la paziente ha un equilibrio interiore, perché un intervento mette a nudo il paziente. L’intervento, che è un momento di stress, può fare emergere delle situazioni borderline. È importante operare sempre qualcuno che sia in un momento di stabilità, di equilibrio della propria vita.

Un chirurgo plastico o un medico estetico può dire di no a un eventuale paziente e se sì in quali casi?

Anche qui entriamo nel soggettivo. Io dico varie volte di no, soprattutto quando vedo che la paziente ha un’aspettativa non realistica. Per esempio se ha un difetto piccolo e lei lo percepisce come macroscopico. Oppure richiede delle cose che a mio avviso non sono corrette per il suo fisico. Dico no quando la richiesta è sproporzionata o non corretta rispetto al difetto.

Come si riconosce un paziente che vuole semplicemente migliorare da un paziente che è affetto dal  disturbo di Dismorfismo Corporeo (conosciuto storicamente col nome di dismorfofobia), ossessionato dal voler cambiare il proprio aspetto?

Non è facile riconoscere un paziente dismorfofobico nelle forme specialmente meno eclatanti.  Però è nostro dovere fare una selezione dei pazienti, operare quel difetto che è realmente presente. Io faccio sempre una visita in cui mi faccio raccontare quale sia il problema del paziente e lì è incredibile vedere in questi pazienti dismorfofobici quanto non abbiano una percezione reale di se stessi.Loro ti descrivono il difetto e poi quando li fai spogliare vedi che quello che hanno detto non corrisponde neanche lontanamente alla realtà. Bisogna fare molta attenzione, perché con un paziente che ha un disturbo così importante devi dire con le dovute parole quale sia la verità. Si entra in una sfera dove è richiesta anche delicatezza da un punto di vista della comunicazione

La pandemia ha accelerato alcune criticità strutturali del mercato del lavoro, ad esempio l’occupazione delle donne. Che cosa ne pensi, nella tua professione il Covid ha inficiato il lavoro?

La pandemia ha creato difficoltà a tutte le donne e ha richiesto ancora di più una nostra dote che è quella di essere multitasking, di essere eclettiche, di seguire tante cose assieme. Ho avuto la fortuna di lavorare in presenza. Questa è un’arma a doppio taglio, perché con le scuole chiuse è stato il sacrificio più grande per la paura di quello che stava accadendo. Il lockdown dello scorso anno è stato il momento più difficile. Ti ritrovavi a scalare una montagna che non sapevi com’era fatta e a dover imparare una vita dall’inizio. Dopo un anno di pandemia, il mio lavoro non ha subito modifiche, ma questa difficoltà nel fare qualsiasi cosa, anche l’impossibilità di ricaricare le energie, è stressante. Da ottobre la vita di molte noi donne è stata lavorare, tornare a casa e occuparsi della famiglia, per poi ritornare al lavoro. Hai un ciclo perenne di impegno. Non so immaginare un momento per me. La pandemia ha richiesto a noi donne uno sforzo fisico e mentale incredibile. Tutto si basa su un incastro dove la donna è il perno di questo ingranaggio. La vita è anche un continuo adattamento e noi donne, madri, mogli, dobbiamo essere sempre in grado di affrontare queste difficoltà felici di farlo.

Instagram: @mariagloria_fontana

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