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Rocca sbrocca
Vaccino? Ognuno pensa per sé: allora puntiamo su quello italiano

La globalizzazione si è arenata sulla disputa per il vaccino, non esiste globalizzazione o integrazione che sia, ognuno pensa per sé. I Paesi più ricchi con una popolazione che supera di poco il 10 per cento di quella mondiale si sono assicurati più della metà dei vaccini già pronti  mentre  agli altri Paesi molto più popolosi rimangono quote minoritarie. Dobbiamo aspettare il vaccino italiano per essere indipendenti e non dover sottostare ai dettami della case farmaceutiche straniere? Forse sì, ma mancano ancora sei mesi per l’approvazione. E allora è il caso di considerare un piano B  per la vaccinazione di massa in Italia.

In principio, la speranza era riposta nell’arrivo di un vaccino che ci avrebbe liberato dal Covid-19,  poi il dibattito si è spostato sulla natura dell’antidoto alla pandemia e la trasparenza delle informazioni riguardo possibili effetti collaterali, non solo dal punto di vista sanitario ma come principio di eticità nei confronti di ogni essere umano. Oggi, assistiamo basiti a questioni che non avremmo voluto neanche immaginare: la disputa sullo quote di vaccino a disposizione, secondo accordi non rispettati e rivendicati in questo caso dall’Unione Europea, nei confronti della case farmaceutiche che, secondo quanto rilanciato, dopo essersi impegnate  già prima del via liberà per la distribuzione per certe quantità, ora invece, nel momento clou della campagna di vaccinazione, fanno sapere che ci saranno riduzioni rilevanti di quantità di vaccino. Sta succedendo quello che non doveva accadere. 

Questo scenario mi ricorda la folle corsa alla terra del 1889 in Oklahoma nel Far West quando una moltitudine di persone in carri e calessi di ogni genere, a cavallo e anche a piedi in attesa impaziente, pregava, si spintonava per meglio posizionarsi. al via dove il più forte era in attesa al pari del cieco, del vecchio e del malato e dove i partecipanti alla corsa erano sia bianchi che di colore, sia nativi che emigranti. Poi, una volta partita la corsa, tutti si sono ritrovati a fronteggiarsi e litigare (non in senso figurato ma con in mano Colt e Winchester) con altri pretendenti per porzioni di terra più o meno grandi o per suddivisioni non eque della verdeggiante prateria, al grido: sono arrivato prima di te.

Ebbene, sembra che siamo tornati indietro di più di quasi un secolo e mezzo! Sulla carta, o meglio di facciata no, ma in pratica sembra proprio di sì. Mi spiego. Le aziende farmaceutiche avevano precisato che avrebbero fatto per il vaccino al Covid-19 un prezzo politico uguali per tutti coprendo soltanto costi. Ma la situazione non è trasparente e i contratti sembrano essere molto favorevoli per le stesse case farmaceutiche.   Sulla salute non si scherza. Non si possono fare discorsi sull’equità di prezzo del vaccino in nome della salute e poi fare accordi di mercato più o meno celati sulla sua distribuzione.

Allora come se ne esce? A livello di politica non solo europea ma anche mondiale si potrebbe lavorare per far diventare il vaccino, almeno in questa fase di emergenza, un bene comune attraverso la condivisione dei brevetti con altre aziende in modo da permettere la produzione su vasta scala e la distribuzione in tutto il mondo. E’ una proposta suggestiva che sarebbe risolutiva per i tempi rapidi con cui si potrebbe arrivare all’immunità di gregge ma non facile da concretizzare.

Il vaccino italiano, prodotto ReiThera, invece, per ora ha superato la prima di tre fasi di sperimentazione, e  sarà quello che ci consentirà di avere una produzione interna che ogni anno potremmo rinnovare proprio come il vaccino per l’influenza. Si mantiene ad una temperatura stabile tra i 2 e gli 8 gradi e utilizza la tecnologia del vettore virale non moltiplicativo, un virus innocuo per l’uomo. Il piano di vaccinazione era partito bene e tuttora mi auguro che si risolva questa bagarre sulla distribuzione dei vaccini che rappresenta un passaggio indegno della nostra civiltà ed evoluzione ma vista l’incertezza l’opzione B del piano vaccinale, non può che realizzarsi in funzione del nostro vaccino. 

Le dosi che stanno arrivando dall’Europa, come peraltro già predisposto, utilizziamole per le fasce più deboli per mettere in sicurezza la popolazione più a rischio.  Il messaggio del viceministro della Salute Pierpaolo Sileri - intervistato sulla questione - è stato chiaro: “Con queste dosi potremmo pensare di immunizzare per il prossimo mese di giugno una persona su cinque”. Poco, ma si riuscirebbe ad arrivare ad una stabilità nella crescita dei contagi che potrebbe essere gestita per convivere con prudenza e nella speranza che la bella stagione aiuti ad avere un virus più attenuato. Poi, finita l’estate puntiamo sull’Italia per il futuro.  Prima riusciremo ad essere indipendenti, meglio sarà.                                                                                             

                                                                                                                                          

 

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