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Angelucci, verifiche fiscali col trucco. Tre finanzieri in manette per collusione

Avviso di garanzia per Giampaolo Angelucci, figlio del parlamentare di Forza Italia Antonio, una ordinanza di custodia cautelare in carcere e due ai domiciliari per tre sottufficiali della Guardia di Finanza, un commercialista e un imprenditore agli arresti per collusione e rivelazioni di segreto d’ufficio

E’ il figlio del parlamentare di Forza Italia Antonio Angelucci il depositario di un avviso di garanzia con l’accusa di collusione e concorso in rivelazione di ufficio nell’ambito di una inchiesta della Procura di Roma su alcuni fenomeni collusivi che hanno coinvolto due ex finanzieri, un militare ancora ancora in attività, un imprenditore e un noto commercialista.

L’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Nello Rossi, con l’ausilio degli uomini del Nucleo di Polizia Tributaria, ha portato alla luce un sistema di comunicazioni riservate destinate ad alcune società riconducibili alla famiglia Angelucci (San Raffaele spa e della Roma Global Service srl). Tra gli arrestati, a finire in carcere è stato il solo Giovanni Cecchini, ex luogotenente della Guardia di Finanza, mentre agli arresti domiciliari sono finiti Rosario Attinelli (altro finanziere in pensione), Metello Schiavone (maresciallo della gdf), Mattia Amici (imprenditore) e il commercialista Arnaldo Rossi.

In particolare, a seguito dell’apertura di verifiche fiscali nei confronti della San Raffaele S.p.a. e della Roma Global Service S.r.l., società rientranti nell’alveo del nominato “gruppo Angelucci”, emergevano chiari indizi circa l’esistenza di un perverso meccanismo di trasmissione di comunicazioni riservate, finalizzato a garantire alle società verificate la contestazione dei soli rilievi fiscali già oggetto di accertamento da parte dell’Agenzia delle Entrate.
Nel medesimo ambito, emergeva, altresì, come analogo meccanismo fraudolento fosse stato posto in essere anche rispetto ad un’altra attività di polizia tributaria, svolta nei confronti di una catena di supermercati operanti nella Capitale, rientranti nel gruppo societario facente capo all’imprenditore capitolino A.M. di anni 70, anch’egli finito ai domiciliari.

Il piano congegnato è stato sventato dagli stessi uomini delle Fiamme Gialle grazie ai sistemi di prevenzione da fenomeni corruttivi interni al Corpo, già da tempo in vigore, anche rispetto alle norme previste dal piano anticorruzione di cui alla Legge 190/2012, uniti a forme sempre più stringenti di analisi e controllo delle attività ispettive.