Luca Tomassini e la sfida dell’IA: “Se il potere resta in poche mani, la democrazia vacilla”. L’intervista
L’intelligenza artificiale sta cambiando tutto, ma “deve svilupparsi sotto il controllo umano”. A dirlo è stato Xi Jinping che, ricevuto alla Casa Bianca da Donald Trump, ha messo al centro del tavolo una delle questioni più delicate della rivoluzione tecnologica in corso: non soltanto quanto l’AI sarà capace di fare, ma chi avrà il potere di indirizzarne lo sviluppo e di stabilirne i limiti. Un ruolo di leadership che spetta tanto a Pechino quanto a Washington – secondo quanto sottolineato dal Presidente cinese – e una partita tecnologica che è anche economica, geopolitica e, sempre più, sociale.
A ribadirlo, ad Affaritaliani, è Luca Tomassini, imprenditore e dirigente d’azienda – in libreria con “L’illusione intelligente – Democrazie fragili, lavoro smaterializzato e il mondo ridisegnato dall’intelligenza artificiale” – che da oltre quarant’anni lavora alle trasformazioni tecnologiche del Paese, dalle telecomunicazioni all’intelligenza artificiale: “Il rischio più grande legato all’AI? Che ci abituiamo a considerare inevitabili decisioni che sono state prese da esseri umani“, dice. Da qui, l’urgenza di non delegare alle macchine responsabilità che restano umane. L’intervista completa.

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L’intervista
Nel suo ultimo libro sostiene che la rivoluzione digitale ha aperto scenari in cui le “democrazie vacillano, il lavoro si smaterializza e il potere si concentra nelle mani di pochi”: che cosa fare per invertire questo trend? E, se dovesse immaginare il mondo tra dieci anni, è più ottimista o più preoccupato?
Sono sempre stato un ottimista, forse persino un ottimista patologico, quando si parla di tecnologia. Con la diffusione massiva dell’intelligenza artificiale ho cominciato a pormi domande che non possiamo più rimandare. Mi preoccupa la velocità con cui il potere tecnologico si concentra nelle mani di pochi, mentre le istituzioni faticano a comprenderlo e a governarlo. Una democrazia vive della capacità dei cittadini di distinguere i fatti dalle manipolazioni, confrontare le idee e decidere liberamente. Se gli strumenti attraverso cui ci informiamo, lavoriamo e comunichiamo dipendono da un numero ristretto di soggetti, anche quella libertà può ridursi. Per invertire la tendenza dobbiamo investire nella scuola, nella ricerca e nelle competenze, garantire una concorrenza reale e proteggere le persone nei cambiamenti del lavoro. Le imprese, poi, hanno una responsabilità precisa: usare la produttività generata dall’IA anche per formare i lavoratori e condividere il valore che contribuiscono a creare. Fra dieci anni potremmo avere più conoscenza, cure migliori e nuove opportunità. Potremmo anche essere più diseguali e più dipendenti da tecnologie che non controlliamo. Resto ottimista sulle possibilità dell’IA, ma l’ottimismo da solo non basta: ciò che mi preoccupa è il tempo che stiamo perdendo nel decidere come usarla. Il futuro dipenderà dalle scelte che facciamo adesso.
Come si può, concretamente, riequilibrare questo potere senza soffocare l’innovazione?
Cominciando a distinguere il rischio dall’innovazione. Non ha senso imporre gli stessi obblighi a una piccola impresa che sperimenta un servizio e a una piattaforma le cui decisioni incidono su milioni di persone. Dove l’IA determina l’accesso a un lavoro, a un credito o a una prestazione essenziale, dobbiamo poter sapere chi è responsabile, come si controllano gli errori e come una persona può contestare una decisione. Poi, occorre rendere l’innovazione accessibile: ricerca, capacità di calcolo e competenze non possono essere un privilegio riservato a pochi grandi operatori. Il potere si riequilibra quando altri soggetti possono entrare nel mercato e creare soluzioni proprie. Regole chiare e investimenti vanno tenuti insieme: la fiducia può diventare una condizione dell’innovazione, non un ostacolo.
L’IA e il fattore umano
L’IA rischia di ridurre l’essere umano a “semplice dato”: come è possibile, secondo lei, resistere a questa semplificazione?
Un dato può descrivere un comportamento; non può esaurire una persona. Il rischio nasce quando trasformiamo le informazioni raccolte su di noi in una definizione di ciò che siamo e, peggio ancora, di ciò che potremo diventare. Un sistema può stimare che un candidato somigli poco a chi è stato assunto in passato. Quella somiglianza non misura il suo talento, la sua motivazione o la possibilità di crescere. Resistere significa conservare spazi in cui le persone possano spiegarsi, essere ascoltate e contestare una classificazione. Significa chiedere a chi progetta questi sistemi di chiarire quali dati usa, per quale scopo e con quali conseguenze. Nel libro insisto su questo punto: la dignità umana non può dipendere dalla precisione con cui un algoritmo riesce a prevedere il nostro comportamento.
C’è il rischio che deleghiamo troppo alle macchine, perdendo capacità di pensiero critico e autonomia decisionale?
Sì, e il rischio è tanto più insidioso quanto più comoda diventa la delega. Una risposta ben scritta ci sembra spesso una risposta affidabile. Così possiamo smettere di verificare le fonti, formulare obiezioni o cercare una spiegazione diversa. Non perdiamo la capacità di pensare da un giorno all’altro: perdiamo, un pò alla volta, l’abitudine a esercitarla. Io uso volentieri l’IA come strumento di lavoro. Voglio però poterle chiedere conto di ciò che produce, correggerla e, quando serve, contraddirla. Il fattore umano resta determinante se gli lasciamo un ruolo reale. La qualità che dobbiamo proteggere è la capacità di dubitare.
L’intelligenza artificiale può arrivare a superare l’intelligenza umana? E se sì, dovremmo preoccuparcene?
In alcune attività potremmo dire che l’ha già superata da tempo: calcola più rapidamente, esamina enormi quantità di informazioni e riconosce schemi che a noi possono sfuggire. Credo però che parlare di “intelligenza umana” come se fosse un’unica prestazione da misurare su una scala crea confusione. Sappiamo costruire sistemi sempre più capaci; non sappiamo prevedere con certezza fin dove arriveranno né se svilupperanno caratteristiche paragonabili all’esperienza umana. Prendo sul serio i rischi futuri. Mi preoccupa anche una questione presente: sistemi molto potenti che influenzano le nostre scelte mentre noi fatichiamo a comprenderli e a controllarli. Alla domanda ‘saranno più intelligenti di noi?’ ne affiancherei una: ‘saremo abbastanza saggi da decidere come usarli?’. È una domanda alla quale dobbiamo rispondere oggi.
Che cosa intende con “hybris tecnologica”?
È la presunzione che, siccome siamo capaci di costruire qualcosa, siamo anche capaci di comprenderne tutte le conseguenze. E che, siccome una macchina produce risposte convincenti, possieda necessariamente la comprensione e il giudizio che attribuiamo a un essere umano. La storia della tecnologia è anche una storia di strumenti straordinari usati prima di averne valutato fino in fondo gli effetti. Con l’IA questa tentazione è più forte, perché la macchina parla la nostra lingua e può sembrarci un interlocutore che sa ciò che fa. La hybris non è voler progredire: è perdere la misura. Chiederci se qualcosa sia tecnicamente possibile è indispensabile. Dobbiamo però chiederci anche per quale scopo lo facciamo e quali responsabilità siamo disposti ad assumerci. Ogni sistema incorpora scelte: quali dati raccogliere, quali risultati privilegiare, quali errori tollerare, a chi rendere conto. Dire ‘lo ha deciso l’algoritmo’ può diventare un modo per nascondere quelle scelte e sottrarsi alla responsabilità. Questo rischio attraversa tutti gli altri: la disinformazione, le discriminazioni, il lavoro, la concentrazione del potere. Possiamo affrontarli soltanto se sappiamo indicare chi decide e chi può intervenire quando qualcosa va storto. L’illusione più pericolosa è credere che l’IA sia una forza esterna alla società, davanti alla quale possiamo solo adattarci”.
Se diventa sempre più difficile distinguere un contenuto autentico da uno generato artificialmente, come possiamo conservare una realtà condivisa su cui fondare il confronto democratico?
Non basterà chiedere ai cittadini di “stare più attenti”. Oggi si possono produrre testi, immagini, voci e video capaci di apparire credibili anche quando raccontano fatti mai accaduti. Servono strumenti per ricostruire l’origine dei contenuti, piattaforme più responsabili nella loro diffusione e un giornalismo che conservi tempo e risorse per verificare. Serve però anche una disciplina personale: prima di condividere ciò che conferma le nostre opinioni, dovremmo chiederci se è vero. È difficile, perché gli algoritmi tendono a mostrarci ciò che cattura la nostra attenzione, mentre la verifica richiede pazienza. Senza un terreno di fatti su cui possiamo incontrarci, il confronto pubblico diventa una lotta fra rappresentazioni incompatibili della realtà. E una democrazia, per decidere insieme, ha bisogno di poter almeno discutere degli stessi fatti.
Lavoro e produttività
Quali categorie di lavoratori rischiano di più secondo la sua analisi, e quali invece potrebbero trarne vantaggio? E quali sono i settori dove l’IA fa più danni e quelli dove invece porta più benefici?
Sono più esposte le attività composte da operazioni digitali ripetitive: trattamento di documenti, inserimento di dati, prime bozze di testi, assistenza standardizzata. Questo non significa che tutte quelle professioni scompariranno. Significa che cambieranno i compiti e che, senza formazione, alcune persone rischiano di perdere autonomia e forza contrattuale. Può trarne vantaggio chi usa l’IA per affrontare problemi più complessi: un medico che dispone di un supporto all’analisi, un tecnico che individua prima un guasto, un insegnante che prepara percorsi adatti a studenti diversi. Il beneficio dipende da come viene introdotta. Poi francamente non dividerei i settori in «buoni» e «cattivi». In sanità l’IA può aiutare a individuare segnali che sfuggono; può fare danni se un risultato non verificato diventa una diagnosi. Nei media può agevolare la ricerca; può anche moltiplicare contenuti falsi. La domanda è sempre: chi controlla il risultato e chi risponde degli errori?
Le big tech che sviluppano i modelli di IA più avanzati sono quasi tutte americane o cinesi. L’Europa, e l’Italia in particolare, possono ancora giocare un ruolo da protagoniste, o siamo destinati a un ruolo di semplici utilizzatori di tecnologie altrui?
Possiamo esserlo, ma dobbiamo decidere in che cosa vogliamo esserlo. Sarebbe un errore pensare che l’unica forma di protagonismo sia costruire il modello più grande del mondo. La competizione riguarda anche infrastrutture, ricerca, applicazioni industriali, qualità dei dati e capacità di integrare l’IA nei processi reali. L’Europa ha competenze scientifiche e industriali, ma deve renderle capaci di lavorare insieme. L’Italia, in particolare, può sviluppare soluzioni per la manifattura, la salute, l’energia e la pubblica amministrazione, a condizione di investire nelle imprese e nei ricercatori che le realizzano. Dobbiamo poter scegliere le tecnologie che usiamo e svilupparne di nostre dove è strategico. Essere semplici utilizzatori significherebbe lasciare ad altri anche una parte delle decisioni sul nostro futuro economico.
L’uso dell’IA nelle scuole e tra i più giovani: opportunità o pericolo?
Dipende da ciò che chiediamo a uno studente di fare. Se l’IA consegna una risposta pronta prima che abbia provato a ragionare, rischia di sottrargli una parte dell’apprendimento. Se invece gli permette di fare domande, confrontare spiegazioni e capire dove ha sbagliato, può essere uno strumento prezioso. Insomma, la regola è dubitare sempre. La scuola dovrebbe insegnare anche a discutere una risposta prodotta dall’IA: da dove viene? È corretta? Che cosa manca? Per farlo occorrono insegnanti formati e regole adatte all’età degli studenti, anche per proteggere i loro dati. Non chiederei ai ragazzi di crescere lontano da una tecnologia che incontreranno ovunque. Chiederei alla scuola di dare loro gli strumenti per usarla senza dipenderne.
L’intelligenza artificiale promette più produttività. Chi dovrebbe beneficiare della ricchezza che genera: soltanto chi possiede la tecnologia o anche chi lavora nelle imprese che la adottano?
Dovrebbero beneficiarne anche le persone che lavorano e le comunità in cui le imprese operano. Se una tecnologia consente di produrre di più in meno tempo, è legittimo che l’impresa ne ricavi un vantaggio. Sarebbe miope trasformare tutto quel vantaggio esclusivamente in una riduzione del costo del lavoro. Possiamo usare una parte di quella produttività per formare chi svolgerà compiti nuovi, migliorare le condizioni di lavoro e creare servizi migliori. Dobbiamo coinvolgere i lavoratori quando decidiamo come introdurre l’IA: conoscono problemi e possibilità che non emergono da un bilancio. La qualità di un’innovazione si misura anche da come distribuisce il valore che crea. È una responsabilità che riguarda direttamente chi guida un’impresa.
Lei è sia un dirigente d’azienda che un imprenditore, oltre che un accademico: in quale momento una scoperta scientifica perde la propria ambizione e diventa soltanto uno strumento per tagliare i costi?
Quando, passando dal laboratorio all’impresa, smettiamo di chiederci quale problema vogliamo risolvere e cominciamo a domandarci soltanto quanto possiamo risparmiare. La ricerca esplora possibilità. L’impresa deve anche fare i conti con tempi, investimenti e risultati: lo so bene, perché ho vissuto entrambi i mondi. Il problema nasce se il risultato economico di breve periodo diventa l’unico criterio. Prendiamo l’IA applicata a un servizio: possiamo usarla per rispondere a più persone spendendo meno, oppure per comprendere meglio le loro esigenze, aiutare i lavoratori e offrire qualcosa che prima non riuscivamo a fare. Nel primo caso otteniamo efficienza. Nel secondo possiamo creare innovazione. La domanda che dovrebbe accompagnare ogni progetto è: quale valore stiamo creando, per chi e con quali conseguenze?
L’autore
Luca Tomassini è un imprenditore, dirigente d’azienda e innovatore. Considerato uno dei padri della telefonia mobile italiana, da oltre quarant’anni lavora alle trasformazioni tecnologiche del Paese, dalle telecomunicazioni all’intelligenza artificiale. Già direttore dell’innovazione del Gruppo Telecom Italia, ha ideato la Mobile TV di TIM sulle reti 2.5G e 3G e CuboVision, progetto da cui è nata TIMVision. Ha inoltre sviluppato una soluzione di multistreaming video su rete 5G per TIM e Qualcomm e promosso la nascita di VatiVision, piattaforma dedicata alla diffusione di contenuti culturali, artistici e fede. Ha fondato e guidato gruppi industriali quotati in borsa, in Italia e all’estero. All’attività imprenditoriale affianca la ricerca e la formazione: ha dato vita alla prima cattedra di intelligenza artificiale e machine learning in Luiss ed è professore aggiunto in diverse università. È stato nominato Cavaliere del Lavoro e insignito del titolo di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
Autore di oltre venti saggi sul rapporto tra tecnologia, impresa e società, ha pubblicato più recentemente L’illusione intelligente. Democrazie fragili, lavoro smaterializzato e il mondo ridisegnato dall’intelligenza artificiale (2026). Tra i suoi libri figurano anche Oltre. Il ruolo dell’uomo nella società dell’intelligenza artificiale (2025), Il grande salto (2020), L’innovazione non chiede permesso (2018) e Vite connesse (2015).


