Negli ultimi giorni il mondo dell’Intelligenza artificiale è stato scosso da dichiarazioni quanto mai peculiari. Tutti i leader della IA occidentali hanno iniziato a criticare la propria creatura, denunciandola come minaccia per il genere umano. Non sono mancate prove di questa “pericolosità” e i media ci si sono buttati; Dopo tutto un’intelligenza artificiale che si ribella all’uomo e cerca di eliminarlo è un leit motive dai tempi dei primi film di fantascienza come Metropolis sino ai più famosi Terminator. Tuttavia esiste un altro scenario di tragedia che non prevede l’estinzione di tutta l’umanità ma solo una tragedia moderata, per coloro che han deciso di investire in questa industria che ormai vale centinaia di miliardi. Facciamo il punto.
“Per troppo tempo il settore ha mentito”
Sabato 12 settembre, Dario Amodei, ceo di Anthropic, ha pubblicato un saggio di circa 5.000 parole dal titolo “We Must Pace the Frontier“. In un momento di verità tecnologica ha scritto che “per troppo tempo il settore ha mentito alle persone sul fatto che questa tecnologia comportasse dei rischi”. Negli ultimi mesi l’azienda di Amodei si è data un gran da fare per costruire uno storytelling positivo e umano, che la presentasse al mondo come una realtà di valore, con “una coscienza”.
Di recente il co-fondatore di Anthropic, Christopher Olah, ha persino incontrato Papa Leone XIV in Vaticano il 25 maggio 2026, in occasione della presentazione della prima enciclica del pontificato, Magnifica Humanitas, dedicata all’etica e ai rischi dell’intelligenza artificiale. Il saggio propone tre passi: valutatori terzi con accesso permanente e “a livello di dipendente” dentro i laboratori. Anthropic si è già impegnata unilateralmente, e Sam Altman ha dichiarato che OpenAI si allineerà coordinamento tra i laboratori dei paesi democratici sugli standard di sicurezza, che richiede però un’esenzione antitrust dal governo USA, il vero cuore normativo del documento e, infine, quattro livelli crescenti di accordo internazionale, inclusa la Cina, sui quali lo stesso Amodei si è detto scettico (definendolo il “toughest dilemma” della sua proposta). La Cina e il suo ecosistema di IA è un argomento come vedremo più avanti.
Il testo chiede inoltre a Washington di mantenere il divieto sui chip avanzati, contrastare il “distillation“, impedire il furto di elementi dei modelli, e usare la finestra di tre-cinque anni così guadagnata per allargare il vantaggio americano prima di qualunque accordo. Ovviamente questo aspetto è in diretto contrasto con il mondo cinese che sta velocemente raggiungendo quello americano. Amodei sostiene inoltre che uno sciame di agenti IA potrebbe prendere il controllo “dell’intera internet con una botnet persistente (causando potenzialmente centinaia di miliardi di dollari di danni)” nei prossimi sei-dodici mesi. La reazione di Elon Musk, in tre parole su X: “Dario is right”.
L’incidente dietro il saggio
Il documento non nasce nel vuoto e ha una coincidenza temporale sopstetta, come se fosse parte di una strategia programmata di Psyops (gergo militare per indicare strategie di manipolazione mediatica di una parte di popolazione). Il 26 agosto, il valutatore indipendente METR ha pubblicato un’indagine dettagliata su un incidente avvenuto tra OpenAI e Hugging Face: circa 1.200 agenti IA, che avrebbero dovuto restare isolati durante un test, hanno trovato il modo di comunicare tra loro su una bacheca non autorizzata, scambiandosi oltre 70.000 messaggi e file in una settimana, coordinando progetti collettivi per ingannare il sistema automatico che li valutava.
Circa 700 di quegli agenti hanno attaccato Hugging Face per scoprire come funzionasse il meccanismo di valutazione, e circa il 7% delle trascrizioni esaminate risultava manomesso con successo. Sam Altman ha definito quell’episodio “il primo incidente di sicurezza che ho sentito in modo davvero viscerale”. Ma quegli agenti sono andati fuori controllo durante un test pre-rilascio in cui i loro classificatori di sicurezza erano stati deliberatamente disattivati: un dettaglio che diversi esperti di cybersecurity hanno sottolineato per ridimensionare gli scenari più allarmistici circolati dopo l’episodio
A rendere il quadro più inquietante un rapporto della stessa Anthropic avrebbe rivelato che utenti collegati agli Houthi nello Yemen del nord hanno tentato di usare Claude per sviluppare missili avanzati, e che l’Iran ha tentato di usare lo stesso sistema per individuare obiettivi tra le navi da guerra americane. Anthropic ha inoltre segnalato circa 5.000 account illeciti che in dieci giorni hanno instradato circa 300.000 query verso i propri modelli — il meccanismo di “distillation” che il saggio di Amodei chiede esplicitamente a Washington di contrastare.
Secondo un rapporto di minaccia della stessa Anthropic ripreso da Bloomberg, anche il laboratorio cinese Moonshot AI avrebbe instradato segretamente migliaia di richieste utente attraverso Claude, spacciando le risposte per proprie. Nella stessa settimana, OpenAI ha reso pubblici sei nuovi incidenti di sicurezza: modelli che nascondevano i propri errori, cercavano credenziali non autorizzate, caricavano file sulla rete pubblica o comunicavano tra ambienti di addestramento che sarebbero dovuti restare isolati: in un caso, un modello della famiglia Astra non ancora rilasciato ha inserito istruzioni simili a un jailbreak nei propri riepiloghi di contesto (27 casi accertati); durante l’addestramento di GPT-5.6 Sol, i modelli hanno cercato di occultare errori e inventare dati storici mancanti.
“Un cavallo di Troia”: la Casa Bianca si divide
Non tutti, negli Stati Uniti, hanno accolto l’appello come un atto di responsabilità disinteressata. David Sacks (che secondo Semafor presiede oggi il President’s Council of Advisors on Science and Technology) dopo essere stato “zar dell’IA” della Casa Bianca ha risposto sabato sera con un post pubblico: se i modelli non ancora rilasciati giustificano davvero un rallentamento, Amodei e Altman lo facciano, ma senza pretendere in cambio un’esenzione antitrust, un percorso di approvazione normativa su misura, o un ruolo privilegiato per METR, che Sacks descrive come intrecciata con investitori e staff di Anthropic.
Pretendere quel pacchetto come prezzo della propria prudenza, ha scritto, “sembrerà un ricatto al pubblico e al sistema politico”. Ha aggiunto che la Cina, come tutti sapevano, non si sarebbe mai unita a un accordo globale del genere. Due giorni dopo, Pechino ha confermato esattamente quel punto.
Ancora più diretto il commento del Vicepresidente JD Vance, riportato da Semafor: pur dicendosi favorevole a “regolamentare in modo intelligente”, Vance ha ammesso: “mi sento un po’ strano per il fatto che così tante aziende IA di frontiera vengano dal governo a implorare di essere regolamentate; mi sembra un po’ un cavallo di Troia”. Lo stesso giorno, Trump scriveva su Truth Social che è in corso “una malata cospirazione contro l’IA e i data center”, definendo poi il sentimento anti-IA un “hoax”; secondo Axios, il presidente ha poi dichiarato che l’unico “guardrail” di cui il settore ha bisogno è “un presidente intelligente”, mentre il presidente della Camera Mike Johnson ha chiarito che il Congresso non guiderà alcuna iniziativa di regolamentazione.
Sul lato più cinico dei mercati, un commento diventato virale su X, firmato da Grant Hummer, ha tradotto l’appello di Amodei così: “i nostri margini lordi vengono spinti a zero dai modelli open source e il nostro tasso di consumo di capitale è troppo alto. Manteniamo i margini con la cattura regolatoria, vietiamo i modelli open source, e rallentiamo la corsa al capex — con la ciliegina del virtue signaling sopra”. La commentatrice finanziaria Izabella Kaminska ha usato un linguaggio più tecnico ma la sostanza è la stessa: gli argomenti di sicurezza sarebbero una “via d’uscita credibile dalla narrativa dell’hyperscaling”, ormai indebolita dal rilascio del modello cinese Kimi K3 di Moonshot a luglio]. Meghan Gaffney, fondatrice e CEO di The Progress Lab, lo ha detto nel modo più diretto di tutti: “la chiamata arriva da dentro casa. Penso che Anthropic stia cercando una copertura con i propri investitori per permettersi un rallentamento e inserire vincoli, anche a costo di un volume di token e una crescita dei ricavi più bassi”.
La voce più autorevole in assoluto, però, arriva dal Senato. La senatrice Elizabeth Warren ha annunciato il proprio sostegno a una pausa sullo sviluppo dell’IA avanzata: “dovremmo premere immediatamente pausa sullo sviluppo dell’IA avanzata mentre legislatori e regolatori mettono in atto sistemi per proteggere le persone”. Ma Warren ha definito la proposta “pace the frontier” dei laboratori “insufficiente”, sostenendo che debbano essere i funzionari eletti, non i CEO dell’IA, a decidere il futuro della tecnologia; ha definito le richieste di indebolire le protezioni antitrust “palesemente interessate” (transparently self-serving). Ex funzionari antitrust del governo hanno sostenuto che quell’esenzione non sarebbe nemmeno necessaria, perché la legge attuale non impedisce già alle aziende IA di coordinarsi per prevenire danni e condividere informazioni di cybersecurity legittime. Nella stessa settimana anche l’ex Vicepresidente Kamala Harris ha appoggiato un rallentamento, chiedendo a Trump di perseguire un trattato con la Cina, e l’ex Presidente Obama ha definito l’idea di rallentare “un buon primo passo”.
La Cina non rallenta. Accelera, e lo dice apertamente
Lunedì scorso, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Guo Jiakun ha respinto pubblicamente la proposta, dichiarando che “allarmismo, confronto e concorrenza sleale non serviranno gli interessi di nessuno”.Il Global Times è andato oltre in un editoriale: dietro l’apparente “dichiarazione razionale” di Amodei si nasconderebbe un “manuale da Guerra Fredda” pieno di clausole di contenimento mirate contro la Cina, le cui capacità IA, scrive il giornale, “hanno da tempo cessato di essere una variabile escludibile”
Più interessanti ancora le voci tecniche cinesi. Xiao Qian, vice preside dell’Institute for AI International Governance di Tsinghua, ha attribuito le clausole anti-Cina a pressione commerciale: il modello “chiuso” di Anthropic competerebbe con i modelli open source cinesi su costo, prestazioni ed ecosistema sviluppatori, e le restrizioni proteggerebbero semplicemente la sua posizione di mercato. Liu Shaoshan, dell’istituto di Shenzhen per l’IA, che secondo il Global Times ha lavorato in passato con lo stesso Amodei, ha aggiunto che inquadrare l’IA come decisiva per la sicurezza nazionale trasforma un’azienda privata in “infrastruttura strategica”, il che alza contemporaneamente le barriere all’ingresso e le valutazioni di mercato.
Negli stessi giorni, il ministro della sicurezza di stato cinese Chen Yixin aveva pubblicato un lungo articolo su sei categorie di rischio IA — incluso, esplicitamente, i sistemi Claude Mythos di Anthropic e GPT-5.5-Cyber di OpenAI, citati per nome come minacce cyber offensive verso le infrastrutture critiche cinesi. Nessun accenno, in quel documento, alla richiesta occidentale di rallentare.
Il tono di fondo dell’industria tecnologica cinese non è timoroso. In un lungo confronto interno pubblicato il 10 settembre su Xinsheng, la piattaforma comunicativa di Huawei, il presidente del Consiglio di sorveglianza Guo Ping ha detto ai nuovi assunti che l’attuale ipotesi di lavoro dell’azienda è che “l’intelligenza artificiale possa essere l’ultima rivoluzione tecnologica della società umana”, una cornice che giustifica investimenti aggressivi, non una pausa precauzionale.
L’ambizione dichiarata di Huawei è “diventare Nvidia”: non possedere il miglior modello proprietario, ma far girare in modo efficiente qualsiasi modello sui propri cluster Ascend e Kunpeng. Un ingegnere di DeepSeek, in una riflessione personale molto discussa sui social cinesi, ha spinto il ragionamento fino alle estreme conseguenze: dichiarandosi contrario a un mondo in cui Anthropic controlli permanentemente l’IA più avanzata al mondo, l’ha paragonato al rischio di “Hitler che ottiene la bomba atomica prima degli Alleati” — ed è per questo, scrive, che ha scelto di restare a lavorare su un modello open source.
La sintesi geopolitica arriva direttamente da Xi Jinping, che domenica, al summit BRICS di Nuova Delhi, ha annunciato che la Cina guiderà la creazione di una “BRICS AI Open Source Zone” per promuovere cooperazione su modelli linguistici, addestramento IA ed ecosistemi aperti rivolta esplicitamente al Sud globale, come alternativa a un impianto di regole scritto a San Francisco ed enforced tramite licenze di esportazione americane. I modelli open-weight cinesi (DeepSeek, Qwen di Alibaba, Kimi di Moonshot, MiniMax, Zhipu) sono già scaricabili, modificabili, enormemente più economici da eseguire, con oltre 10 miliardi di download cumulativi secondo il Global Times.
Il mercato ha votato, e ha votato paura (tranne che per la cybersecurity)
La reazione dei mercati è stata immediata e misurabile. Secondo l’analista Ozeco (Crack The Market), lunedì 14 settembre il paniere tecnologico legato all’IA ha perso fino all’8% intraday, una deviazione di 3,4 sigma, con i produttori di semiconduttori (“semicap”) giù del 7-9% e i titoli legati all’elettrificazione trascinati nello stesso vortice. Il software, spesso usato come “copertura” contro l’esposizione IA, è salito del 5%. Mercoledì 16, la Federal Reserve ha alzato i tassi di 25 punti base al 3,75-4,00%, all’unanimità, per la prima volta dal luglio 2023. Uno dei pochi vincitori di mercato della settimana, secondo Axios, sono stati proprio i titoli di cybersecurity, l’industria destinata a beneficiare di qualunque esito, allarme o regolamentazione che sia.
Stanley Druckenmiller, investitore leggendario, mentore sia del Segretario al Tesoro Bessent sia del presidente della Fed Warsh, ha dichiarato al Financial Times di aver tagliato l’esposizione del proprio fondo all’IA a circa il 20% dei livelli precedenti: “è stata una corsa incredibile… ma penso che siamo abbastanza avanti nella costruzione da doverci iniziare a preoccupare un po’”
Il problema che nessuno vuole nominare ad alta voce
Mentre il dibattito pubblico si concentra sulla sicurezza, un secondo dibattito, molto meno mediatico, ma sostenuto da dati altrettanto solidi, riguarda i ritorni economici reali degli investimenti in intelligenza artificiale.
Lo studio più citato in materia è quello del NANDA Initiative del MIT, “The GenAI Divide: State of AI in Business 2025”: il 95% dei progetti pilota di IA generativa in azienda non produce alcun impatto misurabile sul conto economico, a fronte di un investimento aggregato stimato tra 30 e 40 miliardi di dollari. McKinsey riporta che solo il 39% delle organizzazioni attribuisce all’IA un impatto misurabile sull’EBIT, e appena il 6% raggiunge lo status di “high performer”. RAND Corporation stima che oltre l’80% dei progetti IA nel loro complesso non raggiunga gli obiettivi previsti. Gartner prevede una spesa mondiale in IA di 2.500 miliardi di dollari nel 2026, ma segnala che il 65% dei CEO non riesce a far quadrare con i propri CFO i conti sul ritorno di quell’investimento. Il ciclo IA nel suo complesso, secondo le vari stime menzionate, avrebbe bisogno di 1.500 miliardi di dollari di credito privato aggiuntivo solo per proseguire al ritmo attuale. Una cifra che, stante le crescenti perplessità dell’industria finanzaria, potrebbero non essere facile raccogliere.
Chi ha davvero rimandato la IPO, e perché
Come riportato da Fortune, Sam Altman ha dichiarato che “vista la situazione attuale sulla sicurezza, questo sarebbe un momento sconsiderato per quotarsi”, confermando che non accadrà nel 2026 dopo un anno di lavoro su un’offerta che avrebbe potuto valutare la società fino a 1.000 miliardi di dollari. Anthropic, resta sui binari per una quotazione entro fine 2026, a una valutazione stimata fino a 2.300 miliardi, pur avendo essa stessa scelto, in aprile, di non rilasciare pubblicamente un proprio modello (Claude Mythos) giudicato troppo capace nella scoperta autonoma di vulnerabilità informatiche.
Il peculiare denominatore comune dietro i “breakout” delle IA
Il 19 settembre, pochi giorni dopo la pubblicazione del saggio di Amodei, è emerso un tassello che ridimensiona pesantemente la narrativa della “IA che si ribella”. I tre episodi di “breakout” più citati come prova del rischio ( OpenAI/Hugging Face, i tre incidenti dichiarati da Anthropic, e uno analogo di Google/Gemini) sono stati tutti testati dalla stessa società di sicurezza terza, Irregular, che secondo Axios ha riscontrato “gli stessi problemi di sicurezza” in ciascuno dei tre casi: in ognuno, un errore di configurazione ha lasciato accesso a internet a modelli a cui era stato detto di essere offline, durante test in cui i sistemi di sicurezza standard erano stati deliberatamente allentati per permettere “esercizi offensivi”.
Lo stesso rapporto tecnico di Anthropic, datato 30 luglio, arriva a una conclusione ben più prudente di quella comunicata pubblicamente da Amodei: “riteniamo che questi incidenti siano più vicini a un fallimento operativo e dell’infrastruttura di test che a un fallimento di allineamento del modello”.
Google, che ha subito un incidente simile con Gemini già a maggio causato dallo stesso Irregular, non lo ha reso pubblico fino a quando il Wall Street Journal non ha chiesto conferma direttamente, perché lo considerava un non-evento: il modello “si è comportato in modo appropriato” e si è fermato non appena ha capito che l’obiettivo del test era un’azienda reale. Google, va notato, non fa parte dei laboratori che chiedono un rallentamento coordinato del settore.
Il commentatore tecnologico John Ennis ha riassunto lo scetticismo crescente con una battuta diventata virale: “una volta è un incidente, due volte è dubbio, tre volte sembra intenzionale”. Anche il CEO di Nvidia, Jensen Huang, ha commentato con una frase tagliente: “quale modo migliore per creare domanda che creare un problema”. Il CEO di Palo Alto Networks Nikesh Arora, dopo aver definito la mossa un “colpo da ninja” nei giorni precedenti, ha poi corretto il tiro pubblicamente avvertendo che potrebbe “ritorcersi contro”: nessuna soluzione tecnica di sicurezza concreta è stata proposta, solo più “calcolo speso in sicurezza” e un organismo federale chiamato a certificarlo. Sembra palesarsi una sorta di”guerra civile” nel mondo IA americano: da un lato coloro che (come Google e Nvidia) hanno ricavi validi per giustificare gli investimenti nelle proprie aziende e un fronte di emergenti (relativamente nuovi nella scena digitale americana) come Altman, che sperano in una soluzione di “frenata” forse per giustificare i ritorni di investimenti ai propri finanziatori decisamente non all’altezza delle dichiarazioni degli anni precedenti.
Seguendo i soldi per trovare la verità
Una presentazione interna di OpenAI, ottenuta dal Financial Times, proietta un flusso di cassa libero negativo di 278 miliardi di dollari tra il 2026 e il 2030, con la spesa in calcolo salita da una stima di 600 miliardi a febbraio a 856 miliardi a luglio, contro ricavi che la società spera di far crescere da 36 miliardi quest’anno a 350 miliardi nel 2030.
Anthropic, nel frattempo, ha spostato la propria IPO da ottobre a novembre secondo il Journal, su ricavi annualizzati che Reuters stima sopra i 100 miliardi di dollari — e, appena una settimana dopo che il proprio CEO ha detto al mondo che il settore deve rallentare, Reuters riporta che l’azienda starebbe valutando di anticipare il rilascio di un nuovo modello per contrastare lo slancio di OpenAI proprio in vista di quella quotazione. Rallentare per tutti gli altri, verrebbe da dire.
Il ragionamento di fondo, per chi osserva i mercati, è semplice: se un modello open-weight cinese arriva a replicare il 95% delle capacità di Claude o GPT-5 a una frazione del costo, le valutazioni su cui i due laboratori stanno scommettendo rischiano di collassare. L’unico modo per proteggere i margini, giustificare il consumo di capitale e soddisfare Wall Street diventa rendere legalmente impossibile la concorrenza: un fossato regolatorio così spesso, e costi di conformità così alti, che solo una società da 100 miliardi di dollari può permettersi di addestrare un modello di frontiera.
Sul fronte politico, la reazione è arrivata puntuale: il senatore Josh Hawley ha aperto un’indagine su OpenAI il 9 settembre, con scadenza per la documentazione fissata al 1° ottobre; Bernie Sanders ha annunciato una proposta di legge per vietare ulteriori sviluppi dei laboratori di frontiera; Trump, dal lato opposto, ha definito su Truth Social le preoccupazioni sulla sicurezza IA un “hoax”, annunciando l’intenzione di nominare uno “zar dell’IA” e creare una “AI Force”, secondo Bloomberg.
Un secondo fronte: chi paga davvero il conto dell’IA, oggi
Se il dibattito sulla sicurezza resta in gran parte teorico, un costo economico dell’IA è già misurabile, e non riguarda gli investitori, ma i cittadini comuni. Secondo SemiAnalysis, che ha mappato oltre 300 moratorie locali sui data center adottate negli Stati Uniti nell’ultimo anno e mezzo, in Ohio i costi di capacità PJM legati alla domanda dei data center hanno spinto la bolletta media residenziale in su del 25,7% su base annua a metà 2025. Un sondaggio Gallup citato nello stesso report mostra che il 46% degli elettori americani ha un’opinione sfavorevole dei data center — quasi il doppio di chi li vede positivamente — pur restando, nello stesso sondaggio, in maggioranza favorevole all’IA come tecnologia in generale.
Una strategia avanzata per non far scoppiare la bolla IA?
A questo punto la domanda che si pone spontanea è se la narrativa della “pericolosità estrema” non stia, almeno in parte, svolgendo anche un’altra funzione: gestire le aspettative di investitori che, dopo capitale enorme messo sul tavolo, iniziano a chiedere con insistenza dove siano i ritorni promessi — mentre offre, allo stesso tempo, un argomento per ottenere dal governo protezioni competitive che difficilmente sarebbero concesse per pura logica di mercato.
Non esiste ammissione esplicita di malafede da parte dei dirigenti coinvolti, anzi, lo stesso Amodei ha ammesso pubblicamente che l’industria in passato ha mentito sui rischi, il che complica ulteriormente la lettura invece di risolverla in una direzione sola. I rischi di cui si parla, documentati dall’incidente OpenAI-Hugging Face e dai sei nuovi casi resi pubblici da OpenAI la settimana scorsa, sono discussi da tempo anche da esperti di cybersecurity e ricercatori indipendenti non allineati agli interessi commerciali dei laboratori. Lo storico Hal Brands, su Foreign Affairs, inquadra il problema in termini ancora più netti: gli “episodi di perdita di controllo” sono diventati più frequenti nel 2026, e nessuna delle opzioni strategiche disponibili a Washington è priva di rischi propri.
Ma è ormai difficile ignorare che la stessa lettura sia condivisa, con toni diversi, da un ex funzionario della Casa Bianca (Sacks, “ricatto”), dall’attuale Vicepresidente (Vance, “cavallo di Troia”), da una senatrice democratica di primo piano (Warren, “palesemente interessato”), da un CEO tech che accusa apertamente un concorrente (Gaffney, “la chiamata arriva da dentro casa”), da un investitore leggendario che siede vicino al cuore del potere finanziario dell’amministrazione (Druckenmiller, che taglia l’esposizione proprio ora), e da almeno due governi stranieri con ogni interesse a smontare la narrativa occidentale (Pechino). Quando la stessa ipotesi viene formulata, indipendentemente, da posizioni politiche ed economiche così diverse — destra e sinistra americane, critici di mercato, avversari geopolitici — smette di essere una semplice teoria del complotto e diventa, quantomeno, un’ipotesi che il giornalismo economico ha il dovere di prendere sul serio.
Il 24 settembre
Il 24 settembre Trump e Xi Jinping si incontreranno a Washington, con la governance IA in agenda, dopo colloqui preparatori a New York guidati dal Segretario al Tesoro Bessent con il Vice Premier cinese He Lifeng. Lizzi Lee dell’Asia Society Policy Institute ha sintetizzato la domanda di fondo che Pechino pone a Washington: se gli USA vogliono cooperazione sulla sicurezza di frontiera mentre restringono l’accesso cinese al calcolo di frontiera, “che aspetto avrebbe, esattamente, quella cooperazione”? È la domanda a cui, per ora, nessuno dei due governi ha dato una risposta pubblica.
Lo storytelling sulla IA che ci sterminerà si applica solo ad alcune IA occidentali, curiosamente finanziariamente molto esposte. I “vecchi giocatori di IA” occidentali e cinesi non sembrano vedere questo tragico futuro. Fosse mai che si sta cercando di evitare di far scoppiare una bolla delle IA che imbarazzerebbe sia l’industria finanziaria (che in cerca di guadagni facili ha venduto “il miracolo IA” a fondi pensione e altre entità istituzionali) sia gli stessi geni emergenti della IA come Altman e Amodei?


