di Valentina Renzopaoli
Nessun “colletto bianco” infiltrato nella pubblica amministrazione per “gestire gli interessi economici dell’associazione criminale” e “intrecciare i rapporti funzionali agli interessi delle imprese del sodalizio”, piuttosto un “mondo a parte” diverso e slegato da quello di destra di Massimo Carminati “connotato dalla violenza, tenuto insieme da un’ideologia che vede nella forza bruta della sopraffazione lo strumento per la propria affermazione”. Da una parte, dunque, l’ex malavitoso della Banda della Magliana legato da una “profonda amicizia con Riccardo Brugia con il quale condivide la comune appartenenza agli ambienti della destra estrema”, dall’altra un uomo che arriva dalla sinistra politica, abituato ad esercitare un’azione di lobby per condizionare la politica, un corruttore semmai ma non un criminale mafioso. Buzzi e Carminati, per dirla in breve, sono diversi, molto diversi, e gli ambiti di attività dell’uno non hanno alcuna contiguità con quelli dell’altro. L’unico punto di contatto è la presenza, come dipendente, di Carminati nella cooperativa di Buzzi a partire dal 2012. E’ lo snodo chiave della memoria difensiva che l’avvocato di Salvatore Buzzi, Alessandro Diddi ha consegnato mercoledì al Tribunale del Riesame presieduto da Bruno Azzolini. Una memoria che, forse, ha destato qualche sospetto, visto che i giudici hanno rimandato la decisione, riservandosi sulle richieste di revoca delle ordinanze e sull’aggravante della matrice mafiosa presentate dai difensori, oltre che di Buzzi, anche di Giovanni De Carlo, Riccardo Mancini, Carlo Pucci, Mario Schina, Carlo Maria Guarany.
“Il ‘mondo di sinistra’ di Salvatore Buzzi non ha mai punti di contatto con il ‘mondo di destra’ di Massimo Carminati”, si legge nella memoria lunga cento pagine che ricostruisce la rete di rapporti, legami, attività, amicizie tra i numerosi indagati. Sulla base delle indagini del Gip, il documento legale traccia il ruolo dell’ex Nar Carminati e, a parte, quello “di un imprenditore che nel tempo ha saputo creare una struttura di cooperative di lavoro attraverso le quali, non solo ha dato lavoro e speranza a tanti detenuti, ex detenuti ed a persone disagiate, ma ha creato tantissime occasioni di lavoro che non possono essere certamente considerate espressione di metodo mafioso o di attività illecita”.
E’ lungo l’elenco degli appalti che da Veltroni ad oggi le cooperative di Buzzi hanno ottenuto dalle amministrazioni che si sono succedute: oltre centocinquanta, come risulta dalle stesse informative della polizia giudiziaria. Eppure, scrive Diddi “non è dato comprendere, dalla enorme massa di elementi elaborati dalla ordinanza, in che termini egli avrebbe fruito delle ‘prestazioni’ del presunto sodalizio facente capo a Massimo Carminati e delle intimidazioni, esercitate anche solo attraverso l’esibizione della sua fama criminale, nei suoi rapporti con la pubblica amministrazione che, delle sue cooperative, sono state le uniche clienti”. Anche perché, si legge “non sono emersi condizionamenti della volontà della pubblica amministrazione attraverso condotte intimidatorie”.
Perfino quando, spiega l’avvocato Diddi, dal passaggio dell’era Veltroni a quella Alemanno, Buzzi ha incrementato il suo potere imprenditoriale “non solo non risulta la spendita di poteri mafiosi ma, stando a quanto ricostruito nel corso delle indagini, lo strumento per la penetrazione all’interno della pubblica amministrazione parrebbe essere stato quello della corruzione”.
La parola al Riesame.

