L’opera prima rivelazione del 2024 divenuta un bestseller internazionale tradotto in diciassette lingue
Dopo lo straordinario successo di Come l’arancio amaro, l’opera prima rivelazione del 2024 divenuta un bestseller internazionale tradotto in ben diciassette lingue e coronata dal Premio Bancarella 2025, Milena Palminteri firma il suo nuovo e attesissimo romanzo pubblicato da Bompiani e intitolato Le ali in una stanza.
L’autrice palermitana torna nelle librerie con una grande saga familiare che attraversa l’intero Novecento, un imponente affresco storico che prende il via nel 1913 per snodarsi lungo i decenni drammatici del primo e del secondo conflitto mondiale, sfiorando la dolorosa piaga della poliomielite e l’ombra del saccheggio edilizio palermitano degli anni Cinquanta e Sessanta, per poi compiere una virata finale nell’epilogo, dove la voce narrante della nipote di uno dei protagonisti (Vittorio Jacona) ricompone le tessere definitive della vicenda.
Al fulcro dell’intreccio narrativo si trova l’Hotel Kemonia, una struttura realmente esistita a Palermo che diventa il perno attorno a cui ruotano i destini della famiglia Jacona. Nel 1914 il giovane Giulio Jacona, laureatosi in Architettura tecnica sotto la guida del grande maestro Ernesto Basile, rinuncia a un prestigioso futuro nello studio del celebre architetto per inseguire un’ambizione personale: trasformare il piccolo albergo ereditato dal padre in un raffinato gioiello di eleganza e modernità.
L’edificio si trasfigura in una meraviglia dell’epoca Liberty, dove persino il lastrico solare accoglie un giardino pensile che rievoca un’atmosfera mediorientale, alla cui riuscita collabora molto la moglie Irene. Palminteri descrive gli ambienti dell’albergo indugiando sui dettagli dell’architettura d’interni: «Ora che il buio s’infittisce, si rincorrono sui muri di quei corridoi applique in vetro di Tiffany sulle quali ritorna il disegno dei ventagli delle vetrate, mentre nell’atrio spandono luce lampioni ottagonali in ferro e vetro appesi a un ricciolo di ferro contorto. Al centro di quell’andito si arrampica leggera verso il cielo, arricciolandosi sul suo piantone, una stretta e misteriosa scala a chiocciola in ferro battuto. Sui fianchi, uno stormo di impalpabili sagome di uccelletti accompagna i gradini».

In questa dimora di luce si intreccia il cammino di Irene Scordato, la giovane di cui Giulio si innamora perdutamente. Irene coltiva una profonda passione per la botanica, gli animali e soprattutto le creature volatili, condividendo con essi il desiderio atavico di innalzarsi oltre le convenzioni sociali e i giudizi del mondo. La traiettoria della famiglia Jacona subisce tuttavia una violenta battuta di arresto con lo scoppio della prima guerra mondiale e, successivamente, con la comparsa del drammatico virus della poliomielite che colpisce il focolare domestico lasciando un segno indelebile.
Decenni più tardi, nel secondo dopoguerra, tra le macerie dei bombardamenti e il dilagare della speculazione edilizia orchestrata dal potere mafioso, l’Hotel Kemonia necessita di un profondo restauro, trovando una speranza di rinascita nel coraggio di Liria, una figura femminile volitiva e determinata.

Accanto alle figure femminili, l’affresco generazionale si arricchisce delle vicende degli uomini della dinastia Jacona: oltre al padre Giulio di cui già si è detto, da una parte vi è Vittorio, figura complessa la cui parabola eroica si intreccia con i drammi del fronte africano nel corso delle campagne militari e con una successiva evoluzione morale, dall’altra il fratello Ernesto, il quale – toccato dal sacro fuoco dell’arte medica e intenzionato a sconfiggere il virus della poliomielite che lo ha menomato – incarna le speranze e le contraddizioni di una generazione chiamata a confrontarsi con il cambiamento d’epoca e le trasformazioni sociali del Novecento.
Attorno al nucleo familiare orbitano presenze indimenticabili che animano le dinamiche domestiche all’ombra dell’Hotel Kemonia: la zia Ninì, sorella di Irene, è una figura vivace, ironica e irresistibilmente golosa – memorabile l’episodio in cui divora quasi interamente i raffinati biscotti offerti nello studio di Ernesto Basile –; a suo modo rappresenta un punto di riferimento affettivo e un elemento di genuina leggerezza nei momenti più cupi. Non meno importante il dottor Ninuzzo Pagliaro, lo storico e fidato medico di famiglia, custode non soltanto della salute fisica dei protagonisti ma anche dei loro segreti più intimi, celebre per la bonaria saggezza e per la sua irrinunciabile “ricetta della felicità” a base dei tradizionali biscotti reginella, prescritti come sicuro rimedio contro ogni amarezza dell’esistenza.
La narrazione mette in luce la complessa condizione femminile lungo diverse generazioni, evidenziando il contrasto tra l’intraprendenza delle protagoniste e la persistenza di una società patriarcale che tende a limitare lo spazio d’azione delle donne riservando ai soli uomini la piena libertà decisionale.
Irene incarna la prima grande ribellione; desidera intraprendere gli studi universitari e coltivare i propri interessi intellettuali, ma la sua aspirazione professionale si infrange contro gli obblighi del matrimonio, le responsabilità della maternità e il sopraggiungere dei conflitti mondiali. Sull’altro versante temporale si colloca Liria, la quale riesce a spezzare i vincoli di un controllo paterno soffocante – scoprendo al contempo la condotta morale discutibile del genitore – fino a consolidarsi come un’affermata avvocatessa nel proprio settore specialistico, capace di affiancare all’autonomia professionale un sentimento autentico di amore per Ernesto Jacona.
Sullo sfondo delle vicende personali si erge la città di Palermo, rappresentata da Palminteri con una straordinaria aderenza storica e con una prosa avvolgente che mescola le suggestioni del dialetto siciliano con la concretezza dell’archivista. L’autrice celebra il fervore del periodo Liberty rievocando le figure illustri che ne furono artefici, tra cui l’architetto Ernesto Basile – con riferimenti diretti al Villino Ida – e il celebre clinico Maurizio Ascoli. La società palermitana viene ritratta nell’avvicendarsi drammatico delle due guerre, restituendo la resilienza di una comunità di fronte alla tragedia e gli scempi urbanistici del dopoguerra.
Nella nota finale del romanzo, Palminteri condivide una riflessione personale sulle motivazioni che l’hanno spinta alla scrittura: «In questa città, reale e sognata, come le Città invisibili di Calvino, dispar et una come il Villino Basile, io nacqui. Da questa città, consumando il più grande atto di viltà di tutta la mia vita, io fuggii. Temevo di acclimarmene all’inerzia che allora tutta la pervadeva, mentre io cercavo un altrove per la mia vita che volevo diversa e interessante». Da qui, tuttavia, il desiderio di porre rimedio e narrare quella Palermo che oggi le sembra di aver forse un po’ trascurato, ma sempre molto amato e di recente riscoperto.
Come nel suo romanzo d’esordio, la lettura acquista una progressione incalzante a partire dalla seconda metà del volume. Il romanzo mantiene un registro colto e contemporaneo, attingendo al patrimonio lessicale isolano senza mai risultare arcaico.
Durante una presentazione del libro, l’autrice ha sintetizzato l’essenza etica che anima le pagine della sua opera, leggendo un bel passo del romanzo: «Tutto il dolore che hai attraversato e ancora attraverserai, tutto il disagio che hai vissuto e ancora vivrai ti hanno donato la trasparenza di ogni emozione e un’anima limpida che al tempo giusto sarà vento per ogni tuo volo». Le ali in una stanza si presenta così come una testimonianza d’amore verso una terra complessa e bellissima, dove anche nei momenti più bui rimane viva la forza per proteggere ciò che merita di essere salvato.
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