Ci sono sere in cui il cinema si trasforma in un autentico laboratorio di idee, empatia e rigenerazione civile. È esattamente quanto accaduto giovedì 1 ottobre al Cinema Gabbiano di Senigallia, dove un pubblico caloroso ed emozionato ha accolto il maestro Gianni Amelio.
Il regista, tornato nella sala senigalliese a distanza di un anno dall’incontro per Campo di battaglia, ha presentato la sua ultima fatica cinematografica, Nessun dolore, regalando agli spettatori un lungo e appassionato dibattito nel dopofilm.
Una presenza straordinariamente generosa e informale: Amelio si è raccontato senza riserve, stimolando le interpretazioni della platea sul senso profondo del titolo e abbattendo ogni barriera con gli interlocutori. Con un gesto di autentica vicinanza, accorgendosi che alcune persone in galleria cercavano di intervenire, è andato loro incontro per raccogliere domande, opinioni e riflessioni, confermando così il Gabbiano come presidio culturale d’eccellenza in grado di unire la settima arte al contatto umano.
Presentato Fuori Concorso all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e distribuito in tutte le sale da 01 Distribution, Nessun dolore rappresenta il ventesimo lungometraggio nella straordinaria carriera di Amelio. Scritto dallo stesso regista insieme a Davide Serino e Andrea Quetti, il film vanta la luminosa fotografia di Luan Amelio Ujkaj, il montaggio di Stefano Mariotti e la suggestiva colonna sonora curata da Fabio Massimo Capogrosso.
Al centro del racconto troviamo Davide, un trentenne schivo, idealista e avulso dai ritmi frenetici della contemporaneità, interpretato molto bene da Alessandro Borghi. Davide vive di libri: non soltanto ne legge, ma li accumula, li protegge e li vende su un banco di mercato nella capitale.
La sua routine viene improvvisamente stravolta da un doppio drammatico incrocio del destino: prima il tentativo di un uomo straniero di affidargli un bambino sconosciuto, poi l’incontro notturno in un pronto soccorso con Aminah, una giovane migrante incinta.
Mosso dal senso di colpa per la morte del bimbo in un incidente stradale durante il suo tentativo di allontanarlo, ma anche da un viscerale impulso di accoglienza, Davide apre le porte del proprio appartamento. Ciò che inizia come un temporaneo gesto di solidarietà si trasforma inaspettatamente in una silenziosa odissea: ogni sera, rientrando a casa, il giovane trova la propria abitazione popolata da nuovi sconosciuti e invisibili in cerca di riparazione.
Davide cede progressivamente spazio alla comunità degli emarginati, finché l’ostilità dei condomini e la rigidità delle norme non lo trascinano nelle maglie della giustizia, probabilmente con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Nessun dolore non è certo una pellicola ad alto tasso d’adrenalina o fondata sulle consuete dinamiche di genere; è, piuttosto, un film d’autore puro, dal ritmo meditato, che scommette sull’interiorità e sulla forza espressiva che risiede nel non detto. Alcuni personaggi che attraversano lo schermo non parlano affatto — come il bambino al centro della vicenda — o si esprimono in idiomi differenti, che ne impediscono la comprensione verbale; eppure, proprio attraverso la gestualità, gli sguardi e il contatto dei corpi, la comunicazione essenziale dell’umanità riesce a compiersi.
In questo ecosistema narrativo, i libri stessi assurgono al ruolo di veri e propri coprotagonisti: non semplici oggetti da collezionare o da leggere, ma custodi della memoria, strumenti di coesione culturale e potenti veicoli di integrazione. La cultura si rivela come il collante capace di abbattere le barriere sociali e colmare la solitudine dell’uomo moderno.
I tre attori principali offrono interpretazioni straordinarie e complementari, accogliendo sfumature che accentuano l’intensità drammatica. Alessandro Borghi veste i panni di Davide ponendone in luce tutta la fragilità, la sospensione sognante e l’utopia d’altri tempi, senza mai perdere l’ancoraggio ai propri valori morali.
Valeria Golino è il suo alter ego attraverso un personaggio mosso da un forte pragmatismo e buon senso, impegnata nel tentativo di riportare Davide coi piedi per terra, pur lasciando trapelare a sua volta un dolore profondo e una vulnerabilità sotterranea.
Valerio Mastandrea, infine, disegna una figura inizialmente diffidente, persa nel proprio scetticismo, che finisce tuttavia per farsi coinvolgere e trasformare dall’odissea morale che si consuma nel giro di pochi giorni.

I concetti chiave dell’opera trovano un’eco incisiva nelle parole rilasciate dai protagonisti nel corso della presentazione al Festival di Venezia; come ha sottolineato il regista Gianni Amelio: “Il dolore più grande del nostro tempo? Ho più di ottant’anni e posso dirlo: non lasciare un mondo giusto a chi viene dopo. Il titolo Nessun dolore è una provocazione. Sta nel dire che quando il dolore, prima di diventare indifferenza, diventa angoscia, ci rende incapaci di vivere. Ma quel momento può anche essere un punto di partenza”.
Alessandro Borghi ha invece dichiarato nell’intervista rilasciata al canale ufficiale 01 Distribution a Venezia: “Probabilmente una delle cose interessanti di questo film è proprio l’entrare in contatto con l’altro e mettere l’altro prima di sé stessi. Quest’opera prende a schiaffi lo spettatore per un’ora e quaranta e lo costringe a farsi delle domande che altrimenti non credo si farebbe”.
L’esperienza di lavoro con il regista e il valore formale del film sono stati messi in luce da Valeria Golino sempre a Venezia: “Per me è stata un’esperienza incredibile lavorare con Gianni, una lezione continua non solo di scrittura di scena e di originalità, ma di ricerca di qualcosa di profondamente vero in personaggi che sono anche molto archetipici. Il loro non unirsi sullo schermo crea una tensione particolare; speravo che questo film avrebbe in qualche modo cambiato il mio modo di vedere, di pensare e di affrontare alcune cose della mia vita”.
Inoltre, il regista Gianni Amelio ha aggiunto ai microfoni di TGR Rai Marche: “C’è un momento in cui il dolore è talmente estremo, talmente insostenibile, che o muori oppure questo dolore diventa il punto di partenza di un’altra vita, poiché da esso scaturisce la forza di reagire in modo umano e positivo. Il cinema ha il ruolo fondamentale per me di fare in modo che lo spettatore entri in sala in un modo e ne esca diverso”.
Punto di forza di Nessun dolore è però anche proprio l’esplicita denuncia politica di fondo: l’azione individuale del singolo — per quanto nobile e spinta da un’estrema generosità — risulta tragicamente insufficiente di fronte a un problema sistemico.
Senza una risposta integrata, strutturata e condivisa da parte delle istituzioni e della società civile, la solidarietà spontanea rischia di essere sopraffatta e persino punita dalla legge.
Il successo della serata con Gianni Amelio conferma la straordinaria vitalità del Cinema Gabbiano di Senigallia, caratterizzato da una stagione costellata dalla costante presenza in sala dei maggiori protagonisti del panorama cinematografico internazionale e italiano — da Pierfrancesco Favino a Riccardo Scamarcio, passando per Gabriele Veronesi e Alessandro Borghi.
La ricca programmazione prosegue con Digger, l’attesissimo ritorno di Alejandro G. Iñárritu con Tom Cruise, Sandra Hüller e Jesse Plemons; Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor, illuminante documentario sulle operazioni militari a Gaza premiato a Venezia; Dio ride di Giovanni Veronesi con Pierfrancesco Favino, che ha visto il collegamento live con il regista e il protagonista, anche ospiti in sala.

Vale poi la pena ricordare l’evento speciale di lunedì 5 ottobre con Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio della regista Annemarie Jacir, seguito da un dibattito in streaming in collaborazione con il Cinema Anteo di Milano alla presenza della relatrice ONU Francesca Albanese.
Arriverà anche la versione restaurata in 4K del capolavoro di Orson Welles L’infernale Quinlan; e ancora Familiar Touch di Sarah Friedland (vincitore a Venezia 2024), programmato in collaborazione con l’ATS per approfondire la tematica della memoria e delle demenze; Serpenti sempre con Alessandro Borghi e I figli della scimmia con Riccardo Scamarcio.
Un cartellone d’autore impreziosito dal dialogo costante con il pubblico, a dimostrazione che il cinema dal vivo continua ad essere la casa insostituibile delle idee e dell’incontro umano.


