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“Infiltrazioni in Comune? Tutti erano ignari”. Alemanno e Mafia Capitale: “La mia verità”

“Infiltrazioni in Comune? Tutti erano ignari”. Alemanno e Mafia Capitale: “La mia verità”
alemanno antimafia 02
IL VERBALE. L’ex sindaco di fronte alla Commissione antimafia respinge le accuse e parla ruota libera: dai rapporti con Buzzi a Carminati “questo sconosciuto” e chiama in causa Prefetto, Questore e associazioni: “Si potevano temere azioni corruttive.. eravamo però in buona compagnia”. Quindi: “Tra i miei collaboratori persone di ogni provenienza”. E fa i nomi di Panzironi (ex Dc), Iudicello (segretario alla Provincia di Firenze con Matteo Renzi) e del generale Mario Mori. IL DOCUMENTO
“Infiltrazioni in Comune? Tutti erano ignari”. Alemanno e Mafia Capitale: “La mia verità”
“Infiltrazioni in Comune? Tutti erano ignari”. Alemanno e Mafia Capitale: “La mia verità”

di Fabio Carosi

La neve, Salvatore Buzzi e il suo ruolo di deus delle Coop; poi Carminati come Carneade, sino alla storia politica di Luca Odevaine e i suoi sponsor politici che gli hanno garantito la carriera. E una presa di distanza da ogni possibile infiltrazione al Comune di Roma, giustificata con una chiamata di correo, secondo lo schema, “nessun vertice istituzionale se ne era accorto, perché forse non c’era”.
Più lucido da teste davanti alla Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle mafie, che da sindaco di Roma in configurazione “spalatore di neve”, Gianni Alemanno racconta la sua versione dei fatti su quell’ombra rossa e nera che, secondo le  carte dell’inchiesta su Mafia Capitale, avrebbe fagocitato miliardi in piccoli, medi e grandi appalti.
Alla prima domanda sulla “mancata percezione di infiltrazioni”, l’ex sindaco non ha dubbi: ” Si potevano temere azioni corruttive…. ma un sospetto di questo genere non ci ha mai neppure sfiorato. Eravamo però in buona compagnia: non soltanto politica e  burocrazia capitolina apparivano ignari di questi rischi, ma nessun segnale è arrivato dalle altre istituzioni statali e territoriali, dalle forze politiche, dalle rivelazioni giornalistiche o dal dibattito culturale nella nostra città”. Quindi non solo giornali e giornalisti ma anche sindacati, Prefetto e forze dell’Ordine, secondo lui non avevano mostrato nessun segnale “istituzionale”.
Gli amici al potere. Su questo capitolo Alemanno chiarisce aggiungendo dettagli “Interessanti”: “E’ falsa anche l’immagine secondo cui io mi sia circondato nella mia azione istituzionale soltanto di persone provenienti dalla militanza di destra. In realtà, tra i miei collaboratori erano presenti persone di ogni provenienza: da Franco Panzironi approdato in An venendo da una lunga militanza democristiana, a Liborio Iudicello da me nominato Segretario comunale e Direttore generale (la massima carica burocratica all’interno del Campidoglio) pur essendo cresciuto in esperienze amministrative guidate da uomini di sinistra (è stato anche il Segretario generale della Provincia di Firenze guidata da Matteo Renzi), ai vari Capi di Gabinetto, tutti Magistrati privi di ogni connotazione politica”. E sfodera i nomi del generale Mario Mori come collaboratore ed elenca tutti i protocolli che vanno dal “Patto per Roma”, sino agli Osservatori e alle Consulte insieme a Prefettura e alla Provincia di Roma, allora sotto il controllo di Nicola Zingaretti, senza dimenticare i rapporti con Maroni e la Cancellieri, entrambi ministri dell’Interno.
“E’ vero, conoscevo Buzzi”. Risponde così alla Commissione e poi precisa: ” Buzzi ha rappresentato da sempre, in particolare per la sinistra romana e italiana, il simbolo del percorso di riabilitazione e reinserimento di un detenuto”, aggiungendo un lungo elenco di personaggi che lo hanno introdotto a partire dalla Grazia concessa dal presidente della Repubblica Scalfaro e al ruolo che piano piano il manager delle Coop ha assunto coni diversi sindaci a partire da Francesco Rutelli: “Per questi motivi, quando mi sono insediato in Campidoglio, Salvatore Buzzi si presentava legittimamente come un punto di riferimento imprescindibile, quasi un monopolista, nei diversi campi di lavoro in cui poteva operare la cooperazione sociale. Buzzi era diventato uno dei principali esponenti della Lega delle Cooperative a Roma e il Portavoce ufficiale di tutte le Centrali  (Confcooperative, Agc, etc…) in materia di cooperazione sociale”. E chiama in causa anche Ignazio Marino: “Se non fosse avvenuta la “retata” del 2 dicembre scorso, tutto lascia credere che il percorso di crescita della 29 Giugno sarebbe continuato del tutto immutato anche sotto l’Amministrazione Marino, come dimostrano gli ottimi rapporti già instaurati, durante la campagna elettorale, con gli uomini della futura Giunta di centrosinistra”.
Particolarmente interessante è la sua deposizione su Luca Odevaine, l’ex capo di Gabinetti di Veltroni a “libro paga” di Buzzi e Carminati per il suo lavoro di accreditamento nella gestione delle emergenze sul sociale, tanto da meritare 5 mila euro al mese “di stecca”.  Dice Alemanno: “Quello che però va sottolineato, per spiegare la continuità di determinati percorsi, è che Odevaine, nel vasto campo di deleghe che aveva nel Gabinetto Veltroni, gestiva anche tutto il settore dei nomadi, degli immigrati e dei rifugiati politici. È in questa fase della sua attività che consolida l’esperienza e la rete di relazioni in questo settore”. E poi aggiunge: “A Luca Odevaine io personalmente devo la singolare calunnia di aver esportato soldi in contanti in Argentina…  Questa incredibile idea secondo la quale il Sindaco di Roma in carica fa da “spallone” con il figlio allora minorenne, per portare soldi in contanti in uno dei paesi più finanziariamente instabili del mondo e con cui non ha nessun rapporto se non due viaggi turistici nell’arco di venti anni, non trova nessuna particolare attenzione da parte degli inquirenti (ad oggi non risulterebbe avviata nessuna rogatoria in Argentina), né tantomeno nessun riscontro nelle risultanze delle indagini”.
Uscito dalla Commissione Alemanno ha poi ammesso: “Sì rifarei il sindaco”.

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