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“La felicità sta in un altro posto”. L’esordio di Sara Loffredi

“La felicità sta in un altro posto”. L’esordio di Sara Loffredi
Sara Loffredi Rizzoli
In libreria per Rizzoli “La felicità sta in un altro posto”: l’esordiente Sara Loffredi (milanese classe ’78), racconta una storia di riscatto sociale, che ha per protagonista Caterina, una ragazza che a inizio ‘900 lavora in una casa di tolleranza e le cui vicende personali s’intrecciano con la tragedia del terremoto di Messina e Reggio del 1908… – LEGGI SU AFFARI ITALIANI UN ESTRATTO
“La felicità sta in un altro posto”. L’esordio di Sara Loffredi
“La felicità sta in un altro posto”. L’esordio di Sara Loffredi
“La felicità sta in un altro posto”. L’esordio di Sara Loffredi

LA TRAMA –  1908. Il terremoto rade al suolo Reggio Calabria e per Caterina, cresciuta in un convento, tutto cambia per sempre. Ospitata da un’anziana prostituta a Napoli, comincia il suo percorso negli inferi della città. Farà il mestiere in uno squallido bordello, avrà molti amanti e sarà chiamata Mimì. Ma lei sa che la vita le ha promesso altro, che non deve abbandonare i propri desideri. E così, lottando contro un destino che pareva segnato, grazie alla sua determinazione, convince la padrona della casa d’appuntamenti più elegante della città a prenderla con sé. È lì che incontrerà l’enigmatica Mariasole, la donna capace di mutare ancora una volta il suo futuro. Il romanzo d’esordio di Sara Loffredi racconta l’emancipazione femminile, l’amore, il sesso, le scelte…

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(per gentile concessione della Rizzoli)

Reggio Calabria, 1904 Il pomeriggio suonavo il pianoforte nella stanza vicino al refettorio, dove la musica faceva finta di andarsene ma riappariva all’improvviso dietro la schiena, come per scherzo. Quando fuori tirava il vento, i vetri delle finestre vibravano per accompagnare il canto. Suor Antonia conosceva i nomi delle note ma diceva che i nomi complicano le cose, perché la musica arriva da dentro come una preghiera ed è troppo grande per stare su un foglio. Io sapevo solo quelli dei tasti bianchi: do, re, mi, fa, sol, la, si. I tasti neri li usavo nelle musiche della domenica, eppure nella mia testa possedevano ogni volta nomi diversi. Anche suor Antonia aveva un nome che non era davvero il suo. Solo io, in silenzio, la chiamavo Marisa. Giovanna e Cristina le avevo conosciute prima di essere capace di contare fino a cento o di dire un rosario intero. Erano state portate al convento lo stesso giorno d’estate, il pomeriggio presto, quando l’aria umida e immobile si poggia sulle spalle accorciando il respiro. Stavo prendendo l’acqua al pozzo con una delle ragazze grandi quando le vidi avvicinarsi a piedi, accompagnate da suor Maria. Le guardai di sottecchi mentre tenevo in equilibrio il secchio sul bordo con entrambe le mani, perché era pesante e avevo paura mi scivolasse dai palmi sudati. Alzai la testa solo quando sentii il portone chiudersi dietro di loro. Subito fui attirata dai capelli chiari e lunghissimi che Giovanna teneva legati stretti per sembrare più grande e dal suo modo di sedere composta, raccolta in sé come una conchiglia. Cristina sembrava così indifesa da non poter essere cattiva, perciò le avvicinai entrambe con una scusa.

(continua in libreria)