di Valentina Renzopaoli
l suo è il mestiere più magico del pianeta: le sue mani sono le prime che accolgono una vita che vede la luce, la sua voce e le sue parole accompagnano le donne nel momento più importante, difficile e affascinante, quello in cui diventano mamme. Romana di nascita, trentasette anni, mamma di Rocco e Nina, Manila Graneri, è ostetrica in un ospedale dell’Umbria. Prima, una lunga gavetta, sempre a fianco delle donne.
Quali emozioni si provano quando avviene il miracolo della nascita?
“Ogni volta è diverso, è una sensazione fortissima, il momento più emozionante è l’ultimissima fase del parto, quando si intravede la testa del bambino, la mamma deve fare l’ultimo sforzo dando le ultime due spinte e il sostegno psicologico dell’ostetrica è fondamentale per farle capire che ce la può fare. Pochi istanti dopo, il bambino piange, la mamma piange, tutti piangono. Forse quello che ogni volta mi lascia senza fiato è il fatto che dalla sofferenza nasce una regalo bellissimo”.
Far nascere un bambino per chi ha scelto questo mestiere vuol dire raggiungere un grande obiettivo: quanta esperienza ci vuole prima di arrivare in sala parto?
“E’ necessaria una lunghissima gavetta e, contrariamente a quanto pensavo quando ho scelto questo mestiere, trovare lavoro non è facile. Purtroppo il settore della sanità è fermo, i concorsi non si fanno e spesso i medici che vanno in pensione non vengono sostituiti”.
Oggi lei lavora in un ospedale dell’Umbria: quale è stato il suo percorso?
“Mi sono iscritta all’università tardi, all’età di 28 anni, e poiché il corso di laurea in Ostetricia è a numero chiuso, sono riuscita ad entrare all’Università di Benevento, dove ho fatto il periodo di tirocinio e dove mi sono laureata. Per fare esperienza ho colto tutte le opportunità che mi si presentavano. Ho lavorato con le cooperative per due ospedali romani, ho fatto volontariato nell’Associazione Onlus Progetto Mamma a Fonte Nuova presso le suore di San Giuseppe che ci consentono di utilizzare una sala gratuitamente. Poi ho lavorato in un consultorio dove si fanno le visite ginecologiche, lo screening per il tumore del collo dell’utero, la campagna contro HPV. Il lavoro a tempo indeterminato è arrivato grazie ad un concorso per ospedali del centro Italia. Ed ora lavoro in Umbria”.
Ma lei non abita a Monterotondo?
“Eh sì, viaggio ogni giorno, un’ora e venti per andare e un’ora e venti per tornare, certo con i turni di notte è un po’ pesante ma è uno sforzo necessario”.
Qual è il suo lavoro in ospedale?
“Lavoro molto in reparto e mi piace moltissimo”.
Che cosa succede in reparto?
“Al reparto viene “accettata” la donna che arriva al Pronto Soccorso e le problematiche possono essere molteplici: minacce d’aborto, minaccia di parto pre-termine, donne in gravidanza con problemi di diabete o ipertensione. In quel momento la donna è nelle mani dell’ostetrica nell’attesa che arrivi il medico. Poi ci sono le donne che quando arrivano sono già in travaglio: in quel caso vengono assistite fino a quando non entrano in sala parto”.
L’ostetrica è presente anche nei momenti successivi al parto?
“Sì, nella fase del puerperio, le quarantotto ore successive al parto, il nostro ruolo è molto importante. La donna è molto fragile, ha bisogno di tante rassicurazioni e spiegazioni, ci sono mamme che non hanno il coraggio di prendere in braccio il neonato. La mamma diventa davvero mamma. Ogni volta che nasce un bambino nascono anche una mamma e un papà. E tutto quello che si è appreso nei mesi precedenti va messo in pratica”.
Quali sono le paure più frequenti delle future mamme?
“Quelle di non avere il latte e di non essere adeguate al compito che le attende”.
La depressione post partum è frequente?
“Sì, abbastanza. Colpisce circa il 10% delle neo mamme”.
E quali sono i sintomi?
“Il pianto frequente, il rifiuto del bambino, l’incapacità di gestire le attività quotidiane, la neo mamma a volte arriva a non volersi alzare dal letto, lavarsi, vestirsi”.
Quanto tempo si manifesta dopo il parto?
“Si manifesta quando mamma e bambino tornano a casa, il marito o il compagno torna a lavorare e la donna rimane da sola in casa con il compito di gestire una presenza nuova e sconosciuta”.
Lei insegna nei corsi pre-parto, che tipo di informazioni apprendono le future mamme?
“Di solito sono sei o sette lezioni durante le quali si insegnano tecniche di respirazione, movimento, postura per donne in gravidanza, un po’ di teoria sull’allattamento, informazioni sul travaglio e sul parto, sull’alimentazione e lo stile di vita da osservare”.
E quali sono le domande più frequenti?
“Tutte le donne sono intimorite dal momento del parto, hanno paura di non riuscire ad arrivare in tempo in ospedale, vorrebbero capire come si riconoscono le contrazioni, ma non è facile da spiegare perché per ciascuna è diverso”.
Il dolore fa paura?
“Molta paura, c’è chi ne è addirittura terrorizzata”.
E’ sempre più frequente che il partner della donna assista al parto: fa bene alla coppia?
“Ci sono diverse scuole di pensiero: io credo di sì ma l’importante è che sia una scelta spontanea e motivata. Insomma l’uomo non va catapultato in sala parto, senza la sua piena volontà altrimenti potrebbe essere controproducente. Così come spesso è controproducente la presenza delle mamme delle donne che devono partorire perché non riescono a sopportare la sofferenza delle figlie”.
Qual è il legame che si crea tra l’ostetrica e la donna che si aiuta a partorire?
“E’ un legame molto particolare: vicino ad una donna donna che partorisce c’è sempre stata un’altra donna. Lo dice la nostra storia e la nostra cultura, anche quando si partoriva in casa le partorienti sono sempre state sostenute dalla donna più anziana e più esperta del villaggio”.
Ma non ci sono ostetrici uomini?
“Certo che si sono, alcuni sono anche bravissimi. Ma nella stragrande maggioranza siamo donne”.
Come si affronta il momento del parto quando ci sono problemi di salute per la mamma o per il bambino?
“Con molta tensione e con l’aiuto di tutti: l’equipe risponde di tutto quello che accade, infermieri, medici, anestesiste, ostetriche, ognuno è responsabile e lavora per portare il parto a buon fine”.
E se questo non accade? Se l’esito è negativo?
“Per fortuna è raro, non mi è mai capitato e spero che non mi capiterà mai. E’ una grande sconfitta. Conosco colleghe che dopo un’esperienza così drammatica sono state tentate di abbandonare il lavoro”.
Lei è mamma di due bambini, è cambiato qualcosa nel suo lavoro da quando l’esperienza della nascita l’ha vissuta sulla sua pelle e nelle sua pancia?
“Da quando è nato Rocco, che ha tre anni, sono diventata ancora più sensibile: quei sentimenti che vedevo nei volti delle altre donne sono diventati anche miei, ora li conosco e posso capire meglio le donne, i loro timori, la loro gioia”.

