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‘Ndrangheta, via il mistero. Le mani sul codice San Luca

Guardia di Finanza e Polizia, trovano un quaderno di “appunti” che nasconde il cifrario, sospeso nella leggenda, con il quale dall’antichità si esegue il rito arcaico dell’affiliazione. Per gli esperti è una specie di “stele di rosetta” che porterà alla scoperta dei segreti profondi delle cosche calabresi. Nell’operazione sequestrate armi e 600 chili di droga

Un duro colpo alla ‘ndrangheta, non tanto per il ritrovamento e il sequestro di armi e di 600 chili di droga tra hascisch e cocaina, quanto per un ritrovamento che gli “archeologi del crimine” soprannomineranno ben presto la “stele di rosetta” della criminalità organizzata. Si tratta di un quaderno che contiene appunti apparentemente semplici ma che nascono un codice che si pensava fosse solo una leggenda e che era stato indicato come “Codice San Luca”, in onore della ‘ndrina calabrese del paese di San Luca. Ora il codice è stato trovato e persino inizialmente decifrato e il rito arcaico dell’affiliazione degli ‘ndranghetisti, non è più solo una leggenda.

IL CODICE DI SAN LUCA. “Una bella mattina di sabato Santo allo spuntare e non spuntare del sole passeggiando sulla riva del mare vitti una barca dove stavano tre vecchi marinai che mi domandarono cosa stavo cercando Io gli risposi sangue e onore Mi dissero di seguirli che l’avrei trovato Navigammo tre giorni e tre notti fino ad arrivare nel ventre del isola della Favignana. Lì sulla mia destra vitti un castello dove c’erano due leoni incatenati a una catena di ventiquattro maglie e con me una venticinque dopo mi accorsi che c’era una scala di marmo fino finissimo di ventiquattro gradini e con me una venticinque in cima a questa scala sulla mia destra trovai tre stanze entrai nella prima e vi trovai un vecchio con la barba era San Michele Arcangelo entrai nella seconda stanza e vi trovai una donna vestita tutta di nero era nostra Santa Sorella Elisabetta entrai nella terza stanza e vi trovai una cassa di noce fina finissima lo aperta e vi trovai un pugnale e lì ho giurato eterna fedeltà al onorata società”.

La scoperta è stata fatta nel corso di un’operazione congiunta di Guardia di Finanza e Polizia, estesa anche in altre città. Quattrocentocinquanta tra militari e agenti hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di un personaggio di spicco della criminalità organizzata, collegato direttamente con la “casa madre” calabrese.
Numerosi gli episodi delittuosi contestati dalla Direzione distrettuale antimafia e riconducibili a vario titolo agli arrestati: tra questi, l’omicidio di Vincenzo Femia, avvenuto a Roma il 24 gennaio 2013, alcuni ferimenti con armi da fuoco ed episodi estorsivi.

Gli esponenti apicali del sodalizio investigato, originari di San Luca, risultano da anni radicati in città, nei quartieri Appio – San Giovanni, Centocelle, Primavalle ed Aurelio, dove possono contare su una fitta rete di connivenze, in grado di garantire completo anonimato e fornire, all’occorrenza, supporto logistico ai latitanti calabresi. Il gruppo criminale, gerarchicamente organizzato, è risultato vantare, peraltro, anche importanti ramificazioni a Genova, Milano e Torino, località ove costituivano consolidate basi logistiche, necessarie al momentaneo stoccaggio delle partite di droga importate.
La cellula criminale ‘ndranghetista, forte di propri emissari, stanziati in Colombia e Marocco, era determinata a monopolizzare il mercato della droga capitolino, ponendosi come referente affidabile e competitivo per le altre organizzazioni criminali operanti sul territorio, sia collegate a diverse ‘ndrine calabresi sia per soggetti contigui a clan camorristici del napoletano. Il tutto per un giro d’affari di decine di milioni di euro.

Parallelamente, sempre sotto il coordinamento della Distrettuale Antimafia di Roma, la Polizia di Stato ha individuato un nucleo direzionale rappresentato da soggetti di elevatissimo spessore criminale, stabilmente dediti al traffico internazionale di stupefacenti ai massimi livelli, e caratterizzato, nel contempo, oltre che dal contesto criminale di appartenenza, dalla disponibilità di armi e da una considerevole potenzialità offensiva; ai sodali sono stati contestati, con l’aggravante del metodo mafioso, i reati di lesioni, ricettazione, estorsione, danneggiamento, favoreggiamento personale, simulazione di reato, possesso e fabbricazione di documenti falsi e porto e detenzione abusiva di armi.

Giovanni Pizzata aveva costituito nella Capitale un gruppo di fuoco composto, tra gli altri, da Massimiliano Sestito e da Gianni Cretarola, gravati da precedenti per omicidio. Tra gli episodi loro ascrivibili, va menzionato il ferimento di un marocchino ad Ardea, responsabile di aver occupato illegalmente una abitazione già occupata da un amico del Pizzata, nonché il ferimento di Teodoro Battaglia, carrozziere gambizzato nell’ottobre 2012 per aver mancato di rispetto nei confronti di Gianni Cretarola e Massimiliano Sestito, che si erano recati presso la carrozzeria per rintracciare un parente della vittima che aveva un debito pregresso con Francesco Sestito, zio di Massimiliano. Sequestrato un “arsenale” di armi da fuoco ad alto potenziale, composto da sei pistole, un fucile da caccia, un giubbotto antiproiettile e munizionamento di vario calibro.
Oggetto di perquisizione anche la Cooperativa Edera, oggetto delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, secondo il quale la citata cooperativa, coinvolta anche nell’operazione “Mondo di Mezzo”, era disponibile per la solo formale assunzione di ‘ndranghetisti.

Il video dell’operazione