di Patrizio J. Macci
“Un’organizzazione che usa, esplicandola, la forza d’intimidazione derivante dal vincolo associativo in zone del territorio della Capitale, in aree del suo tessuto economico e istituzionale, nella direzione di realtà istituzionali, nella direzione di realtà criminali. Una forza d’intimidazione che non ha un territorio fisico, istituzionale o sociale privilegiato, ma che viene immediatamente percepita e subìta da chiunque con essa s’imbatta”.
E ancora: “Un’organizzazione armata, anche per questo temibile e temuta, che ha capacità di rifornirsi di strumenti di morte al più alto livello”. Bastano due pennellate di questa analisi proveniente dalle “carte giudiziarie” che si snodano come un racconto buio e velenoso per oltre cinquecentomila parole, più di milleduecento pagine per scolpire i tratti somatici di mercenari al servizio della politica. Non è l’oro è il piombo il metallo che prediligono, quello dei colpi di arma da fuoco che hanno sempre in canna e sulla punta della lingua. Le loro parole sono scoccate per colpire, impaurire, minacciare, vessare.
Individui violenti, picchiatori, appaltatori di delitti per conto terzi, pronti a minacciare intimidire per difendere i propri affari. Persone che hanno fatto della violenza il proprio pane quotidiano. Ha scritto qualcuno che per comprendere fino in fondo gli esseri umani, bisogna ascoltarli nella loro vita privata, nei carteggi privatissimi, nelle telefonate oppure nei rapporti della vita quotidiana. Eccoli qua sciorinati nel loro agire gli appartenenti alla Mafia Capitale. L’11 gennaio 2013 Massimo Carminati, leader indiscusso del gruppo, sottoposto a intercettazione ambientale mentre si trova in uno dei luoghi prediletti dal gruppo da loro chiamato “Bar Euclide” insieme ai suoi soci. Un bar in largo di Vigna Stelluti è infatti l’epicentro delle loro attività. Il gazebo antistante viene usato dal “cecato” per i suoi loschi appuntamenti. Qui riceve i suoi sodali criminali, qui tutti insieme stendono le loro trame. È il loro ufficio di rappresentanza. Il controllo del territorio circostante, la sicurezza che intorno non ci siano “occhi indiscreti” e sopratutto Forze dell’Ordine è uno dei motivi che li ha spinti a scegliere proprio questo luogo. È storicamente il territorio della Roma “di destra”. Per questo intimidiscono pesantemente un posteggiatore, un povero diavolo padre di famiglia che ha la disgrazia di condividere con loro lo spazio di “lavoro” e che ficca il naso nei loro discorsi. Ha avuto probabilmente come unico torto quello di usare un’eccessiva confidenza, chiamandoli “uomini d’oro”. Parole che li rendomo visibili e riconoscibili da tutti quando altro non vorrebbero che essere trasparenti. La minaccia arriva a una esplicita promessa di procurargli la morte nel caso in cui avesse segnalato a chichessia la loro presenza. Ecco le testuali parole con le quali lo fulminano preventivamente:
“guardace na cosa, guardace quella da dove siamo scesi, quel (modello di automobile)… vedi se qualcuno … inc … grazie”.
Poi, nella paura che il parcheggiatore riferisca circa i loro movimenti e della loro presenza uno dei compagni di Carminati alza la posta:
Sai tutto. . . dove stai? . . appizzato? . . così in maniera che se te lo chiedono le guardie glielo dici da dove siamo scesi . . vero? … glielo dici te alla guardie? . . ma tu … ma che cosa gli dici? vieni qua, mettiti seduto … che gli .. che gli dici te alle guardie di noi? . . . che cosa gli dici? . .”
Il poveruomo si ritrae intimidito a quello che sta per diventare un vero e proprio interrogatorio, bofonchiando una scusa. Viene incalzato:
“ma queste battute che fai . . . quei quattro uomini d’oro, chi te le dice queste cose? chi te le dice a te? perché fai battute che noi siamo i quattro uomini d’oro?
Nel seguito della conversazione Carminati rivolge al parcheggiatore pesanti minacce di morte, con l’affermazione “quattro uomini di piombo .. dije ..”.
È un esplicito riferimento alla disponibilità di armi e alla possibilità del loro uso se avesse osato parlare con qualcuno della loro presenza in quel luogo. Concetto che viene ribadito e rafforzato nel proseguo del discorso con un’immagine esplicita.
“ . . . ma queste battute che fai . . . quei quattro uomini d’oro, chi te le dice queste cose? chi te le dice a te? perché fai battute che noi siamo i quattro uomini d’oro?”, e concludendo: “guarda che noi la carta di identità te la famo manda’ dentro al cimitero”.
Un altro episodio sintomatico della matrice violenta del gruppo, è il “recupero crediti” per un paio di orologi di ingente valore venduti da un appartenente al gruppo e non pagati. L’evento si svolge tra il gennaio e l’agosto 2013. Il debitore non ha ben compreso la statura criminale del soggetto a cui deve dei soldi (un sodale di Carminati). Viene immediatamente riportato sulla retta via. Basta un incontro in un bar per rimettere tutto a posto. Il duello all’ultimo sangue non scatta in loco per il buon senso chissà come sopravvenuto. A quel punto è il debitore a cercare in maniera abbastanza disperata un contatto con il creditore per avere un pagamento rateale. Qualcuno lo ha imbeccato circa il peso specifico criminale del creditore. Per i delinquenti invece -per i quali l’immagine è tutto- i soldi da recuperare non sono così importanti. Vogliono dare al malcapitato una lezione magistrale. Sembra quel film nel quale un gangster dice a Robert Redford: “Vedi, se si sa in giro che mi faccio fregare da uno come quello poi mi tocca ammazzare almeno dieci persone che stanno sotto di lui”. Infatti progettano di una soluzione “definitiva” con queste testuali parole, sempre rintracciabili nei verbali: “
“ è diventata una questione principale […] ormai è diventata una cosa … mica, mica può pensare deve passà, de esse passato così, questo” e Carminati, dopo avere esternato il proposito minatorio: “stavolta se .. se non è proprio la buca de notte, jè spaccamo proprio la faccia […] appena lo vedo l’ammazzo …”.
Eccoli invece in azione nel settore immobiliare, quando Carminati and Co. cercano di estorcere un terreno a un imprenditore che di vendere non ne vuole proprio sapere. Il “cecato” commenta al telefono il rifiuto dell’imprenditore di sottostare alle loro pretese:
(“…io gli ho fatto fà una grande cortesia da coso, come ca…dall’amico ..inc..no, gli ho fatto fare una grande cortesia de qua ..inc….senza piglià una lira ..poi Riccardo me diceva pure “a Ma, che cazzo te frega è un pezzo di merda levamo..levamoglie i soldi”, “no”, gli ho detto “a Riccà me pare brutto ce fa le cortesie” ma..invece no, non bisogna, bisogna avè pietà de nessuno capito? Ce stanno amici me và, lui no, lui è un pezzo di merda e io gliela faccio pagà”…….. “no ma io lo torturo per…Robè, lo torturo Robè, tu non sai manco se a Roma io…… no io sparo”, “no, io su ste cose, io lo torturo, adesso lo torturo, adesso lo torturo tu mi devi credere, io adesso gli faccio fare ..gli faccio…lo faccio campare male, io lo faccio campare male, senza daje manco na pizza..anzi una pizza gliela dò”. “non gli faccio fare un cazzo, a meno o me lo affitta per 18 anni, 9+9, oppure me lo vendi, sono cazzi sua quello che deve fà, e poi l’affitto deve essere lo sai come 500 al mese eh! Non hai capito gli faccio cagà sangue, stavolta gli faccio cagà sangue, così se impara, la paga tutta una vol…tutt’insieme…si è bono per…inc”).
Arrivano a minacciare il padre dell’imprenditore, un anziano signore di 74 anni. Lo racconta il figlio vessato in continuazione per cedere il bene.
“Gli ho detto: guarda, mio padre c’ha 74 anni lasciatelo sta. “oramai so, praticamente sono sotto scacco loro” e raccontava che “quando vengono sotto io soffro in un modo impressionante: zagaglio (balbetto), non riesco a di’ due parole”. L’uomo minacciato è annichilito dalle violentissime minacce verbali che subisce.
L’uso della violenza e della sopraffazione è l’unico metodo conosciuto e praticato con pervicacia e continuità dalla “banda”. L’acquisizione e il controllo di attività economiche con metodo mafioso, in maniera lenta e subdola, tramite l’usura o la richiesta di protezione il loro campo di azione. Non pensano mai di essere un anti-stato, ma un ingranaggio necessario e indispensabile al funzionamento della macchina della politica. Il manifesto programmatico della loro associazione si ritrova in uno dei tanti colloqui telefonici. Ecco come lo spiegano a una persona “resistente” al loro vangelo:
“perché tanto .…nella strada glielo devi dire… aaa come ti chiami?… COMANDIAMO SEMPRE NOI…. non comanderà mai uno come te nella strada.. NELLA STRADA TU C’AVRAI SEMPRE BISOGNO”). La politica ha bisogno di loro. Il rappresentante del sindaco che scende le scale del Campidoglio (evento raccontato in una intercettazione ambientale) per ricevere uno dei “bravi” di Carminati inviato in rappresentanza, è il capolavoro del Re del “Mondo di Mezzo”.
Un’intera classe politica genuflessa a un ambasciatore del crimine.


