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Rifiuti, accuse in testacoda. Cerroni: “No truffa ma crediti”

MONNEZZA STORY. Nuova udienza del maxiprocesso al “re” di Malagrotta. E’ show della difesa per ribaltare il capo di imputazione di “ingiusto profitto” della Pontina Ambiente. Secondo i legali il cdr non sarebbe mai stato prodotto e quindi mandato al termovalorizzatore di Albano perché “chiuso” per quattro anni. “A conti fatti, sarebbero i Comuni a dovere 30 milioni all’azienda del Gruppo Cerroni”. E sfidano il piemme esibendo tutti i documenti

di Valentina Renzopaoli

Ma quale truffa da cinque milioni di euro: il conteggio dell’ingiusto profitto che la Pontina Ambiente, società della galassia Cerroni che gestisce l’impianto di Albano Laziale, avrebbe ottenuto smaltendo in discarica il cdr (combustibile da rifiuti), sarebbe stato “calcolato a tavolino”, dedotto da somme e sottrazioni e non accertato da analisi e campionamenti. “Altro che danno per i Comuni”: piuttosto sono loro, i Comuni, ad essere debitori della società amministrata da Francesco Rando, di ben trenta milioni di euro.
E’ difesa-show nella decima udienza del maxiprocesso che vede imputato il “re” di Malagrotta Manlio Cerroni: gli avvocati del collegio difensivo si scatenano nel tentativo di ribaltare l’accusa di truffa e traffico dei rifiuti, reati contestati al gruppo di imprenditori e dirigenti regionali. Cinque ore di contro-esame: un bombardamento di domande che hanno messo a dura prova anche la minuziosa preparazione del maresciallo dei Carabinieri del Nucleo Tutela Ambiente,  Massimo Lelli, che ha condotto le indagini sull’impianto di Albano Laziale, uno dei testi chiave del pm Alberto Galanti.
Secondo l’accusa la Pontina Ambiente, negli anni tra il 2003 e il 2010 avrebbe accantonato in discarica parte del cdr che avrebbe invece dovuto spedire ai due impianti di termovalorizzazione di Colleferro. Ma, secondo gli avvocati, la storia è tutt’altra. “La quota di cdr mancante rispetto alla quota del 29% indicata come la quantità dei rifiuti che sarebbe dovuta finire a Colleferro, non solo non è mai stata smaltita in discarica ma non è stata proprio prodotta, perché gli impianti di Colleferro non potevano riceverla. Piuttosto la Pontina Ambiente preferiva spegnere le macchine”, ha spiegato l’avvocato Alessandro Diddi, legale di Giuseppe Sicignano, il tecnico che gestiva l’impianto di TMB di Albano Laziale. “Hai mai visto questo documento?” chiede l’avvocato al teste già provato da ore di istruttoria. “Lo vede cosa c’è scritto? La riconosce la firma?. E’ una delle tantissime lettere che dimostrano che settimanalmente la Pontina Ambiente spediva ad una delle due società che gestivano gli impianti di Colleferro, per programmare la quantità di cdr da termovalorizzare. Lettere a cui puntualmente veniva risposto che la disponibilità degli impianti era minore”. Sulla questione dei rapporti tra la Pontina Ambiente e gli impianti di Colleferro dà battaglia anche la difesa di Francesco Rando. “In sei anni i due impianti si sono fermati milleduecentoquindici giorni, facendo i conti sono quasi quattro anni. Ecco i documenti che provano lo stop. Solo nel 2009 la produzione è stata bloccata da marzo a luglio per un sequestro giudiziario”, sbandiera ai giudici l’avvocato Giuseppe Poerio. “Tenendo conto che negli impianti di Colleferro conferivano anche rifiuti dal nord e dal sud dell’Italia e che il suo potenziale di ricevimento era di circa 110mila tonnellate l’anno, possiamo dire che i due impianti lavoravano già al limite”.
Poi l’affondo dell’avvocato Bruno Assumma, legale di Manlio Cerroni, che “ribalta la frittata” e accusa i Comuni di “evasione” del dovuto. “Lei sa che debito hanno i dieci Comuni che conferivano i loro rifiuti ad Albano Laziale nei confronti della Pontina Ambiente?” chiede il professore al povero maresciallo. “Bene glielo dico io: trenta milioni di euro. La verità è che i Comuni non pagano da anni. Nella determinazione dell’ingiusto profitto che la Pontina Ambiente avrebbe intascato, avete fatto i conti degli omessi versamenti dei Comuni e degli interessi maturati?“, incalza l’avvocato “Perché non tener conto dei rapporti di debito e credito e di un meccanismo di compensazione pur previsto dalla normativa?”.
La parola torna al pubblico ministero nella prossima udienza, fissata per martedì  20 gennaio. Il processo sta entrando nel vivo e i legali hanno annunciato di essere pronti allo scontro su ogni capo d’accusa e mettendo alle strette ogni testimone.