di Valentina Renzopaoli
Gli amici l’hanno soprannominata “la donna con la valigia”, lei è una cittadina del mondo per “eredità genetica”. Nata a Cuneo quasi 34 anni fa, cresciuta a Torino e tra le montagne della Val di Susa, Lorenza Morello oggi lavora tra Roma, Milano, Londra e Parigi. La sua passione per il mondo globalizzato l’ha catapultata verso il complesso pianeta dell’Internazionalizzazione. Come consulente, aiuta le imprese italiane ad orientarsi verso mondi poco conosciuti. Giurista con una profonda vocazione per la mediazione, Lorenza Morello è anche la Presidente dell’APM, l’associazione che riunisce gli Avvocati per la Mediazione. Ha scelto Affaritaliani.it per raccontare la sua esperienza di giovane donna in carriera.
Dalle montagne della Val di Susa a Roma, come si vive in questa città?
“Ho avuto la fortuna di vivere in molti luoghi nella mia vita. Roma è senz’altro una città affascinante ma mi spiace costatare come noi italiani siamo specialisti nel lasciar degradare le bellezze che abbiamo per poi dover spendere parecchi soldi per porre rimedio. In particolare, di Roma mi addolora la poca pulizia della città”.
C’è qualcosa della “romanità” che oggi le appartiene?
“L’espansività e la solarità: mi capita spesso che qualcuno mi dica che sono una piemontese un po’ anomala. Di solito noi del nord siamo visti come gente un po’ triste e un po’ cupa, invece io sono una purosangue con il temperamento da centro sud. L’unico aspetto prettamente nordico che mi appartiene è la puntualità e il rigore. A Roma invece ho dovuto imparare a gestire la non puntualità dei romani”.
Lei è Presidente Nazionale degli Avvocati per la Mediazione. Ci spiega chi siete?
“Avvocati per la Mediazione è un’Associazione senza scopo di lucro che riunisce sia giuristi che privati cittadini, insomma qualsiasi soggetto professionale che crede che il nostro sistema giuridico sia anacronistico.
Che cos’è la mediazione?
“La mediazione è un metodo alternativo di risoluzione delle controversie che permette di risolvere i problemi senza andare davanti ai giudici. Una sorta di “giustizia tra privati” osteggiata anche dall’Organizzazione Unitaria dell’Avvocatura e dal suo Presidente Maurizio De Tilla, il quale riteneva che fosse un modo per togliere lavoro agli avvocati. Come presidente dell’APM ho tenuto testa a questa battaglia, nel momento in cui anche tutti gli altri Paesi europei stanno promuovendo questo nuovo metodo. Il nostro sistema giuridico va svecchiato”.
Quali sono secondo voi i vantaggi derivanti da questo istituto giuridico?
“Basta dire che in media in Italia una causa civile dura dieci anni, con l’istituzione della mediazione in sessanta giorni si può ottenere la chiusura della controversia. Inoltre i costi sono definiti in maniera tabellare, quindi ancora prima di iniziare la mediazione già si può sapere quanto si andrà a spendere. A causa delle tante liti bagatellari che vanno a finire davanti al tribunale, chi merita giustizia per problemi seri deve aspettare tempi troppo lunghi. Inoltre c’è un altro aspetto: finire a litigare in Tribunale non conviene a nessuno perché quasi sempre con una sentenza si rompono i rapporti sia tra i privati che tra le aziende. Bisogna invertire il concetto: quando si accende una lite è il momento in cui i soggetti sono più vicini e sono più attenti ciascuno alla sua controparte: e proprio da questa attenzione possono nascere le basi per un nuovo rapporto”.
Le mediazione come strumento “ideologico” e “ontologico” per salvare un rapporto?
“Certo. La controversia è la patologia del rapporto: in ogni rapporto prima o poi si sviluppa un conflitto, ma non è detto che il conflitto debba essere necessariamente gestito a mano armata. Come legale cerco di spiegare al mio cliente che arrivare alla rottura di un rapporto non è mai positivo. Il mediatore è un comunicatore, non può imporre soluzioni ma cercare un accordo.”
Ci sono dati per sapere quanti cittadini stanno usufruendo di questo strumento?
“Il 23 ottobre dell’anno scorso la Consulta ha bocciato l’obbligatorietà della mediazione: i cittadini quindi non hanno avuto la possibilità di conoscere a fondo questo strumento, non c’è stata sufficiente informazione. Ma va detto che quando le persone ne vengono a conoscenza nel 90% dei casi preferiscono non finire più in tribunale ma usufruire della mediazione che è più economica e più veloce”.
Lei si occupa anche di un’altra attività che le persone conoscono poco: l’internazionalizzazione delle imprese. In particolare, lei lavora come consulente di grandi aziende. Cosa si intende per internazionalizzazione?
“Sulla parola internazionalizzazione si sente un po’ di tutto. Partiamo dal presupposto che viviamo in un villaggio globale, che piaccia o no. Quindi non si può pensare di gestire, ad esempio, una macelleria a Testaccio senza sapere quali sono le normative internazionali. Internazionalizzare non vuol dire fuggire all’estero, come banalmente si pensa. Si tratta invece di un nuovo modo di organizzare l’azienda: possiamo definirlo un processo di adattamento di un prodotto pensato per un mercato specifico che viene traslato verso altri mercati e in altri ambienti. E questo prevede una grande attenzione al Paese verso il quale si punta e alla sua cultura”.
E quali sono i settori più interessati da questo processo?
“Dal settore editoriale a quello televisivo, dall’informatica ai prodotti di vestiario. L’internazionalizzazione è più difficoltosa invece con i prodotti di nicchia. L’obiettivo è rendere appetibile lo stesso prodotto per un mercato estero e per i suoi canoni culturali e sociali. In questo momento stanno investendo in particolare le aziende dell’industria conciaria e dell’industria enogastronomica”.
Verso quali mercati si internazionalizza?
“Verso i Paesi che hanno un’economia ancora povera ma hanno un progetto di sviluppo ed evoluzione: parliamo della Cina, dell’India ma anche del Vietnam, della Corea, della Serbia, dell’Estonia. Paesi dove la popolazione locale non ha ancora colmato tutte le proprie esigenze”.
Come giurista d’impresa, cosa consiglia ai suoi clienti?
“Di affidarsi a consulenti che siano veramente preparati: ormai la competenza specifica su un settore è imprescindibile. L’impresa, anche la piccola e media imprese, deve riuscire a fare un salto e dimenticarsi di avere il tuttologo che si occupa di qualsiasi cosa”.
In un periodo di grave crisi, come quello attuale, la collocazione di un prodotto verso altri mercati è l’unica àncora di salvataggio per le imprese italiane?
“Diciamo che chi investe in questa direzione ha la maggiore possibilità di sopravvivere”.
Lei ha partecipato a numerose trasmissioni televisive: cosa le piace della tv?
“Mi piace in generale la comunicazione: amo la televisione, la radio, lo spazio web quando sono pensati come canali per lanciare un messaggio, uno stimolo. Mi piace se da parte mia posso aiutare a sviluppare un senso critico”.
C’è anche qualcosa che non le piace?
“Molto spesso in quegli ambienti ci si rende conto della fragilità delle persone che pur di apparire farebbero carte false. Per quanto mi riguarda, quando ritengo di non avere le competenze per intervenire su un argomento preferisco declinare l’invito”.
Ha mai pensato di entrare in politica?
“Mi è capitato fin dagli anni del liceo che qualcuno mi chiedesse di impegnarmi. Ma fino ad oggi non sono mai stata tesserata di nessun partito e non mi sono mai schierata, ho preferito occuparmi di altro. Tuttavia nella vita sono possibilista”.
Se dovessero chiederglielo?
“Valuterò la proposta ma al momento non è una priorità, credo che non sia ancora arrivato il momento”.
Ma qualcuno glielo ha già proposto?
“Beh le confido che in occasione delle ultime elezioni politiche ho ricevuto tre proposte importanti bipartisan”.
Lei è senza dubbio una donna molto attraente, quanto conta la bellezza per una donna in carriera?
“Beh potrei farle la stessa domanda”.
Sì, ma l’intervistatrice sono io...
“Diciamo che trovo ipocrite le donne che dicono che la bellezza non è importante, semplicemente per un motivo: ciascuno di noi costruisce una prima valutazione di chi gli sta davanti nei primi dieci secondi. Dunque, da donna a donna, possiamo dirci che l’aspetto fisico è un biglietto da visita. Quello che mi dà fastidio è il fatto che una donna spesso si debba giustificare di avere un aspetto gradevole e di dover dimostrare di essere anche intelligente. Quasi fosse scontato che le due doti non debbano convivere”.
Qual è il suo look preferito?
“Dipende dalle occasioni: quando lavoro mi piace avere un aspetto professionale, nella vita privata mi piace indossare un casual elegante. Di certo non sono il tipo che esce con la tuta da ginnastica, a meno che non vada a fare sport”.
E quali sport pratica?
“Amo visceralmente lo sci, credo che mia madre mi abbia partorito con gli scarponi. Poi mi piace il tennis e la corsa, ultimamente ho anche ripreso ad andare a cavallo”.
E’ sposata, fidanzata? Ha figli?
“Scriva pure che non sono sposata e non ho figli. Nel caso mi sposassi vi darò la notizia in anteprima. Promesso”.

