di Patrizio J. Macci
È uno spiffero del vento mefitico che periodicamente agita quello che rimane del Fascio italico. Una brezza nostalgica e revisionista. Questo zefiro malsano ha soffiato a Sabaudia, celebre cittadina razionalista nel sud del Lazio. Nelle terre bonificate dal Duce e raccontate dallo scrittore Antonio Pennacchi. In questi luoghi la memoria ogni tanto fa cilecca.
Qualcosa di peggiore era accaduto solo ad Affile, in provincia di Roma dove, con il contributo della Regione Lazio, è stato costruito un mausoleo per il Generale, anzi Maresciallo d’Italia, Rodolfo Graziani, ivi sepolto. Arcinoto criminale di guerra, responsabile di torture, fucilazioni e uso di armi chimiche durante le campagne d’Africa. Quella volta il contributo lo aveva dato la Regione, governatrice Renata Polverini.
Ora è il Comune di Sabaudia che in occasione dell’ottantesimo anniversario della fondazione della città (1934-2014) ha alzato il tiro, dichiarando l’amore eterno della cittadina per il Ventennio. Galeotta, sperando forse di passare inosservata, l’Amministrazione ha fatto coniare una medaglia celebrativa che risulta essere stata donata a personaggi noti e non intervenuti ai festeggiamenti. Fino a qui nulla da eccepire. Il vizio si nasconde nel dettaglio e pesa come la pietra.
La medaglia riprende un bassorilievo che si trova sulla facciata del Comune della cittadina dal titolo “la Vittoria marciante”. Però sul bassorilievo un ignoto ha scalpellato via il grosso fascio che la Vittoria recava in mano. Le cronache locali raccontano che l’operazione di ripulitura è avvenuta nell’immediato dopoguerra, accanendosi con precisione sistematica su tutti i simboli che inneggiavano al Fascismo. La rettifica si può vedere a occhio nudo e anche toccare andando in loco. Il simbolo non c’è più. Della decorazione celebrativa non vi è più traccia. La medaglia fatta coniare dal Comune invece è una patacca, perché riprende l’originale con il suo carico di significati. Una manina maliziosa e criminale ha falsificato la Storia, con l’evidente gusto di rivendicare quello che l’Italia ha faticosamente provato a elaborare e seppellire insieme ai morti: Mussolini e il suo delirio di dittatore, l’alleanza con Hitler, le leggi razziali. Se la medaglia è stata pagata con i fondi del bilancio comunale, si tratta di soldi pubblici usati per apologia del Fascismo. Per salvarsi in corner il Sindaco o chi ha realizzato il lavoro, si appellerà al rispetto artistico dell’originale. Ma l’operazione puzza tanto di cimelio da conservare tra camerati, in polverosi tinelli bui appeso sopra al busto raffigurante il Duce.
Se fossimo in un film la prossima inquadratura sarebbe quella del Podestà (scusate, del Sindaco) che consegna il trofeo ai suoi colleghi-camerati di partito e amici salutandoli romanamente, sbattendo i tacchi, con i pantaloni infilati negli stivali e gesticolando vistosamente. Una parte interpretata magnificamente da un Gianni Agus con i capelli tirati a lucido previo uso abbondante di brillantina, che invece di fascista scandisca “fassista” con due “esse” fumando sigarette di marca Serraglio. Peccato che l’unico cinema nella piazza principale di Sabaudia abbia spento le proprie insegne mestamente qualche tempo fa. Rimangono iniziative come queste, nostalgie della camicia nera di una destra italiana impegnata a realizzare il suo maldestro e falso Bagaglino della Storia.
