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Educazione siberiana: il cammino formativo di due anime

di Stefania Pizzi

Due tocchi rendono Educazione siberiana del regista milanese Gabriele Salavatores un buon film: la splendida fotografia di Italo Petriccione e l’interpretazione del maestoso protagonista John Malkovich. Il film purtroppo vola a bassa quota a causa di una sceneggiatura solida, ma non impeccabile (solida grazie a due maestri della scrittura quali Rulli e Petraglia) che accompagna una narrazione a volte prevedibile e priva di colpi di scena.

 

Ma questa fiaba noir, ambientata in una sperduta regione detta Transnistria, dove pare Stalin isolò le etnie criminali fra cui quella siberiana, si lascia guardare per la buona caratterizzazione dell’amicizia infantile-giovanile che si perde in età adulta fra Kolima e Gagarin, sin da bambini educati al crimine, con tanto di codice d’onore e rispetto di ferree regole, in atmosfera di croci russe e rigida disciplina. Il mentore, ‘nonno’ Kuzja, un Malkovich intensamente espressivo nei silenzi e nello sguardo, corpo tatuato come un foglio da disegno completamente riempito, li guida e poi li osserva andare e crescere a distanza.

Salvatores, che inoltre si serve della splendida cornice musicale di Mauro Pagani, qui sceglie di rileggere l’omonimo romanzo di Nicolai Lilin servendosi di una narrazione fitta di flashback, un avanti e indietro continuo (a volte addirittura su tre tempi cronologici) che a mio parere tiene l’attenzione viva e lascia lo spettatore immaginare (e purtroppo indovinare) ciò che sarà con troppa facilità, attraverso metafore e particolari disseminati qua e là per esser raccolti. Vivi e intatti nella memoria di ognuno di noi sostano gli splendidi Marrakech Express e Io non ho paura, o il premio Oscar Mediterraneo, inni (soprattutto il primo e il terzo) alla fuga da paura e tensione interiori per un altrove immaginato paradisiaco e risolutore.

Salvatores ha il pregio di aver sempre sperimentato, sia pur con esiti alterni (vedi Nirvana o Denti nei quali la scelta tematica è a dir poco coraggiosa), vari generi come il noir (Quo vadis, baby? , giudicato dalla giornalista Silvana Silvestri “un atto d’amore per il cinema” oppure Come Dio comanda tratto dal romanzo di Ammanniti, a tinte fosche nel quale è rivelata tutta la sua maestria tecnica di regista) o il documentario (vedi il recente 1960), e vari stili narrativi, dal più classico-lineare sino ad arrivare all’uso della destrutturazione e ricomposizione (vedi Amnèsia). In questo percorso originale trova una giusta collocazione Educazione siberiana, dal sapore tutto sovietico a cominciare dal cast e dalla affascinante ambientazione, un affacciarsi encomiabile fuori ‘dalla mura domestiche’.