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Paolo Sorrentino, l’erede di Fellini e Scola

di Maurizio De Caro

Questo film è talmente denso da non sembrarlo, così semplice che è difficile scriverne, ma troppo difficile per i detrattori tristi e nostalgici che non hanno avuto il coraggio di dire che finalmente abbiamo l’erede non solo di Fellini ma anche di Scola, di Antonioni e di troppi altri apparentemente minori, già vittime di detrattori tristi e nostalgici. Un erede maturo nella sua sicurezza serena e che a differenza dei padri nobili del cinema italiano non esprime in nessuno dei fotogrammi che ha prodotto un briciolo di provincialismo italiota, quello rimane argomento dove possono macerarsi gli insoddisfatti.

la grande bellezza ape

Quelli che hanno scritto che non è un film su Roma ma un’autobiografia della nazione non hanno detto niente di straordinario ma solo una verità, e questo attendevamo,questo volevamo sentire, dopo la tempesta emotiva che le immagini hanno scatenato dentro ognuno di noi. Aspettavamo qualcuno che riuscisse a descriverci senza scadere nel didascalico, nel grottesco e nel macchiettistico, Sorrentino è un Titano del cinema europeo,anche perchè di fronte a “Tanta Bellezza” il resto diventa polvere ,frustrazione,presunzione,pretesto,inadeguatezza. Dobbiamo avere il coraggio e l’umiltà di tornare a celebrare chi ci fa brillare di tanta luce.

Dobbiamo solo ringraziarlo per averci regalato questo autoritratto di famiglia dove ognuno di noi,con un briciolo di pazienza può rivedersi ridendo, perchè le fotografie oltre alla nostalgia del chiaro e dello scuro producono il disagio di renderci veri per quello che appariamo. Credo che di questo film si parlerà per anni e la sfida che il regista ha lanciato difficilmente potrà essere raccolta da altri,come per i capolavori di Kubrick che ha reso impossibile andare oltre l’argomento (la fantascienza,la violenza,il militarismo ottuso,la guerra,la storia etc). La grande bellezza contiene tutti i sentimenti che non riusciamo più ad esprimere nei talkshow, una gamma emotiva che spazia dal disgusto, alla noia, dalla grettezza all’orrore, miscelati con perizia sapiente e scaraventati nel ventre nazionale che si manifesta teneramente come il luogo dove lo splendore della bellezza provoca malore e una morte dolcissima.

Roma è la metafora inspiegabile di un paese incomprensibile che consente al tempio di Bramante di coesistere con le zoccole del generone italico, oramai solo tette,culi,terrazzoni, e adesso la pubblicità, cocaina e superalcolici, ed era inevitabile che il regista costruisse il postfellini-land per episodi/luoghi/gironi apparentemente eterogenei, tanti racconti che si fondono in un romanzo di rara grandezza politica. Perchè pur non parlandone mai, anche di questo si tratta,e dopo tanto divertimento ci scappa pure il morto e una furtiva lacrima,solo una pausa per riprendersi prima di sempre nuove derive. Lo dice una delle protagoniste che nessuno a Roma riesce ad emergere per più di cinque minuti:tutti livellati e annichiliti in una sorta di marxismo rovesciato dove l’apparire è un lavoro, e il lavoro è un trucco.

Troppo ancora ci sarebbe dunque da scrivere,dalla dialettica tra le musiche pacchiane e colte, i silenzi e il rumore assordante della subburra degli attici, il botulino del guru cialtrone,gli abiti sguaiati di tutti contro l’estetica rarefatta e pittorica di Gep Gambardella. In perpetuo movimento,ma con una sublime lentezza (unico vero lusso della nostra società sempre connessa ma mai veramente collegata col mondo). Questo film ci riconcilia con il nostro paese perchè ci sussurra elegantemente che siamo ancora capaci di produrre meraviglia e anche sommerso dalla coprolalia che permea l’aria leggera leggera della telecrazia, il talento eroicamente vive. basterebbe questo per farci passare meglio la giornata, unitamente alla consapevolezza che le critiche brave e frustrate passeranno e passeranno, ma le immagini che abbiamo visto,resteranno e resteranno.