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L’America più impresentabile parla con Putin mentre l’Europa non ha trovato nessuno capace di farlo: un regalo ai sovranisti

Vale la pena riconoscere quando Trump fa qualcosa di giusto, una cosa talmente elementare per l’Europa: parlare con Putin

L’America più impresentabile parla con Putin mentre l’Europa non ha trovato nessuno capace di farlo: un regalo ai sovranisti

Abbiamo scritto da queste colonne tutto il peggio possibile su Donald Trump e sulla sua amministrazione e continueremo a farlo. Perché quando si parla di Trump non mancano certo gli argomenti, dalle guerre commerciali all’attacco alle istituzioni alla concezione proprietaria del potere fino alle politiche sui diritti. Proprio per questo, però, vale la pena riconoscere quando fa qualcosa di giusto, una cosa talmente elementare da risultare quasi imbarazzante per l’Europa: parlare con Putin.

L’incontro di ieri tra Steve Witkoff e Jared Kushner con Vladimir Putin, al di là delle intenzioni americane, degli interessi che possono esserci dietro e all’opportunismo che certamente non manca alla Casa Bianca, ha almeno il merito di mantenere aperto un canale. In guerra questo conta e non significa fidarsi di Putin o giustificarlo. Non significa dimenticare chi ha aggredito l’Ucraina o chiedere a Kiev di arrendersi, soprattutto non significa sposare la versione dei Cinque Stelle o di certo goffo pacifismo secondo cui basterebbe sedersi intorno a un tavolo, sorridersi e scoprire che la guerra era tutta colpa di un malinteso. No, l’Ucraina va sostenuta con ogni mezzo perché Putin ha aggredito un Paese sovrano e deve assumersi le responsabilità di quello che ha fatto.

L’Occidente deve continuare a fornire all’Ucraina armi, intelligence e sostegno politico, ma proprio mentre fa tutto questo deve parlare con gli avversari. É evidente che Putin ora non voglia la pace, che abbia interesse a continuare la guerra, che strumentalizzi ogni suo interlocutore per prendere tempo e ottenere informazioni. Ma perché non parlargli? Che cosa rischiamo? Se il colloquio fallisce, avremo perso qualche ora. Se invece, goccia dopo goccia, un canale diplomatico dovesse produrre uno spiraglio, avremmo fatto qualcosa di infinitamente più importante.

La diplomazia non nasce quando gli avversari diventano amici ma nasce esattamente quando sono nemici. Persino nei momenti più drammatici della Guerra fredda Stati Uniti e Unione Sovietica mantennero canali di comunicazione. Non perché si fidassero reciprocamente, al contrario, proprio perché sapevano che quando due potenze sono in conflitto, comunicare può essere una questione di sicurezza. E allora perché noi europei non lo facciamo? 

Per quattro anni abbiamo spiegato, giustamente, che Putin è l’aggressore, che l’Ucraina deve essere sostenuta e che non si può costruire una pace sulla resa di Kiev. Per quattro anni siamo riusciti a costruire una politica delle sanzioni nei confronti di Putin senza però riuscire a costruire un colloquio con lo stesso Putin. Questa è una responsabilità enorme. Non è necessario che a telefonargli siano Ursula Von der Leyen o Emmanuel Macron o Giorgia Meloni e nemmeno altri dei cosiddetti “volenterosi”.

Ma qualcuno dovrà pur dire a Putin: continuiamo a sostenere l’Ucraina, non accettiamo l’aggressione, non siamo disposti a riconoscere con la forza nuovi confini, ma siamo disponibili a parlare. Non per concedere qualcosa, ma per dirsi le cose in faccia, anche se i contenuti sono prevedibili dirselo direttemene è imprescindibile. Si chiama politica estera, diplomazia e persino buon senso. Invece l’Europa sembra essersi rifugiata in una posizione tanto moralmente impeccabile quanto politicamente sterile: Putin non vuole la pace, dunque non c’è nulla da discutere. È un ragionamento che può andare bene per un editoriale non per una potenza geopolitica.

Se davvero Putin non vuole la pace, sarà ancora più importante continuare a parlargli. Se invece esiste anche solo una possibilità, infinitesimale, che prima o poi possa essere convinto a fermarsi, quella possibilità passa necessariamente attraverso un dialogo. Qui arriviamo al vero problema, l’Europa non ha una leadership vera. Ha molti governi, interessi nazionali differenti, eserciti differenti, politiche energetiche differenti, ambizioni differenti e una quantità infinita di dichiarazioni. Ha istituzioni sovranazionali importanti, ma non abbastanza forti per parlare con una voce sola autorevole sulle questioni decisive della geopolitica. Così gli americani, che pure fanno tutto quello che abbiamo detto e scritto contro Trump, riescono a mantenere un filo con Mosca mentre gli europei, che avrebbero tutto l’interesse a farlo, sembrano incapaci persino di trovare il numero di telefono.

Questa non è una medaglia per Trump, ma una bocciatura per noi. L’unica cosa che oggi possiamo riconoscere alla amministrazione Trump è di aver capito una cosa elementare, un nemico non smette di essere un nemico perché gli parli e un alleato non smette di essere un alleato perché cerchi una via diplomatica. La pace non si costruisce smettendo di combattere ma quando, prima o poi, qualcuno trova il modo di far sedere gli avversari allo stesso tavolo. Le alternative sono regali ai sovranisti, che è quello che sta regolarmente accadendo.

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