Un film definito low budget perché girato in soli 21 giorni e con mezzi molto economici, sono state usate infatti cineprese digitali debitamente nascoste e collocate strategicamente nella Grande Mela.
Time Out of Mind, così si chiama nel titolo originale, è l’ultimo film di Richard Gere che arreca in se molta morale e fa riflettere, soprattutto sulla condizione degli homeless negli States.
Gere, in questa nuova opera cinematografica, interpreta un uomo che improvvisamente perde tutto ciò che possiede e si trova perso in una società che poco offre in merito a chi si trova in questa condizione.
Durante una conferenza stampa l’attore, che ha vissuto direttamente, anche se per recita, questa condizione, afferma che “questa” gente è terrorizzata.
Bill de Blasio,il sindaco di New York, ha preso una seria posizione rispetto ai senza tetto, creando anche molte tensioni con le associazioni in difesa dei diritti degli homeless: dopo la nomina a Sindaco, ha, infatti, mandato via dalla città oltre 1.400 senza tetto.
Richard Gere, attraverso “Time Out of Mind” , porta avanti un dramma umano : quello di chi si trova a vivere per strada, anche a causa della grave crisi economica che stiamo tutti attraversando. Un tema che negli States viene particolarmente messo in evidenza ma che affligge anche il nostro Paese, ultimamente colpito dal flagello economico. Sono sempre più, anche qui, le persone che trovano ricovero nelle stazioni e nelle auto( per chi le possiede) e le famiglie a cui viene sottratta la casa perché a causa della perdita di lavoro e di debiti contratti per far fronte alla sistema familiare ( scuola, cibo e mezzi di sussistenza) non riescono a pagare. Quindi un tema presente e vicino anche a noi, alla nostra società ben lontana da quella newyorkese, ma dello stesso valore umano.
Il film sarà presente alla nona edizione del Festival di Roma, un film penetrante ed intenso con un Gere , trasformato ed irriconoscibile per l’occasione, che riesce a toccare un dramma come quello della perdita della propria sicurezza, non solo economica ma sopratutto personale ed umana, con maestria. L’attore da tempo è impegnato in temi di spessore e progetti umanitari anche a difesa del Tibet, la terra in cui si riconosce per la sua religione buddista.
I dati emersi dalla Coalition for the Homeless, l’associazione che dal 1985 si occupa di censire e fornite assistenza agli Homeless ( i senza casa) a Ny, parla di circa 56.987 persone,che girano giorno e notte senza sapere dove andare.
Rappresentano la parte meno bella da vedere nella Big Apple, la città di specchi e luci sfavillanti, quella di Wall Street, quella di Macy’s e quella della Fifht Av.
Sono la faccia della New York povera, quella che sarebbe dovuta scomparire con il nuovo politico di turno ma che vediamo, invece, raggomitolata sui marciapiedi oppure ammassata negli affollati centri di accoglienza, che di accogliente hanno ben poco!
Sono uomini e donne, single e coppie, bianchi e neri, americani e stranieri, ma anche tante famiglie e sopratutto tanti bambini, si parla di 21.000 presenze. Diciamo pure un po troppi.
Ma nonostante tutto per queste persone è sempre meglio vivere a New York che altrove, visto che è l’unico posto in cui per legge devono ricevere assistenza, anche se non risiedono legalmente in città, e tantomeno negli USA.
“Girando nelle vie di New York vestito come un barbone, ho visto come la gente reagisce di fronte a loro. È terrorizzata da quello che rappresentano, il fallimento, la solitudine, e così li evitano. Camminano veloci e incapsulati nelle loro cuffie, nei loro cellulari per paura di essere contagiati”, ha raccontato Richard Gere.
Il film, diretto da Oren Moverman,racconta di George (R.Gere) un uomo che, appunto, dopo aver perso amici, famiglia, lavoro e casa, si aggira in città con una valigia e un sacco della spazzatura e per le strade cerca di trovare un posto dove stare per poter passare le giornate. Sara’ il Bellevue Hospital ad ospitarlo, uno dei più grandi ricoveri per i senza tetto di Manhattan, ottiene un letto e dei buoni pasto ma la disperazione della sua situazione diventa più evidente e trascende in malattia. Un film che ha comportato poca spesa e brevità di tempo per la realizzazione girato in soli 21 giorni, punta il dito e ferocemente sulla condizione degli homeless tra elemosina, centri di accoglienza e indifferenza generale.
E lontano da Manhattan, come nel Bronx e Harlem, due quartieri famosissimi anche per essere stati set di film , oppure in altri luoghi dove decine di migliaia di newyorchesi stentano a sopravvivere, lontano dagli occhi e della mente del resto della città, emerge una nuova generazione di senza tetto. Essi vivono in baraccopoli ribattezzati Obamavilles, in ricordo delle Hoovervilles che si moltiplicarono negli USA durante la Grande Depressione degli anni ’30 e la concomitante presidenza di Herbert Hoover.
Gere, oltre che attore e regista di spessore, da tempo sensibile e dedito al portare avanti contenuti sociali, dimostra ancora una volta, oltre alla bravura, la sua profondità d’animo e sociale. Un film da vedere e, poi, riflettere. Non fa mai male. Anche dalle nostre parti.
Antonella Gramigna
