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Le mascherine: una bomba ambientale. Rilasciano 173 mila microfibre al giorno

129 miliardi di mascherine buttate ogni mese. In pratica, 3 milioni al minuto. Una bomba ambientale, visto che gran parte di esse è fatta da microfibre non biodegradabili. Le vedete sul ciglio della strada? Arriveranno presto alla falda dell’acqua potabile, visto che si “sgretolano” in chili e chili di microplastiche nanometriche per effetto delle radiazioni solari e dei fenomeni atmosferici. Oppure al mare dove, essendo ingerite dai pesci o navigando nella massa d’acqua in modo invisibile, prenderanno una via diretta  alla nostra tavola sotto forma di alimenti. Vi quantifichiamo quanto rilascia una mascherina,  usando la ricerca condotta dall’Università Milano Bicocca”: fino a 173mila microfibre al giorno.  Per gran parte non biodegradabili.

E se consideriamo che ci mettono circa 450 anni a disintegrarsi, possiamo a giusto titolo chiederci che rischio ambientale stiamo correndo? Prima che i Chimici del Dipartimento di Scienze dell’Ambiente e della terra -fra cui Francesco Saliu, Maurizio Veronelli, Clarissa Raguso, Davide Barana, Paolo Galli, Marina Lasagni- indagassero, a darci un quadro della situazione era stato uno studio di OceanAsia: su circa 52 miliardi di mascherine prodotte nel 2020, 1,56 miliardi sarebbero finite negli oceani, trasformandosi in una quantità pari a 4.600/6.200   tonnellate metriche di materiale plastico.

Già due ricercatori avevano lanciato l’allarme: il tossicologo ambientale dell’università della Danimarca del Sud, Elvis Genbo Xu e l’esperto di ingegneria civile e ambientale di Princeton, Zhiyong Jason Ren: le mascherine sono fatte di tre strati, contengono polimeri come il polipropilene che sotto effetto delle radiazioni solari genera un ampio numero di particelle e nanoplastiche, quindi “possono accumulare e rilasciare  sostanze chimiche e biologiche dannose, come il bisfenolo A, metalli pesanti e micro organismi patogeni”.  A darci un quadro ancora più chiaro sono stati i ricercatori italiani, con uno studio pubblicato su Environmental Advances.

 

 Migliaia di particelle di poche decine di micron nei mari e negli oceani

Come hanno fatto, i ricercatori, a quantificare la massa di microplastiche rilasciata dalle mascherine? Le hanno sottoposte a un invecchiamento artificiale, simulando ciò  che avviene nell’ambiente quando una mascherina abbandonata inizia a degradarsi a causa degli agenti atmosferici, in particolare delle radiazioni solari. Un processo che può durare parecchie settimane prima che le sostanze giungano al mare.

Esposta per 180 ore alla luce UV-A una sola mascherina rilascia centinaia di migliaia di particelle del diametro di pochi micron. E questo, al lato pratico, significa che sono possibili danni da ostruzione in seguito a ingestione, sia effetti tossicologici per contaminanti chimici e biologici.

Insomma, le sostanze plastiche della mascherina sarà facile ritrovarle nei piatti di pesce sulla nostra tavola. Gettate ai bordi delle strade? Si infiltrano nelle falde freatiche e finiscono nell’acqua potabile. I guanti sono peggio: possono essere scambiati per meduse da delfini e tartarughe marini, con conseguenze facilmente immaginabili.

«Speriamo che questo nostro lavoro possa sensibilizzare verso un corretto conferimento delle mascherine a fine utilizzo e promuovere l’implementazione di tecnologie più sostenibili», hanno commentato Francesco Saliu e Marina Lasagni, rispettivamente ricercatore e docente del dipartimento di Scienze dell’Ambiente e della Terra.

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