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Costume
Che pasticcio il lavoro da casa. Già dal nome

Agilità — Non è un buon segno quando non si riesce a decidere sul nome di una policy. È come non arrivare a un nome condiviso per un gatto: resta “micio”, un’indicazione del fatto che in famiglia non è felino di nessuno. È il caso del concetto chiamato variamente “home working”, “telelavoro”, “lavoro a distanza” o “a domicilio”, “lavoro flessibile”, “smart working”, “lavoro da casa”, “online” o “da remoto”. L’ultima versione della Pubblica Amministrazione è “lavoro agile”. Probabilmente il nome non è definitivo, ma almeno offre il vantaggio di non avere un senso compiuto.

Qualunque cosa sia, negli ultimi mesi Stato, Governo ed Establishment mediatico ne hanno detto un gran bene. È moderno! È tecnologico! Obbliga i datori di lavoro a pagare i dipendenti anche se non si vedono e spesso, nei fatti, non si sa neanche cosa stiano combinando.

Secondo uno studio di Forum PA, il 94% dei dipendenti statali vorrebbe proseguire a lavorare da casa anche a fine pandemia. Non passa giorno senza che una prestigiosa società internazionale—Twitter, Google, Amazon, American Express e altre—annunci che buona parte dei dipendenti, se non tutti, lavoreranno da casa anche dopo. Crollano i prezzi immobiliari nei grandi centri, i cui uffici presumibilmente si svuoteranno. Gli agenti immobiliari inglesi già annunciano la fuga da Londra verso i “paradisi verdi” della costa o dell’hinterland più lontano. Basta che ci sia la banda larga.

Gli americani, la cui lingua è stata saccheggiata per parlare del lavoro più o meno “smart”, preferiscono— al momento—il termine “Work From Anywhere”, WFA, “lavorare da ovunque”. L’improvvisa comparsa dell’ambigua parola “agile” potrebbe essere un segnale che lo Stato che non sta lavorando da casa si sia accorto del problema insito in quell’anywhere, in quell’ovunque. La difficoltà è che, dal momento che non si è più tenuti ad andare a lavorare nel centro di Milano, perché si dovrebbe vivere lo stesso a Cesano Boscone o, nel caso di Roma, a Mentana? Tahiti no? L’Algarve? Su una spiaggia californiana? Basta che ci sia la banda larga.

Ora, il cittadino italiano che passa meno di 183 giorni all’anno in Patria non è fiscalmente residente nel belpaese. Se la distanza non è più un problema, perché non dovrebbe andare a lavorare altrove? C’è già la fuga dei pensionati verso il Portogallo. L’Italia figura verso la cima della lista dei paesi con le tasse più pesanti. Secondo l’Ocse, la raccolta del Fisco nel 2018 ammontava al 42,1% del Pil mentre la media tra gli stati membri dell’organizzazione—che raggruppa i 36 paesi più ricchi del mondo—era del 34,3%. Ciò in cambio di servizi non sempre eccelsi e pensioni spesso modeste.

Poniamo che lo Stato italiano dovrà rimborsare le vaste somme che si sta facendo prestare dall’Europa... Non saliranno ancora le tasse? Proprio mentre una parte particolarmente qualificata dei contribuenti starà con i piedi sui blocchi di partenza? Se gli Usa parlano senza patemi del “Work From Anywhere” è perché sono uno dei due paesi al mondo—con l’Etiopia—che tassa i propri cittadini sulla base della cittadinanza, non della residenza. I contribuenti italiani che fuggono invece, ci scappano, agilmente...

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