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Costume
Ma il Salento non merita canzoni così

Salvate il Salento dai suoi improvvidi aedi. Prendete Mambo salentino cantata dai Boomdabash con Alessandra Amoroso: «Tre del mattino, fuore de capu / Ancora in giro, quando se balla / Penso solo a star bene, tu sei peggio di me / Siti fuore de capo, / Comu l’estate in Salento».

Si sa, solo in Salento ci sono le discoteche e si balla fino all’alba. Quando si dice, l’efficacia del marketing territoriale. La canzone parla di due innamorati che si baciano in riva al mare tra un mojto e una birra: «Sta cadendo una stella / È solo un punto nel cielo / Ma la più bella è già a terra affianco a me / Ho espresso già il desiderio / Sta ballando come se il mondo la guardasse». Poi ecco il gran finale: «Muove quel bacino come se ballasse / Principessa del quartiere, sembra una velina / Sei diversa, sei speciale, tu sei salentina». E non si capisce se il riferimento alle veline sia un elogio o un rimprovero. Nel caso, il sindacato delle veline è allertato.

Qualche anno fa, nel 2012, ci siamo dovuti sorbire Biagio Antonacci con Non vivo più senza te. Solo perché aveva inserito qui e là, nel testo, la parola “Salento” e aveva girato il videoclip della canzone a Lido Pizzo, splendida spiaggia in quel di Gallipoli, con il Nostro alle prese con un tamburello, ecco che era stato assurto ad ambasciatore della salentinità. Ma de che? Se proprio vogliamo farci del male diamo un’occhiata al testo: «Sarà che il vino cala forte più veloce del sole / Sarà che sono come un dolce che non riesci a evitare / Sarà che ballano sta pizzica, sta pizzica». Ma il “sugo della storia”, direbbe il Manzoni, è questo: «E le mie mani, le mie mani, le mie mani van su / La sua bocca, la sua bocca punta sempre più a sud / E la mia testa, la mia testa, la mia testa fa / No signora, no (mi piaci) / No signora, no (ti prego)».

In pratica, è la cronistoria, dettaglio più dettaglio meno, di una fellatio. Perché, signora mia, solo in Salento viene praticato il sesso orale. Mica una cosa del genere – un po’ alticci, in riva al mare – potrebbe accadere in Sardegna, a Mykonos o alle Baleari? 


Al Nord appena dici di essere originario del Salento, ecco che incappi nella risposta automatica dell’astante di turno: «Ah, lu Salentu. Lu sule, lu mare, lu jentu». E certo, perché tra tutte le terre emerse sull’orbe terracqueo solo in Salento ci sono il sole, il mare e il vento. Come dire, delle Dolomiti, «le montagne, i prati e la neve». Lo hanno stampato sulle t-shirt e sui cappellini, hanno fatto gli adesivi per le auto, griffato le confezioni dei tarallini: «Lu sule, lu mare, lu jentu». Pensavano fosse lo slogan più figo del mondo, il non plus ultra del marketing. Ma cosa racconta del territorio? Mah.

Insomma, ad orecchiare queste canzoni e a ripetere slogan come questi partoriti da chissà quale genio del marketing o influencer, che oggi vanno tanto di moda, il Salento sarebbe una landa dove per tutto l’anno c’è il sole (non è vero), si va sempre al mare (magari) e c’è il vento (questa forse sì). 

E i salentini sarebbero una pletora di gente con il tamburello in mano che tracanna Negramaro e si accoppia in spiaggia con avvenenti fanciulle di nerovestite come le ballerine della pizzica (ma dove?). Insomma, il bengodi. Poi ti ricordi che Domenico Modugno, che non era salentino ma sempre pugliese era, di Polignano a Mare, nel 1968, cantò la bellezza del mare della sua terra calandola in una storia struggente, quella di un uomo che vuole farla finita: «Ma guarda intorno a te che doni ti hanno fatto: / ti hanno inventato / il mare  / Tu dici non ho niente / Ti sembra niente il sole! / La vita / l'amore».

Forse Modugno non voleva dedicarla alla Puglia, allora non andava molto di moda. La storia, con «un angelo vestito da passante» che allontana l’aspirante suicida e lo convince a non commettere il folle gesto chiedendogli come faccia a non accorgersi di quanto il mondo sia meraviglioso e dicendogli che «perfino il tuo dolore potrà apparire poi meraviglioso», ricorda molto quella di una scena del film La vita è meravigliosa di Frank Capra, al quale è probabilmente ispirata. Ma quel richiamo potente, quasi francescano, al mare e alla natura vale molto più dei tanti slogan insulsi che circolano oggi. Il grande letterato Donato Valli si chiedeva, provocatoriamente, quale fosse l’identità culturale salentina. Chissà cosa avrebbe detto a chi oggi gli avrebbe risposto: «Lu sule, lu mare, lu jentu».
 

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