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Costume
Altro che crisi e disoccupazione. E' l'amore la prima causa di espatrio

Novanta giorni per sposarsi, oppure per tornare nel proprio Paese: è questa la sfida raccontata dal reality che negli Stati Uniti è già un successo e che da domenica 13 arriverà anche in Italia, su RealTime Tv, il canale dedicato all’intrattenimento femminile. “90 day Fiancé” è il titolo originale: “90 giorni per innamorarsi” nella traduzione in italiano. In America si è già conclusa, a fine febbraio, la prima serie del programma, trasmesso da Tlc: il grande successo di pubblico ha decretato l’avvio di una seconda serie, iniziata il 2 aprile con quattro nuove coppie. Protagoniste della prima stagione - la stessa che sarà trasmessa in Italia, doppiata, a partire da domenica, in sei puntate da sessanta minuti ciascuna - sono quattro donne, provenienti da altrettanti Paesi, che raggiungono gli Stati uniti con un visto di 90 giorni: questo sarà il tempo che avranno per mettere alla prova il proprio “amore americano”: un amore spesso “acerbo”, maturato solo in pochi incontri, a volte vissuto per lo più a distanza, virtualmente, per lo più in chat, ma che ora dovrà misurarsi con l’idea del matrimonio. Infatti, se entro la scadenza del visto la coppia convolerà a nozze, la donna potrà restare negli Stati Uniti. In caso contrario, dovrà tornare nel suo Paese.. 

“Uno sguardo mai visto sul mondo dei matrimoni internazionali”: così viene presentato il programma, sul sito ufficiale, che sta diventando grazie ai numerosi commenti raccolti, anche un crocevia di informazioni e scambi di esperienze: c’è chi chiede come può fare per sposare la propria fidanzata colombiana e vivere con lei in Florida, c’è chi denuncia la complessità e i tempi lunghi delle procedure necessarie a una ragazza straniera per raggiungere il fidanzato negli Stati Uniti: “Nel programma, sembra che le ragazze semplicemente saltino su un aereo”, racconta una donna, che ha il marito nigeriano e ha impiegato più di un anno per farsi raggiungere negli Stati Uniti”. 

Una volta arrivate in America con il loro visto, poi, “le donne devono superare barriere linguistiche, traumi culturali, lo stigma del ‘mail order bride’ (in italiano ‘sposa a distanza’, ndr) e lo scetticismo di amici e familiari – spiegano gli autori – il tutto con un orologio che inizia a contare i minuti nel momento in cui mettono piede sul suolo americano”. La posta in gioco è molto alta per le quattro donne: la ventunenne brasiliana Kirlyam, che incontra il californiano ventinovenne Alan; la trentenne Aya, arrivata dalle Filippine per incontrare Luis, trentatreenne di Indianapolis; la ventunenne russa Aziza, al fianco di Mike, trentunenne dell’Ohio; e la colombiana ventiseienne Paola, insieme al ventisettenne di Oklahoma Russ. Tutte le coppie, nella prima serie, sono riuscite nella loro “impresa”: ciascuna ha celebrato il proprio matrimonio e le quattro donne hanno trovato, oltre al marito, anche una nuova patria. 

Come il pubblico italiano accoglierà il programma non si può prevedere: certo è che quello dei “matrimoni internazionali” è un fenomeno ben noto anche nel nostro Paese. “La migrazione per amore è probabilmente maggiore di quella per lavoro – spiega Giulia Perrin, avvocato di Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione) – Possiamo dire che l’amore sia la prima ragione per cui ci si sposta nel mondo”. Le difficoltà di coltivare questo amore, però, in Italia come negli Stati Uniti, non sono poche. “Il fidanzamento non è riconosciuto come motivo valido per il rilascio di un visto turistico – spiega ancora Perrin – non è quindi facile, per una donna o un uomo straniero, ottenere il visto necessario per venire a trovare il proprio partner in Italia. Il vincolo matrimoniale rappresenta quindi realmente una valida soluzione al problema”. Sulla questione, è intervenuta alcuni anni fa una direttiva dell’Unione europea (38/2004) che obbliga gli stati membri a riconoscere però la convivenza documentata, o l’unione registrata, come requisito sufficiente per la riunificazione”. 

In uno scenario del genere, in cui il vincolo matrimoniale è così “efficiente” nel garantire il diritto al permesso di soggiorno, il rischio è che si convoli a “nozze di comodo”. Per scongiurare questa ipotesi, “la legge 94/2009 vietò, nel nostro Paese, il matrimonio con lo straniero che non avesse un permesso di soggiorno – ricorda Perrin – Come Asgi, ci opponemmo con forza alla normativa, rivendicando il diritto fondamentale al matrimonio,. Che quindi va garantito anche a chi è privo di permesso di soggiorno. Con la sentenza 245 del 2011, la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima quella norma. Oggi quindi, in Italia, anche chi non ha permesso di soggiorno ha diritto di sposarsi. Ma il Testo unico sull’immigrazione prevede la revoca del permesso, nei casi in cui si scopra che il matrimonio è stato celebrato solo a quello scopo”. 

In tema di “immigrazione per amore”, poi, c’è anche il caso dei matrimoni tra omosessuali. “Molti italiani, che hanno un partner dello stesso sesso, vanno a sposarsi in un Paese che riconosca la loro unione. Quando il partner è straniero, solo recentemente lo stato italiano ha riconosciuto, con una circolare del ministero dell’Interno, la possibilità di rilasciare il documento di soggiorno al coniuge dello stesso sesso. Fino a poco tempo fa, queste coppie dovevano decidere se vivere separati, oppure trasferirsi all’estero”. Rispetto alla trasmissione, “c’è i rischio che si veicoli un messaggio eticamente discutibile: quello che il matrimonio possa essere motivato non dall’interesse per la persona ma per lo status di soggiorno. E che si calchi lo stereotipo della donna che si muove, per raggiungere l’uomo che l’aspetta…”.

www.redattoresociale.it

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